«La legge sul suicidio assistito in Veneto non è civiltà. È il nichilismo che avanza»

di Francesco Dal Mas, Venezia
Il filosofo Peratoner: si sta evolvendo male la comprensione della vita, sembra che la sofferenza e il declino siano qualcosa di semplicemente inaccettabile. Così le cure palliative diverranno un'opzione secondaria
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September 3, 2026
«La legge sul suicidio assistito in Veneto non è civiltà. È il nichilismo che avanza»
L’aula del Consiglio Regionale del Veneto durante le operazioni di voto sulla legge regionale per il suicidio assistito / Ansa
«Una cosa triste e inquietante della vicenda è il modo in cui è stata trattata, spesso mal posta o non posta affatto nella sua realtà scientifica: la questione del rapporto tra suicidio assistito e cure palliative». È il commento del filosofo Alberto Peratoner, che insegna alla Facoltà teologica del Triveneto e al Seminario di Venezia, ed è direttore dell’Ufficio Cultura del Patriarcato. La sua firma è tra quelle di medici, bioeticisti, giuristi e intellettuali in calce al documento dell’Associazione Gremio di Bioetica – rilanciato dallo stesso Patriarcato – che alla vigilia del voto ha preso posizione contro la legge.
È stata richiamata la sofferenza di tante persone per giustificare la legge.
Un argomento superato dai progressi della medicina delle cure palliative, mentre si continua a fingere che la prospettiva della sofferenza sia insuperabile al punto che non rimanga che darsi la morte.
Come definisce la legge veneta?
Inquietante, perché quella che dovrebbe essere una prassi d’elezione, sulla quale investire affinché sia davvero accessibile a tutti, e con umanità di trattamento, si troverà affiancata da una scorciatoia, che per le restrizioni sulle condizioni, sottoposte a rigorose verifiche scientifiche che ha allo stato attuale, scorciatoia non sarà ancora ma molto probabilmente lo diverrà presto, man mano che quelle restrizioni: ciò accadrà sotto la pressione di un’istanza ideologica di libertà individuale che si vorrebbe rescissa da qualsiasi condizione o legame, si allenteranno. E si sarà nel frattempo affermata una cultura per la quale la limitazione, la sofferenza, il declino, sono qualcosa di semplicemente inaccettabile, e non una dimensione naturale del vivere che, anzi, spesso apre a vissuti relazionali e affettivi di sorprendente umanità.
La Regione ha assicurato che potenzierà le cure palliative.
Diverranno un’opzione secondaria: sarà più semplice – e, per alcuni, persino più nobile – uscire di scena. L’efficacia delle cure palliative, oggi, “inchioda” le spinte politiche volte a definire quadri legislativi di ammissibilità della pratica del suicidio assistito alla loro evidenza di posizioni ideologiche. Superate dalla realtà della scienza, non possono che essere motivate da ragioni seconde di natura ideologica. La riprova è l’accanimento col quale in alcuni ambienti vengono perseguite e la logica semplificatoria che riduce la complessità a battute, slogan, parole, con le quali vinci sempre facile, tanto più se taciti le voci dissonanti, e tra queste la stessa scienza medica nelle sue evidenze.
Che lettura dà sul piano culturale?
Si sta evolvendo male la comprensione della nostra esistenza, dell’indisponibilità della vita alla nostra manipolazione, del senso del nostro essere in relazione, dell’essere-per-altri».
Questa legge non è dunque una conquista di civiltà, come si sente dire?
Trovo sconcertante la superficialità irriflessa dei tanti, troppi titoli dal tono trionfalistico che celebrano una pretesa “conquista di civiltà”, non restituendo nulla delle posizioni diversificate, spesso sofferte e rispettosamente capaci di cogliere, nelle ragioni sollevate da voci contrarie e dai documenti emessi da enti e associazioni cattoliche anche autorevoli in materia, sfumature e dubbi di una situazione innegabilmente complessa, anche in molti di quanti si sono poi comunque espressi per il sì. Mi chiedo come sia possibile essere giunti a un tale grado di accecamento da non essere neppure più in grado di vedere che si stanno formando punti di smagliatura destinati ad aprire lacerazioni profonde nella cultura, nel modo di considerare l’esistenza, la vita, la dignità delle persone, noi stessi. Non è civiltà, questa. È nichilismo che allunga la sua ombra, avvolgendola di una sfavillante parvenza di libertà.

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