Non solo Amendolara: il Far West dei nuovi schiavi tra i rider, nei campi, nella moda e nei cantieri

Il caporalato contagia tutti i settori. Nell’ultimo anno si sono contate 1.249 segnalazioni: il 30% viene dalle regioni settentrionali. Lombardia maglia nera nell’agricoltura Turni massacranti, paghe da fame, alloggi fatiscenti e trasferimenti su mezzi a rischio: gli abusi lavorativi sono storia quotidiana. Ma ci sono anche buone pratiche. Cavallari (Fai Cisl): «Nei vigneti bresciani siamo riusciti a promuovere la vendemmia etica»
Google preferred source
June 4, 2026
Non solo Amendolara: il Far West dei nuovi schiavi tra i rider, nei campi, nella moda e nei cantieri
Dalla moda ai rider, dai cantieri nautici ai campi di insalata, passando per le grandi opere. Ovunque ci sono lavoratori stranieri ci si imbatte nel dramma dello sfruttamento. Li chiamano i nuovi schiavi, ma non è una questione di etichette. Conta che “nel 2026”, come ha sottolineato un povero operaio che stava costruendo il consolato Usa di Milano, ci sia un fenomeno vergognoso per cui tanti esseri umani sono costretti a lavorare “per meno di due euro all’ora”, spesso in condizioni di precaria (se non assente) sicurezza, magari obbligati a vivere in alloggi fatiscenti e sovraffollati, gli unici che si possono permettere.
Chi si ribella rischia minacce e botte, oppure finisce coinvolto suo malgrado in cruenti regolamenti di conti tra caporali. Accadde tra Bergamo e Brescia una decina d’anni fa, con bande di indiani a fronteggiarsi per il controllo della manodopera in agricoltura. Un Far west che guadagna terreno non solo a Sud ma anche nel laborioso Nord, senza risparmiare alcun settore. I dati dell’Osservatorio Placido Rizzotto lo confermano: nell’ultimo anno si è passati da 834 vicende di sfruttamento a 1.249: quasi il 50% in più. Il 30% dei casi avviene nelle regioni settentrionali, con la Lombardia che detiene il triste primato di abusi (36), seguita a ruota da Veneto (27) e Piemonte (25).
Il bollettino di guerra è quasi quotidiano: quattro giorni fa un 56enne indiano è stato trovato ferito in una pozza di sangue vicino all’ospedale di Bassano del Grappa, nel Vicentino. L’avevano abbandonato due imprenditori agricoli dopo una caduta da tre metri, per non rischiare grane: l’uomo lavorava in un maneggio della zona senza un regolare contratto. Un caso che riporta alla mente quello di Satnam Singh, gettato su un marciapiede insieme al suo braccio amputato da un macchinario due anni fa in provincia di Latina.
L’incidente del 9 maggio a Chioggia, con i tre braccianti marocchini morti annegati nel minivan precipitato in un canale mentre andavano a raccogliere il radicchio, ha riproposto anche il tema della scarsa o nulla sicurezza durante il trasporto nei campi di molti “invisibili”.
A Viadana, nel Mantovano, i carabinieri hanno invece scoperto l’ennesimo laboratorio cinese dove si confezionavano capi d’abbigliamento “per una nota realtà imprenditoriale della provincia” strappando i diritti altrui: turni massacranti, paga misera e dormitorio abusivo ricavato all’interno del capannone. Scoperte che turbano anche la politica. Come tuttavia avverte il governatore toscano Eugenio Giani, «siamo di fronte a un fenomeno esteso che non riguarda solo il settore agricolo e quello tessile, ma si annida molto più vicino a noi di quanto si possa pensare, anche dove intervengono risorse pubbliche. Questo richiama le istituzioni e il mondo delle imprese a non nascondersi». Giani è saltato sulla sedia quando è venuto a sapere del presunto sfruttamento di alcuni operai nel cantiere fiorentino della nuova stazione dell’alta velocità, così come avveniva anche in tre case di comunità. Ambiti diversi, stesso sprezzo della normativa.
