La montagna che non c'è più è tutta in queste immagini, scattate da un fotografo goriziano
Si chiama Carlo Tavagnutti, classe 1929, e ha dedicato la vita a raccontare le terre alte. Così ha documentato il cambiamento climatico, che sta distruggendo le alte vie

L’estate ormai agli sgoccioli (anche se non nelle temperature) ci consegna l’immagine di una montagna devastata dal cambiamento climatico. Ghiacciai che fondono, vette che si sgretolano, siccità che costringe i rifugi alla chiusura, alluvioni e smottamenti a fondovalle, con la tragedia di Nepal e Tibet come massima testimonianza della catastrofe in atto. In pochi decenni le montagne sono diventate quasi irriconoscibili e anche l’iconica parete Nord del Cervino, regno del ghiaccio per antonomasia, quest’estate è diventata una triste cascata di acqua e detriti. Testimonianza di che cosa è stata la montagna e che, purtroppo, più non sarà, sono, allora, le fotografie d’epoca. Ritratti di paesaggi innevati anche ad agosto, che rendono ancora più crudele la nostalgia per il tempo che fu e che non tornerà.
Decano dei fotografi di montagna e custode della memoria delle terre alte di una volta è il fotografo goriziano Carlo Tavagnutti, classe 1929, che ha dedicato la vita a ritrarre paesaggi alpini, soprattutto le tanto amate Alpi Giulie e Carniche, e a raccontare per immagini la vita dei montanari. Una passione che, nel 2025, gli è valsa la medaglia d’oro del Club alpino italiano, con questa motivazione: «Per aver narrato, con la fotografia in bianco e nero, l’anima delle Alpi, ed aver contribuito ad unire culture e generazioni oltre i confini, nel segno dei valori del Sodalizio e di una montagna che è memoria e futuro».

Dalle fotografie di Tavagnutti traspare l’amore per il territorio e la sua gente ritratta nelle incombenze quotidiane della malga e del villaggio alpestre. Pareti vertiginose, ghiacciai e boschi sono i soggetti più ricorrenti. Immagini che Carlo ha raccolto e consegnato alla memoria collettiva durante la sua lunghissima frequentazione dell’ambiente alpino.










«Tavagnutti ha coltivato oltre che la passione per la montagna la capacità di parlarne, di descriverne i tempi, le situazioni e i modi e questo non solo attraverso la particolare fotografia in bianco e nero ma soprattutto attraverso gli scritti, gli schizzi, i disegni e gli acquerelli che nel corso della sua lunga vita ha tratteggiato facendoci conoscere una realtà ormai radicalmente cambiata per tanti versi – ha scritto Agostino Colla su Isonzo Soca –. Per Carlo però è ancora giusto cercare di raccontarle e di far rivivere tali storie e vicende umane e riportarle ad un pubblico più giovane che non ha conosciuto questo ambiente e questo mondo ignorando le radici che lo hanno formato nel corso del tempo. È, se vogliamo, un po’ lo scopo di tutta una vita, affinché queste conoscenze complesse possano ancora avere voce perché narrate da chi è in grado di farlo».
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