Dieci anni fa il rapimento di Regeni: i silenzi e l'amore della famiglia

Domani il decennale del rapimento al Cairo del giovane ricercatore, poi ucciso dal regime. Il docufilm «Tutto il male del mondo» ricostruisce anni di verità coperte e soprattutto l’audacia di una famiglia che non si arrende
January 24, 2026
Dieci anni fa il rapimento di Regeni: i silenzi e l'amore della famiglia
Giulio Regeni
«Ma che cosa ti hanno fatto?». Il grido, soffocato, di Paola Deffendi, madre di Giulio Regeni, la prima volta che vide la salma del figlio all’obitorio dell’ospedale Umberto I, a Roma, è diventato come l’inno di una battaglia, all’inizio familiare ma poi divenuta, per una volta, un patrimonio civile che ha unito il Paese, tinto di quel giallo simbolo della campagna per la verità. Sono passati 10 anni e sembra ieri, tanto la vicenda del 28enne ricercatore universitario di Fiumicello (Udine) torturato e ucciso dal regime egiziano è entrata nel nostro vissuto identitario nazionale, come una sorta di iter di formazione che ha segnato una generazione. In quei 9 giorni tra la sera del 25 gennaio 2016, data della scomparsa nei paraggi della stazione metro di Dokki, al Cairo, e il 3 febbraio, quando il corpo, brutalmente seviziato e nudo dalla cintola in giù, fu ritrovato ai margini di un cavalcavia nella periferia della capitale, è racchiuso «tutto il male del mondo», per usare ancora le parole tragicamente efficaci della madre. Sintesi di una vicenda che sconfina nell’irrazionale. Dopo l’ultimo messaggio sms delle 19 e 41, all’incontro vicino piazza Tahrir con il professor Gennaro Gervasio, esperto di storia egiziana, Regeni non arrivò mai.
Quelle stesse parole ora danno titolo a un documentario di 100 minuti, asciutto e stimolante, che sarà nei cinema (dopo 4 presentazioni in giro per l’Italia, la prima domenica 25 a Fiumicello, al termine di un pomeriggio che vedrà, tra gli ospiti attesi, anche don Luigi Ciotti, Elisa, Pif, l'ex giudice Gherardo Colombo ed Elly Schlein, segretaria del Pd) dal 2 al 4 febbraio, in occasione del decennale, un tempo lunghissimo eppure non sufficiente ancora a chiudere la vicenda giudiziaria, che attende in questo 2026 una parola finale il cui esito potrebbe rimettere in crisi i rapporti diplomatici fra l’Italia e l’Egitto. «L’idea del doc ce l’avevo da prima del Covid – racconta Emanuele Cava, romano di 43 anni, sceneggiatore assieme a Matteo Billi di quest’opera affidata alla regia di Simone Manetti -, quando ebbi un primo contatto con i genitori di Giulio, Paola e Claudio. Un arco narrativo così lungo ha permesso di rafforzare i rapporti, anche con la loro legale, Alessandra Ballerini. L’intento iniziale era di uscire dopo la sentenza, poi la sospensione del processo ci ha dato lo spunto per uscire invece nel decennale. Per dare un segnale forte in attesa della sentenza».
Sì, perché quello della vicenda Regeni è un tempo sospeso: a ottobre 2025 la Corte d’Assise di Roma - dove lungo 27 udienze si stava celebrando il processo in contumacia ai 4 ufficiali della Nsa, i servizi egiziani, accusati della morte di Giulio - ha inviato gli atti alla Corte Costituzionale, chiamata ora a pronunciarsi una seconda volta (era già successo nel 2023 sulla mancata notifica, a causa della non collaborazione da parte egiziana) su una presunta incostituzionalità che avrebbe violato i diritti di difesa degli imputati. È un tempo che pare eternamente dilatato, come dilatati devono essere stati per Giulio quei giorni in una buia prigione del Cairo, strappato ai ritmi normali da quella follia che solo i regimi sanno incarnare. Ed è questo che mostra con efficacia il doc, che non è un film d’inchiesta, ma un racconto che si muove su un doppio registro, affidato sempre alle parole dirette dei protagonisti: quello famigliare, con la voce dolente e pacata dei genitori (e della loro avvocata) costretti - a suo modo altra violenza, questa - ad abbandonare la loro riservatezza per tramutarsi in “guerrieri” per la verità e sfidare una dittatura; e quello storico-politico per spiegare il contesto di cui Giulio è rimasto vittima, affidato ad alcuni dei 40 testimoni sfilati al processo, dai politici dell’epoca (l’allora premier Matteo Renzi e i ministri Paolo Gentiloni e Federica Guidi, che si trovò a guidare una missione italiana al Cairo proprio nel giorno del ritrovamento del cadavere) all’ambasciatore Maurizio Massari.
