L'Italia ha speso 45 miliardi per la difesa nel 2025. Ma rischia di essere solo l'inizio
Centrato per un soffio l'obiettivo del 2% investito in spese militari e per la sicurezza. Il punto è che gli obiettivi Nato fissati al 5% del Prodotto interno lordo per il nostro Paese significano altri 100 miliardi da qui al 2035. In Europa dell'Est, intanto, gli investimenti bellici corrono

Nel 2025, tutti i Paesi Nato hanno centrato l’obiettivo del 2% del Pil in spese per la difesa. Compiti fatti anche per l'Italia che ha speso un filo sopra, il 2,01%, circa 45 miliardi di euro. Lo stima il rapporto annuale del segretario generale della Nato, Mark Rutte, pubblicato giovedì.
Una crescita notevole: nel 2024 infatti il nostro Paese aveva investito l'1,52% del Pil in difesa. A novembre, quando si erano diffusi i primi dati, l’Osservatorio conti pubblici della Cattolica aveva stimato che il mezzo punto percentuale di crescita fosse dovuto in gran parte (per lo 0,4%) a una riqualificazione di altre spese – come quelle per la Guardia di Finanza, le Capitanerie di porto, la cybersicurezza – e solo per lo 0,1% a un aumento effettivo. Se Canada ed Europa hanno speso insieme 94 miliardi in più, il paradosso è che la spesa degli Usa nella difesa è scesa invece di 12 miliardi. Ciononostante Rutte ci ha tenuto a lanciare una stoccata agli alleati, rimarcando come senza l’amministrazione Trump vari Paesi (tra cui Italia, Spagna, Belgio e Canada) non avrebbero raggiunto il 2%. Alcuni, peraltro, ce l’hanno fatta solo per il rotto della cuffia. Il Belgio è salito dall'1,27% del 2024 al 2% secco. Idem la Spagna, che partiva però dall’1,42%. È il versante orientale dell’Europa quello che si sta riarmando più in fretta: il primo Paese Nato è la Polonia con il 4,30% di Pil nel 2025, segue la Lituania (4%), poi la Lettonia (3,74%) e l'Estonia (3,42%). Il presidente lettone, Rinkevics, ha annunciato di aver promulgato una legge che prevede il 5% del Pil per la difesa dal 2027.
Ancora troppo poco, però, per gliStati Uniti. «Noi siamo lì a proteggere l’Europa dalla Russia – ha detto Donald Trump nell’ultima riunione di gabinetto –, in teoria la cosa non ci riguarderebbe. Abbiamo un grosso, grasso e meraviglioso oceano a separarci». E ancora, a scanso di equivoci, il presidente Usa ha aggiunto: «Ci siamo sempre stati quando avevano bisogno del nostro aiuto, o almeno prima era così, ma ora non lo so più, ad essere onesti». In questo scenario, le previsioni cambiano in fretta.
Facile profeta era stata così la premier Giorgia Meloni nel discorso di auguri di fine anno ai dipendenti di Palazzo Chigi: se il 2025 è stato un anno complicato, aveva detto, «non preoccupatevi perché il 2026 sarà molto peggio». E, da ultimo per la guerra in Iran, per ora i fatti le stanno dando ragione. Due giorni fa, Confindustria ha tagliato la crescita del Pil a +0,5% nel 2026, sempre se la guerra finisse a marzo. Se continuasse fino a dicembre, invece, il Pil italiano registrerebbe un calo dello 0,7%.
Due settimane fa, l’Istat ha stimato invece che la discesa del rapporto italiano deficit/Pil nel 2025 si è fermata al 3,1%, fallendo l’obiettivo del 3% indicato a ottobre. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha chiarito che si tratta di dati ancora provvisori. Se confermati, però, sarebbero un grande problema perché non permetterebbero all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione europea. Il rischio di avere le mani ancora legate è insomma concreto, mentre gli obiettivi Nato si fanno sempre più ambiziosi. Nel giugno scorso, i Paesi dell’alleanza Nord-atlantica si sono impegnati a portare la spesa in difesa al 5% del Pil entro il 2035: il 3,5% in difesa vera e propria, l’1,5% per proteggere infrastrutture critiche, reti Internet e rafforzare l’industria del settore. Per l’Italia, quindi, questo vorrebbe dire passare da 45 miliardi di oggi (35 per la difesa e 10 per la sicurezza) a 145 miliardi. Il rafforzamento delle infrastrutture – spiegano fonti della Difesa ad Avvenire – prevede ad esempio la protezione delle reti energetiche da potenziali attacchi di guerra ibrida, la difesa da tentativi di hackeraggio da parte di potenze ostili, la tutela da operazioni di spionaggio compiute dalle navi che transitano nel Mediterraneo, lo sviluppo di tecnologie che possano avere un domani anche una valenza civile. Il mondo non aspetta e i rischi aumentano ma, con la coperta corta, per investire su tutto questo si rischia di dover tagliare altrove.
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