La pace arretra, i conflitti esplodono. «Ecco cosa possono fare le università per ricostruire»

di Pierpaolo D'Urso
Il preside della Facoltà di Scienze politiche alla Sapienza di Roma, D'Urso: la cultura e l’educazione stanno pagando il prezzo più alto, in questi anni di odio permanente. Gli atenei hanno una grande occasione: quella di poter curare con il sapere le ferite di oggi
Google preferred source
August 17, 2026
La pace arretra, i conflitti esplodono. «Ecco cosa possono fare le università per ricostruire»
L'arrivo a Roma di studentesse e studenti di Gaza accolti dalle Università italiane nel maggio scorso
Il Global Peace Index 2026 descrive un mondo sempre meno pacifico. Per il dodicesimo anno consecutivo la pace arretra, i conflitti aumentano, le tecnologie militari corrono più velocemente della diplomazia e il costo economico della violenza supera i 21.800 miliardi di dollari.
Ma il prezzo più alto è quello pagato dalle persone: dai bambini che smettono di andare a scuola, dagli studenti costretti ad abbandonare gli studi, dai ricercatori che vedono distrutti, in pochi minuti, laboratori costruiti in decenni di lavoro, dai docenti costretti a lasciare il proprio Paese, dalle biblioteche ridotte in macerie, dagli archivi perduti e dalle università svuotate. Perché ogni guerra non distrugge soltanto città e infrastrutture: distrugge anche conoscenza, memoria, ricerca e futuro.
È proprio quando vengono colpiti il sapere e la formazione che emerge con maggiore forza la responsabilità delle università. La loro missione non si esaurisce nella didattica e nella ricerca. Nel solco dell'articolo 11 della Costituzione, gli Atenei sono chiamati a tradurre il ripudio della guerra in formazione, cooperazione internazionale, accoglienza e ricerca al servizio della pace, riconoscendo i diritti umani come parte integrante della propria missione istituzionale. In un tempo in cui il diritto internazionale appare sempre più fragile, possono diventare il luogo in cui la pace continua a essere studiata, praticata e costruita.
Per trasformare questa visione in realtà servono strumenti permanenti e una strategia condivisa. Il primo passo è rafforzare gli Uffici per l'Internazionalizzazione, dotandoli di uno sportello dedicato all'accoglienza di studenti, dottorandi, docenti e ricercatori provenienti da Paesi colpiti da guerre o gravi crisi umanitarie, accompagnandoli nel riconoscimento dei titoli, nell'accesso alle borse di studio, all'alloggio e ai servizi di supporto. Per chi fugge da un conflitto, riprendere gli studi significa spesso ricominciare a costruire il proprio futuro.
Accanto a questo, ogni Rettore dovrebbe istituire una Delega alle Politiche per la Pace e ai Diritti Umani, con il compito di coordinare, insieme ai Dipartimenti, alle rappresentanze studentesche e al personale amministrativo, le iniziative di cooperazione internazionale, diplomazia accademica e sostegno alle comunità universitarie colpite dalle guerre.
Accogliere uno studente palestinese, un ricercatore iraniano, un docente ucraino o chiunque sia costretto a lasciare il proprio Paese non è soltanto un gesto di solidarietà. È un investimento nella conoscenza, nella democrazia e nel futuro. La storia dimostra che molte delle più grandi conquiste scientifiche e culturali sono state possibili perché, nei momenti più difficili, le università hanno saputo aprire le proprie porte a chi era costretto a fuggire dalla guerra, dalle persecuzioni e dai regimi autoritari.
Ma oggi l'università può fare ancora di più. Se nella Striscia di Gaza, secondo le ultime stime dell'Integrated Food Security Phase Classification, oltre 74.000 bambini sotto i cinque anni rischiano di soffrire di malnutrizione acuta entro aprile 2027, la risposta degli Atenei non può limitarsi all'accoglienza. Le competenze sviluppate nei laboratori di medicina, nutrizione, agraria, ingegneria, economia e scienze sociali possono diventare strumenti concreti per contrastare la malnutrizione, migliorare la sicurezza alimentare, garantire l'accesso all'acqua, rafforzare i sistemi sanitari e contribuire alla ricostruzione delle comunità devastate dalla guerra. Anche questa è Terza Missione universitaria.
Per sostenere queste azioni è necessaria una strategia nazionale condivisa tra Ministero dell'Università e della Ricerca, Crui e Atenei, anche attraverso un Fondo per la Solidarietà Accademica, aperto al contributo di fondazioni e imprese, destinato a finanziare borse di studio, assegni di ricerca, corridoi accademici umanitari, visiting fellowship e programmi di ricostruzione delle università devastate dai conflitti.
La pace dovrebbe entrare stabilmente nei Piani Strategici degli Atenei, orientando didattica, ricerca e public engagement verso la promozione dei diritti umani, della cooperazione internazionale e dello sviluppo sostenibile. Formare professionisti competenti non basta più. Occorre formare cittadini capaci di prevenire i conflitti, difendere la dignità umana e mettere la conoscenza al servizio del bene comune.
Oggi gli Atenei sono chiamati a compiere un passo ulteriore: diventare autentiche infrastrutture civili di pace, capaci di produrre conoscenza critica, promuovere relazioni internazionali, accogliere chi è in pericolo, contrastare la fame e contribuire alla ricostruzione delle società ferite dalla guerra. Non sostituiranno la diplomazia tradizionale, ma potranno affiancarla attraverso la diplomazia della conoscenza.
Se la guerra distrugge il futuro, l'università ha il dovere di ricostruirlo. Ogni bambino sottratto alla fame e restituito alla scuola, ogni studente che riprende il proprio percorso dopo essere fuggito dalle bombe, ogni ricercatore che ritrova un laboratorio invece di un rifugio rappresentano una vittoria dell'umanità. È questa la missione più alta degli Atenei: trasformare la conoscenza in pace, i diritti in opportunità e la solidarietà in futuro. Perché, quando il rumore delle armi tenta di soffocare quello delle idee, le università devono continuare a essere una delle voci più autorevoli della pace.
Preside della Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia, Sapienza Università di Roma

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire