mercoledì 5 settembre 2018
I miliziani puntano a vendere gli stranieri ai trafficanti pronti a farli partire
Colonne di migranti a Tripoli (foto tratta dal profilo Twitter di Migrace Organisation)

Colonne di migranti a Tripoli (foto tratta dal profilo Twitter di Migrace Organisation)

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L'ACCORDO IN LIBIA

Quasi duemila migranti in fuga, diretti nei pochi quartieri di Tripoli ancora graziati dai colpi di mortaio. Il rischio, però, è quello di passare dalle carceri governative ai lager dei trafficanti di uomini che, come riferiscono svariate fonti, sono tornati a caccia di stranieri a cui promettere un gommone che faccia rotta verso Nord. Intrappolati dentro a un conflitto del tutti contro tutti, migliaia di stranieri sono in balia di se stessi. In alcuni centri di detenzione i carcerieri se la sono date a gambe, lasciando i profughi senza acqua né cibo. In altri vi sono state evasioni di massa, e le guardie sostengono di non avere aperto il fuoco sui fuggiaschi per evitare una carneficina.

Fotografie e video diffusi sui social network mostrano colonne di migranti in cammino lungo una strada alla periferia di Tripoli, mentre si trascinano qualche fagotto. Molti di essi non hanno alcuna intenzione di tornare nei penitenziari governativi, perciò le poche organizzazioni internazionali rimaste stanno tentando di rintracciarli per sottrarli alla barbarie dei trafficanti. Una corsa contro il tempo, che vede da una parte i miliziani e dall’altra gli operatori umanitari. I primi vedono nei migranti 'liberati' da giorni di guerriglia una opportunità per arruolare manovalanza da ridurre in schiavitù e da cui ottenere altro denaro, attraverso il riscatto da chiedere ai parenti, per riempire le casse delle milizie. Che poi li si possa davvero mettere in massa sui barconi, è ancora da vedere. Perciò le organizzazioni umanitarie stanno cercando di battere al tappeto Tripoli e i suoi sobborghi alla ricerca dei 'dispersi' di terra.

Non è chiaro dove i fuggitivi siano diretti, ma è certo che gran parte delle persone prima detenute nei centri erano arrivate in Libia per imbarcarsi verso l’Europa. Se fosse confermato che gli stranieri in fuga sono 1.800, si tratterebbe di circa un quarto di tutti i migranti complessivamente detenuti in Libia. La gran parte di questi è stata rinchiusa nelle prigioni governative dopo essere stati intercettati dalla guardia costiera libica.

Nei giorni scorsi il segretario generale dell’Onu aveva denunciato i gravi maltrattamenti che i profughi ricevono proprio nelle strutture ufficiali, una ragione in più perché gli stranieri non intendano farsi riacciuffare. Giovedì scorso alcune centinaia di essi erano stati trasferiti dal sud di Tripoli in zone considerate più sicure. L’Alto commissariato Onu per i rifugiati, in collaborazione con il ministero dell’Interno libico e il Programma alimentare mondiale, ha distribuito aiuti alimentari che garantiranno sopravvivenza per una settimana nei centri di detenzione governativi di Tareq Al Matar e Qaser Ben Ghasheer, dove sono detenuti complessivamente 2.450 rifugiati e migranti.

Gli aiuti nel centro di detenzione di Abu Salim, dove sono detenute 450 persone, è stata invece sospesa a causa dell’inasprirsi degli scontri nell’area. «Stiamo monitorando da vicino la situazione, lavoriamo in collaborazione con la Direzione libica per la lotta contro la migrazione illegale e le Agenzie delle Nazioni Unite, e ci adoperiamo affinché tutti i rifugiati e i migranti siano trasferiti in un posto più sicuro», si legge in una nota dell’Acnur, aggiungendo che intanto sabato la Guardia costiera libica ha intercettato 276 e migranti e li ha fatti sbarcare ad Al Khums, 120 km a est di Tripoli, in una zona al momento non coinvolta dagli scontri.

L’International Medical Corps, partner dell’Acnur, era presente al punto di sbarco e ha fornito aiuti di emergenza e assistenza medica. In tutto sono sbarcati 195 uomini, 36 donne e 45 bambini, e sono stati recuperati due corpi senza vita. © RIPRODUZIONE RISERVATA Un centro di detenzione profughi (Ansa)

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