Il Nepal e noi: perché il campanello d'allarme suona anche per le Alpi

Antonello Pasini (Cnr): «Le nostre montagne si scoprono sempre più fragili, per questo c'è bisogno di un monitoraggio continuo». Il nodo dei fondi da destinare a quei Paesi che non li hanno
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September 3, 2026
Il Nepal e noi: perché il campanello d'allarme suona anche per le Alpi
A Rasuwa, in Nepal, continuano i soccorsi e la conta dei danni: una settimana fa il disastro / Reuters
Non sono bastate sette edizioni della carovana dei Ghiacciai di Legambiente per accendere l’attenzione sulla montagna e le sue fragilità. Molto di più ha fatto, infatti, almeno nell’opinione pubblica – ma si spera anche nel potere decisionale della politica - la violenta ondata di acqua, fango e detriti che il 26 agosto scorso ha devastato un intero territorio al confine tra Nepal settentrionale e Tibet meridionale. “Il tetto del mondo” è diventata una delle aree più fragili e sensibili del nostro Pianeta. Come la maggior parte delle Alpi e dei suoi ghiacciai. Secondo le osservazioni satellitari (dati United States Geological Survey-Usgs e International Center for Integrated Mountain Development-Icimod), quello che è accaduto sotto l’Himalaya è stata innescata da un'imponente valanga di ghiaccio e roccia che ha ostruito il corso del fiume Lhende Khola, originando un bacino temporaneo il cui svuotamento ha generato l'onda di piena a valle. Gli scienziati di Icimod, il Centro Internazionale per lo Sviluppo Integrato della Montagna - un'associazione fondata a Katmandu, in Nepal - invitano alla cautela nello stabilire un nesso causale diretto per questo singolo episodio, tra il continuo sollevamento tettonico dell'Himalaya che rende più probabili crolli e cedimenti e, dall'altro, il riscaldamento globale che degrada il permafrost e accelera la fusione glaciale. Ma gli scienziati del Cnr non hanno dubbi. «Quello che è successo è il campanello d’allarme sulla fragilità dell’Himalaya».
L'evento si é verificato ad appena 130 chilometri dall'Osservatorio Piramide, l'unico centro meteorologico in quota dell'intero arco himalayano a disporre di una serie storica ininterrotta di dati climatici da oltre trent'anni, gestito dagli istituti Cnr-Isp e Cnr-Irsa (Istituto di Ricerca sulle Acque). Gli ultimi studi condotti dai ricercatori del Cnr evidenziano un quadro di forte sofferenza per l'area: nell'Himalaya Centrale le temperature massime estive sono in costante aumento e i ghiacciai della regione - fortemente sensibili perché soggetti al regime monsonico - negli ultimi vent'anni hanno perso massa a un ritmo superiore alla media regionale.
«Ovviamente non si può stabilire una causa diretta momentanea e istantanea: è un po’ come per i terremoti o per le frane profonde - spiega Antonello Pasini, ricercatore del Cnr - c’è una sequenza di eventi che alla lunga crea un distacco profondo: e in questo caso c’è stato, eccome, un accumulo di eventi climatici: dalle ondate di caldo estremo, al ritiro dei ghiacciai, alla fusione del permafrost fra le rocce. Sono tutte cause che alla lunga provocano quello che è successo». Quello che è successo in Nepal ci ha insegnato che anche le nostre montagne hanno bisogno di attenzione più che mai. «Le montagne sono estremamente fragili e hanno bisogno di monitoraggio continuo» conclude Pasini. Modelli predittivi più accurati, quindi. Ma anche più fondi da destinare ai Paesi che di fondi non ne hanno a sufficienza. Perché il pianeta è di tutti.

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