domenica 23 settembre 2018
Nella relazione del ministro «il ruolo essenziale» degli Sprar (che vuole abolire)
Quando Salvini definiva gli Sprar «ponte necessario all'inclusione»

I centri Sprar «si pongono come ponte necessario all’inclusione e come punto di riferimento per le reti territoriali di sostegno, avviandosi, in tal modo, processi più solidi e più facili di integrazione». In essi viene «garantito ai richiedenti asilo un percorso qualificato, finalizzato alla conquista dell’autonomia individuale». Sono dunque «un modello che risponde all’esigenza di superare i centri di grandi dimensioni». E per questo i prefetti si sono attivati «per incentivare la graduale e progressiva adesione al progetto di diffusione di centri Sprar».

Lo scrive Matteo Salvini. È sua, infatti, la firma alla 'Relazione sul funzionamento del Sistema di accoglienza predisposto al fine di fronteggiare le esigenze straordinarie connesse all’eccezionale afflusso di stranieri nel territorio nazionale', inviata al Parlamento lo scorso 14 agosto. Prevista dall’articolo 6, comma 2-bis, del decreto legge 22 agosto 2014, n. 119, è un documento ufficiale ed è anche la prima relazione della gestione del ministro leghista. Un testo a dir poco sorprendente, perché descrive una situazione in netto miglioramento, non certo un’emergenza, e parla bene del passato. Il tutto in aperta contraddizione col decreto che domani dovrebbe essere approvato dal Consiglio dei ministri. In particolare proprio sul futuro degli Sprar, che il decreto riserverebbe esclusivamente ai titolari di protezione internazionale.

I richiedenti asilo troveranno invece accoglienza solo nei centri ad essi dedicati, Cara e Cas. La scelta è stata fortemente criticata sia dall’Anci che dal mondo associativo, ne abbiamo dato conto su Avvenire nei giorni scorsi. E non si trova in nessuna delle pagine della Relazione, così come gli annunciati tagli ai fondi per l’accoglienza, le regole più severe sui respingimenti e sui permessi di soggiorno. Ovviamente le 144 pagine sono state elaborate dagli uffici del Viminale, in particolare dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, però non si tratta di un documento tecnico ma politico e la firma è del ministro. Ha letto quello che firmava e inviava al Parlamento? Già nella pagina 1 vi si legge: «Il significativo calo di migranti, a partire dal secondo semestre dell’anno, è stato frutto di un complessivo approccio al fenomeno migratorio, che ha coniugato insieme strategie di politica comunitaria, internazionale ed interna per ricondurle ad un unico fattore: la governance dell’accoglienza».

È il riconoscimento di quello che hanno fatto i governi Pd. Quelli della «pacchia», per usare sempre le parole del ministro Salvini. Invece, prosegue poche pagine dopo, «si è puntato ad attenuare l’impatto delle presenze dei migranti sui territori, riequilibrando gli sforzi di tutti i Comuni, per realizzare un sistema stabile e armonioso, adattabile ai fabbisogni, per sostenere il graduale e progressivo passaggio alle progettualità Sprar». Inoltre «l’alleanza strategica con i territori, unitamente al decremento dei flussi, ha consentito, nel secondo semestre dell’anno e con effetti immediatamente leggibili, azioni di alleggerimento progressivo dei grandi centri di accoglienza, luoghi difficili da gestire e da vivere, nel convincimento che i grandi numeri producano effetti negativi oltre che nell’impatto con le collettività locali anche sull’efficienza dei servizi forniti ai migranti e, nello stesso tempo, per il connesso, rilevante onere finanziario siano fonte di attrazione per gli interessi criminali ».

In altre parole sono i grandi centri una «pacchia», ma per la criminalità, e mettono a rischio la sicurezza dei cittadini, altro cavallo di battaglia di Salvini. Gli stessi centri che ora il decreto tornerà a riempire. La contraddizione è palese. Perché, insiste la Relazione firmata e consegnata dal ministro, gli Sprar «non si limitano ad interventi materiali di base (vitto e alloggio), ma assicurano una serie di attività funzionali alla riconquista dell’autonomia individuale, come l’insegnamento della lingua italiana, la formazione e la qualificazione professionale, l’orientamento legale, l’accesso ai servizi del territorio, l’orientamento e l’inserimento lavorativo, abitativo e sociale, oltre che la tutela psico socio-sanitaria».

Per questo, conclude la Relazione, «un sistema di accoglienza così concepito garantisce a coloro che chiedono rifugio in Italia un’esistenza dignitosa in armonia con la realtà locale ospitante, attraverso più efficaci percorsi di integrazione ed inclusione sociale». Dunque richiedenti asilo e non solo chi ha già ottenuto la protezione. E anche questo contrasta col decreto. Qual è la vera linea?

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