Lo studio: il ciclone Harry più forte del 15% per il cambiamento climatico
Climameter: i venti dell'uragano che ha colpito la Sicilia sono stati superiori di 4–8 km/h rispetto al passato

Mentre non è certo che il ciclone Harry che si è abbattuto sulla Sicilia e sul Sud Italia settimana scorsa provocando allagamenti e distruzione sia in parte anche la causa scatenante della mostruosa frana che sta interessando il territorio di Niscemi, certo è che il cambiamento climatico ha sicuramente contribuito ad aggravare la forza devastatrice dell’uragano.
«Tra il 19 e il 22 gennaio 2026, il ciclone Harry ha lasciato una scia di distruzione in vaste aree della Sicilia, della Sardegna e della Calabria, oltre che nella capitale e lungo le coste di Malta e in alcune zone della Tunisia – si legge in una nota diffusa dalla rete di informazione scientifica GSSC – L’analisi di
ClimaMeter ha rilevato che, rispetto ai decenni precedenti, condizioni meteorologiche simili a quelle del ciclone Harry sono oggi associate a cicloni più intensi». In particolare le velocità del vento vicino alla superficie erano superiori di 4–8 km/h rispetto al passato, rappresentando un aumento fino al 15%; i venti e la forza ciclonica durante l’evento non possono essere spiegati completamente dalla sola variabilità naturale, indicando il cambiamento climatico di origine antropica come fattore contributivo alla severità della tempesta. «Questi cambiamenti favoriscono impatti del vento più intensi, un aumento dell’azione del moto ondoso e un maggiore trasporto di umidità, che a loro volta accrescono il rischio di pericoli combinati come danni da vento, inondazioni costiere e alluvioni improvvise».
La tempesta ha causato danni estesi alle colture, alle proprietà e alle reti di trasporto, rendendo alcune aree irriconoscibili. Le prime stime collocano i danni economici nella sola Sicilia a oltre un miliardo di euro. Il ciclone ha prodotto venti da record in diverse zone, con venti sostenuti vicino alla superficie che hanno localmente superato i 100 km/h, mareggiate distruttive e gravi impatti costieri. In alcune regioni, le precipitazioni giornaliere hanno superato i 150 mm, innescando alluvioni improvvise e diffuse interruzioni, in particolare lungo la costa ionica. I forti venti orientali hanno intensificato il trasporto di umidità dal Mar Ionio, determinando forti piogge sulla Sicilia orientale. Nonostante la violenza della tempesta, non sono state segnalate vittime, in gran parte grazie agli avvisi meteorologici tempestivi e alle efficaci misure di protezione civile che hanno ridotto l’esposizione della popolazione.
«La Sicilia è esposta ai cicloni mediterranei che si intensificano sulle acque aperte circostanti e si propagano vicino all’isola, portando condizioni meteorologiche severe e onde elevate verso le sue coste. Eventi come il ciclone Harry dimostrano come questi fenomeni possano diventare più intensi in un clima che cambia. Questo sottolinea la necessità di standard progettuali informati dal clima, in particolare per grandi progetti infrastrutturali come il (ricorrentemente) proposto ponte Reggio Calabria–Messina» sottolinea Alice Portal, Isac-Cnr.
Ma c’è anche il tema dell’adattamento al cambiamento climatico, in particolare quando si parla di un territorio fragile. «Da tre anni il Paese attende l’attuazione del Piano nazionale di Adattamento ai cambiamenti climatici, il Pnacc, un piano rimasto solo sulla carta, dato che le risorse economiche necessarie per attuarlo non sono state mai state stanziate – dichiara il presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani – Intanto i territori sono sempre più schiacciati dalla crisi climatica che avanza con un’Italia che di anno in anno si trova a fronteggiare eventi meteo estremi in aumento e fenomeni come gli uragani mediterranei che prima non conosceva». Non a caso la Sicilia è uno dei territori più colpiti dagli eventi estremi: dalla siccità alle alluvioni, dai medicaine (i cicloni mediterranei, ndr) al dissesto idrogeologico. Con 45 eventi meteo estremi nel 2025 è risultata al secondo posto dopo la Lombardia (50).
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