A La Spezia da anni sindacati e Confindustria si sforzano di contrastare la piaga del caporalato nei cantieri, con tante micro aziende in subappalto che sfruttano i numerosi bengalesi della zona. Un “mercato” del lavoro dominato da due clan, che non disdegnano il ricorso alle maniere forti, arrivando anche a incendiare l’abitazione di chi non sta alle regole. Il codice tribale è quasi sempre lo stesso: ti trovo il posto e tu mi dai una buiona fetta della paga. C’è chi va al bancomat “accompagnato”: preleva e gira direttamente un mazzo di banconote al capataz di turno. Una sudditanza che deriva dall’assenza di tradizioni sindacali in patria, dove tutto si basa su relazioni personali e rapporti di forza, e mascherata in Italia dietro una galassia di cooperative di facciata, specie nella logistica. Piccole strutture convenienti soprattutto per i committenti. Le grandi imprese “esternalizzano” e, così facendo, se ne lavano le mani dei diritti di chi sulla carta è assoldato da altri.
«Sono lavoratori sotto ricatto, oggi un migrante lavora quanto due italiani in edilizia. Gli italiani giustamente lavorano quanto previsto dal contratto, i migranti invece sono h24» sottolinea Antonio Di Franco, segretario generale della Fillea Cgil, che denuncia una nuova sfumatura del fenomeno. «Quello che stiamo vedendo nell’ultimo periodo è un passaggio velocissimo dall’agricoltura all’edilizia di comunità che hanno sempre lavorato nel settore primario, tipo gli indiani e i pakistani, che stanno invadendo i cantieri. E dietro è evidente che c’è una regia di reclutamento».
Ma è difficile scavalcare il muro spesso impenetrabile che occulta le responsabilità. «Noi abbiamo difficoltà a parlarci, stiamo girando nei cantieri con gli interpreti. Ecco perché serve una nuova politica dell’immigrazione che parte dal governo dei processi. Se non integri, non accogli». Così finisce che ogni comunità resta chiusa nel suo guscio, sfuggendo ai radar dello Stato di diritto. Per scardinarlo, serve un lavoro di squadra tra imprese e sindacati. «Per uscirne occorre credere nella filiera etica – spiega Daniele Cavallari, segretario generale della Fai Cisl Lombardia – che non è un costo, ma un investimento. Il buon esempio viene dal Bresciano: in Franciacorta siamo riusciti a debellare la piaga dello sfruttamento. Una decina d’anni fa alcuni gruppi rumeni e albanesi portavano le donne a lavorare nei vigneti e poi le facevano prostituire di notte. Denunciammo la situazione e si arrivò anche a degli arresti. Ora la situazione è cambiata parecchio, le aziende si occupano anche del trasporto e dell’alloggio della manodopera».
Ma guai pensare che questa guerra ai poveri sia vinta. «C’è ancora chi se ne approfitta – sospira Cavallari – Un mese fa a Manerbio la Guadia di finanza ha scoperto un’impresa gestita da tre indiani che aveva sfruttato più di 1.400 migranti. Gli procuravano un permesso di soggiorno a 13 mila euro, aggirando il decreto flussi: chi non aveva i soldi lo ripagava lavorando a 2,5 euro all’ora. Insomma, non bisogna abbassare la guardia». Proprio il giusto salario, sarebbe ora di comprenderlo, è la prima garanzia di qualità dei prodotti. «In Franciacorta la vendemmia non sarebbe possibile senza i braccianti dell’Est. Ma bisogna pagarli bene, altrimenti se ne vanno in Germania o Inghilterra». La libera concorrenza come antidoto all’oppressione: lo sfruttamento non è solo una questione penale e morale, ma finisce per rivelarsi un boomerang economico.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire