Dopo Usaid c'è una nuova strategia “America first” anche sugli aiuti

Tagliati l’83% dei programmi di sviluppo, Donald Trump lancia un programma di assistenza sanitaria basato su accordi diretti con i Paesi partner. Per gli esperti crescono i rischi su trasparenza, efficienza e corruzione. Sullo sfondo, l’interesse americano per le risorse locali
January 15, 2026
Dopo Usaid  c'è una nuova strategia “America first” anche sugli aiuti
Il presidente Usa Donald Trump/ REUTERS
È in arrivo una nuova strategia Usa sugli aiuti allo sviluppo, una strategia che nasce dopo la profonda frattura, prima politica e poi amministrativa, del programma Usaid. Con l’avvio del secondo mandato di Donald Trump, l’agenzia di aiuti statunitense è stata di fatto smantellata, cancellando in pochi mesi l’architrave della cooperazione americana costruita in oltre sessant’anni. Una scelta che l’amministrazione Trump rivendica come necessaria per rompere, parole di Marco Rubio, “l’industria delle Ong”, un sistema che secondo il segretario di Stato “assorbiva fino al 70 per cento delle risorse in costi, consulenze e burocrazia, invece di far arrivare i soldi alle persone”. Al posto di Usaid prende ora forma l’America First Global Health Strategy, un programma che al momento impegna 11,1 miliardi di dollari in cinque anni, presentato come un grande rilancio del soft power sanitario americano. La novità è che i fondi non passeranno più attraverso le organizzazioni non governative, ma saranno convogliati direttamente verso governi locali, sistemi sanitari nazionali e produttori di farmaci, soprattutto in Africa. Il Dipartimento di Stato Usa punta ad arrivare in pochi mesi ad accordi con 50 Paesi, costruendo una rete bilaterale che dovrebbe sostituire l’impianto multilivello della cooperazione precedente.
Finora, come ha riferito il sito Axios, hanno già firmato intese sanitarie con Washington una quindicina di Paesi africani - Kenya, Camerun, Eswatini, Lesotho, Liberia, Mozambico, Nigeria, Ruanda, Uganda, Madagascar, Sierra Leone, Botswana, Etiopia, Malawi e Costa d’Avorio. Panama sarà il primo Paese non africano ad aderire, aprendo formalmente l’iniziativa anche all’America Latina. Gli accordi prevedono impegni finanziari condivisi, obiettivi di performance e un nuovo impulso su Hiv, malaria, tubercolosi e salute materna. Il cambio di paradigma è netto, ma porta con sé rischi rilevanti. Gli accordi diretti con i singoli Stati riducono i livelli di intermediazione che in passato garantivano controlli, verifiche incrociate e un minimo livello di trasparenza nella gestione dei fondi. Ex dirigenti di Usaid e specialisti di salute globale avvertono che in molti Paesi partner la capacità amministrativa è debole, i sistemi di rendicontazione fragili e il rischio di corruzione strutturale elevato. In assenza di Ong internazionali e meccanismi consolidati di monitoraggio, la tracciabilità delle risorse e l’affidabilità dei dati sanitari diventano un punto critico. Washington promette audit indipendenti e controlli di terze parti, ma il timore è che sprechi, opacità e appropriazioni indebite possano compromettere l’efficienza dei servizi e la fiducia delle comunità locali.
Il confronto con il passato è impietoso anche sul piano delle cifre. Negli ultimi anni Usaid gestiva un budget annuale compreso tra i 27 e i 30 miliardi di dollari e rappresentava una quota decisiva degli aiuti allo sviluppo a livello globale. Nel 2025 l’amministrazione Trump ha tagliato l’83 per cento dei programmi dell’agenzia, azzerando o sospendendo centinaia di interventi in settori chiave come nutrizione, sicurezza alimentare, istruzione e risposta alle emergenze. Quei fondi costituivano l’ossatura della cooperazione internazionale americana e una parte rilevante dell’assistenza globale. La nuova strategia, per quanto ambiziosa sul piano politico, mobilita risorse molto più limitate e concentrate quasi esclusivamente sulla sanità. Nel frattempo, milioni di persone hanno già perso accesso a cure, farmaci e servizi essenziali. Alcuni epidemiologi parlano di un impatto umano gravissimo, con migliaia di morti evitabili, stime che il Dipartimento di Stato contesta ma che continuano ad alimentare il dibattito. C’è poi il nodo, esplicito, dell’interesse nazionale. “America First” significa usare gli aiuti anche come leva geopolitica ed economica. In Zambia, l’accordo sanitario è stato apertamente collegato all’accesso statunitense alle risorse minerarie del Paese. In Mozambico, tra gli Stati più poveri al mondo e con uno dei più alti tassi di Hiv, il rafforzamento del sistema sanitario convive con la presenza di uno dei maggiori impianti di gas naturale liquefatto gestiti da ExxonMobil. In Ruanda, gli accordi sulla salute si intrecciano con i negoziati sui minerali critici e con l’espansione dei droni per il trasporto di medicinali prodotti da un’azienda americana.
La nuova strategia promette, secondo l’amministrazione Usa, autosufficienza, responsabilità e la fine di un approccio giudicato paternalistico. Ma nasce sulle macerie di un sistema che, pur con molti limiti, garantiva una rete capillare di servizi, controlli e presenza sul territorio. La scommessa è che meno intermediari significhi più efficacia. Il rischio è che, in nome della velocità e dell’interesse nazionale, si perda trasparenza, aumentino le distorsioni e l’aiuto allo sviluppo diventi una moneta di scambio. In gioco non c’è solo l’influenza degli Stati Uniti nel Sud globale, ma la credibilità stessa della cooperazione internazionale occidentale.
 

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