C’è un termine eloquente che ricorre più volte sullo schermo ed è «paranoia». Quella dei regimi che vedono nemici ovunque, anche dove non ci sono. E che noi «nativi democratici», confessa a un certo punto l’avvocata Ballerini, non arriviamo a comprendere, per quanto assurda sia nel suo svilupparsi. Come nel caso di Regeni, che non era (come qualcuno riteneva) una spia britannica dedita a foraggiare i sindacati più vicini ai Fratelli musulmani, movimento in contrasto col presidente Abdel Fattah al-Sisi, ma un giovane lì spedito dall’università di Cambridge per una ricerca sui sindacati degli ambulanti. Solo la paranoia, appunto, ha potuto trasformare quel volto buono e candido nella maschera tumefatta restituita alla famiglia. Una mutazione avvenuta a cavallo del 25 gennaio (data temuta per le manifestazioni che si ripetevano da 5 anni nell’anniversario della caduta di Hosni Mubarak) e col tradimento di tanti, a partire dal coinquilino che non avvisò Giulio della perquisizione a casa. Un clima omertoso e complice di cui si fecero interpreti i politici (il ministro dell’Interno, Magdi Abdel Ghaffar, arrivò in una conferenza stampa a definire «inaccettabile» l’ipotesi che fosse coinvolto personale della Nsa, la National security) e anche i media locali: colpiscono gli spezzoni di programmi egiziani con conduttori esagitati su questa storia, c'è persino una conduttrice donna che arriva a dire «all’inizio provavo pietà per questo giovane ucciso, ma adesso basta. Anche noi abbiamo un egiziano sparito in Italia. Che cosa volete, italiani? Non rompete, siamo stufi di voi...». C’è spazio anche per l’amarezza, confessata dai genitori, sulla politica italiana rispetto alla quale si sono spesso «sentiti soli», con un unico scatto d’orgoglio quando il governo Renzi richiamò a Roma l’ambasciatore Massari.
A portare ora sugli schermi questo lavoro è Mario Mazzarotto, produttore assieme ad Agnese Ricchi per Ganesh: «Questa è una storia importante – afferma -. Fin dall’inizio la famiglia di Giulio si è affidata esclusivamente a noi. Una fiducia che abbiamo sentito come una grande responsabilità. Pensiamo che ne sia valsa la pena, come cittadini prima ancora che come professionisti». Un cammino che poi, lungo il cammino, è stato integrato dal supporto anche di Domenico Procacci e Laura Paolucci per Fandango.
Il pregio maggiore del doc sta nella chiarezza espositiva attraverso gli atti del processo, necessaria per comprendere la ricerca della verità che da un decennio cozza contro il muro egiziano. Diventa allora un lavoro prezioso il ripercorrere tutti gli snodi, a partire da un filmato di cui si vedono ampie parti: le ultime immagini di Giulio vivo, nel video registrato (a insaputa di Regeni) qualche giorno prima del 25 da Mohamed Abdallah, il capo del sindacato ambulanti che lo segnala agli 007 del Cairo come possibile spia, con tutta evidenza commissionato da un soggetto terzo, tal Pasha, con cui Abdallah parla a fine registrazione. È la prova-regina che scardina quelle zone grigie di cui il caso Regeni resta pieno. Un docufilm, insomma, che aiuta a “fare memoria”, atto che resta sempre un mezzo, il più potente che abbiamo, a fronte di tutte le menzogne di Stato, ovunque nel mondo. Come Paola e Claudio ci ricordano.
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La locandina del docufilm su Giulio Regeni, in uscita nei cinema di tutta Italia dal 2 al 4 febbraio (Ganesh Produzioni con Fandango, in collaborazione con Sky)
La locandina del docufilm su Giulio Regeni, in uscita nei cinema di tutta Italia dal 2 al 4 febbraio (Ganesh Produzioni con Fandango, in collaborazione con Sky)

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