I nuovi dazi di Trump colpiscono 60 Paesi: c'è anche l'Unione europea
di Redazione
Le nuove tariffe, tra il 10% e il 12,5%, sostituiscono quelle temporanee introdotte dopo che la Corte Suprema aveva annullato gran parte dei precedenti dazi. Le accuse ai destinatari: «Non fanno abbastanza contro il lavoro forzato»

Sono entrati in vigore i nuovi dazi imposti dall'amministrazione di Donald Trump sulle importazioni provenienti da oltre 60 partner commerciali, tra cui Unione europea, Cina, Giappone, India, Regno Unito, Canada e Messico. Le nuove tariffe, comprese tra il 10% e il 12,5%, sostituiscono quelle temporanee introdotte dopo che la Corte Suprema aveva annullato gran parte del precedente impianto tariffario voluto dalla Casa Bianca. Le misure, annunciate dall'Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti guidato da Jamieson Greer, si fondano sulla Section 301 del Trade Act del 1974, una disposizione già ampiamente utilizzata nelle controversie commerciali e considerata giuridicamente più solida rispetto alla base normativa sulla quale poggiavano i dazi bocciati dalla Corte Suprema. Restano esclusi i prodotti già soggetti a tariffe settoriali per motivi di sicurezza nazionale – come acciaio, alluminio, automobili e componentistica – oltre a petrolio, gas, fertilizzanti e altre materie prime strategiche che gli Stati Uniti non producono in misura sufficiente.
La Casa Bianca motiva il provvedimento sostenendo che i Paesi interessati non contrastano in modo adeguato il lavoro forzato lungo le proprie catene di approvvigionamento. Ai Paesi ritenuti dotati di una legislazione in materia viene applicata una tariffa del 10%, mentre per quelli giudicati privi di strumenti adeguati il dazio sale al 12,5%. Washington precisa inoltre che gli Stati che adotteranno nuove misure contro il lavoro forzato potranno beneficiare di una riduzione delle tariffe: è il caso dell'India, inizialmente destinata all'aliquota più elevata e poi ricondotta al 10% dopo l'approvazione di una specifica normativa. Dietro la giustificazione ufficiale, tuttavia, molti osservatori leggono soprattutto un espediente giuridico per ricostruire il sistema di dazi generalizzati voluto da Trump dopo il ridimensionamento imposto dalla Corte Suprema. L'indagine commerciale che ha fatto da base ai nuovi provvedimenti coinvolge quasi tutti i principali partner economici degli Stati Uniti e, secondo il Financial Times, riguarda oltre il 99% degli scambi commerciali americani.
Immediata la reazione di Bruxelles. L'Alta rappresentante dell'Unione europea per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha definito «infondate» le accuse rivolte all'Ue, ricordando che l'Europa dispone di una delle legislazioni più avanzate al mondo in materia di tutela dei lavoratori. «Se si confrontano le nostre leggi sul lavoro con quelle degli Stati Uniti, noi abbiamo ferie retribuite e condizioni di lavoro molto buone per i nostri dipendenti. Questa motivazione non ha alcun fondamento», ha dichiarato. Kallas ha annunciato che la Commissione europea chiederà chiarimenti a Washington, sottolineando come Bruxelles abbia rispettato gli impegni previsti dall'accordo commerciale con gli Stati Uniti e definendo i nuovi dazi «una sorpresa negativa». La decisione arriva dopo una nuova escalation della politica commerciale americana: nelle scorse settimane Washington aveva già imposto dazi del 50% su alcune merci canadesi e del 25% su numerosi prodotti provenienti dal Brasile. Per l'amministrazione Trump, le nuove misure «ripristineranno l'equità nel mercato globale per i lavoratori americani» e spingeranno i partner commerciali degli Stati Uniti a eliminare il lavoro forzato dalle proprie filiere produttive. Ma il nuovo fronte aperto con l'Unione europea e con altri grandi partner commerciali rischia di tradursi in una nuova stagione di tensioni economiche e di contenziosi internazionali.
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