Così a Torpignattara sono stati gli alunni stranieri a salvare la scuola

Padre Gaetano: 
«La presenza straniera, in particolare bengalese, ha consentito di tenere attivo il servizio mensa e aumentato gli iscritti»
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September 22, 2026
Così a Torpignattara sono stati gli alunni stranieri a salvare la scuola
Il doposcuola nei locali della parrocchia/ Mira
A Torpignattara, storico quartiere periferico di Roma, in tutte le scuole la presenza di studenti stranieri è altissima. In particolare nella scuola media, Pietro Mancini si arriva al 65% e ancor di più nella scuola materna. Quasi tutti nati in Italia anche se non ancora cittadini italiani, ma non c'è da stupirsi, non c'è nulla di patologico. Infatti Torpignattara è da anni un quartiere multietnico e multiculturale, con una forte presenza bengalese, sia indù che musulmani, circa 8mila persone. «Per arrivare al 30% annunciato dalla Meloni dove li dovremo mandare? Dovremmo deportare centinaia di famiglie in altri quartieri oppure mandare bambini e ragazzi in scuole lontane», accusa padre Gaetano Saracino, scalabriniano, famiglia religiosa nata proprio con la missione per i migranti, parroco di San Giuseppe Cafasso. Invece proprio la presenza dei piccoli immigrati ha “salvato” la scuola. «La mensa era stata tolta 5 anni fa perché doveva essere adeguata. Non lo hanno fatto dicendo che i bambini stavano diminuendo e questa era una scuola destinata a chiudere, ma quest'anno grazie ai bambini bengalesi è stata aggiunta una nuova sezione». Con soddisfazione per tutti. «La scuola è un diritto, è una necessità. Non ci siamo mai posti la domanda “lo mando o non lo mando” perché c’erano troppi immigrati», commenta una mamma italiana. «E pensi che l’hanno scorso c’erano più domande che posti disponibili, così alcune famiglie hanno dovuto iscrivere i figli in una scuola lontana», ricorda un'altra. Ma ora grazie ai piccoli bengalesi ci saranno più posti.
«Davvero le assicuro che nessuno si è mai lamentato», conferma don Gaetano che oggi sarà nella scuola invitato a parlare di pace. E neanche la presenza di un sacerdote ha provocato problemi. «Siamo tutti credenti e padre Gaetano è un uomo di Dio», riflette una mamma bengalese. È molto forte la collaborazione tra scuola e parrocchia che è proprio di fronte alla Mancini. «Noi offriamo un doposcuola, “aiutocompiti”, che l’anno scorso è stato frequentato da 45 alunni, l’80% stranieri. E sono molto contenti. Ricominciamo il 4 ottobre ma pochi giorni fa alcuni bambini bengalesi incontrandomi mi hanno chiesto “quando ricominciamo la merenda?”, perché prima dei compiti offriamo sempre la merenda». Ma non si tratta solo di fare i compiti. «Che vada incentivato l'italiano per i bambini e i genitori è vero, ed è quello che noi facciamo qui al doposcuola, in accordo con la scuola, dove quest'anno vorremmo provare a invitare anche i genitori. Non è facile, soprattutto con le donne, ma insisteremo». Perché il problema della lingua c’è ma non per i bambini.
«Sono quasi tutti nati in Italia ma ovviamente non sono purtroppo ancora cittadini, però parlano in Italiano benissimo, più che la loro lingua, questo è sicuro. A casa parlano bengalese coi genitori ma a scuola e al parco, con gli altri bambini, bengalesi e non, parlano italiano». Ma i problemi sono altri. Nella scuola non hanno un posto dove fare gli incontri, così la parrocchia ospita anche la festa di fine anno della scuola e le recite, tutto multietnico. «Lo scorso anno la festa è stata dedicata alla diversità. Qui la gente si ritrova, per loro è casa». Come l’oratorio, che accoglie un centinaio di bambini, il 30 per cento non italiani. È stata la risposta anche agli autori di alcune scritte razziste comparse sul muro della parrocchia. «Non si tratta di gente del quartiere. Noi, assieme alla scuola, abbiamo scelto un’altra strada: accettazione dell’alterità, coraggio della convivenza, intelligenza nella condivisione», spiega convintamente padre Gaetano. Iniziative che durano nel tempo. Così lo scorso anno alcuni ex alunni ora universitari hanno organizzato presso la moschea un “open day” per conoscersi meglio. Certo, alcune bambine portano il velo, ovviamente non il burqa, ma nessuno ha mai protestato. «I bambini non dicono nulla». Invece compiono gesti bellissimi. Come i bambini bengalesi e italiani che insieme a scuola aiutano il loro compagno autistico.

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