Chiese, sinagoghe e moschee: come difenderle senza militarizzarle?
Un seminario organizzato da Transcrime ha spiegato alle comunità religiose come proteggersi da atti ostili, vandalismi e discorsi d’odio: «La sicurezza si può garantire nel pieno rispetto dello spazio sacro»

Come proteggere i luoghi di culto, senza militarizzare chiese, sinagoghe e moschee? Una domanda drammaticamente attuale a cui i ricercatori di Transcrime, think tank dell’Università Cattolica, hanno cercato di dare risposte concrete durante un seminario organizzato nell’ambito di Partess, progetto europeo che mira ad aumentare la sicurezza delle comunità religiose in tempi di crescente intolleranza. «In molti Paesi odio e fanatismo hanno prodotto episodi violenti, spesso agevolati dall’impreparazione – spiega Marco Dugato, coordinatore dell’iniziativa di Transcrime – per fortuna in Italia non siamo arrivati a certi livelli, ma l’allarme non va sottovalutato. Prendiamo l’esempio del Ramadan: i fedeli pregano in luoghi inadatti ad accogliere un elevato numero di persone. Gli accessi avvengono in modo incontrollato, non si pensa a fare un’attività di filtro. Lo stesso discorso vale per le chiese, poco sorvegliate. Noi abbiamo provato a individuare soluzioni pragmatiche: la più immediata prevede di mettere una persona all’ingresso. Una figura che accoglie, ma che al tempo stesso controlla chi entra e segnala eventuali individui sospetti». Un approccio “soft” alla sicurezza, però efficace e facile da mettere in pratica anche per comunità piccole e con pochi mezzi. Non una guardia, ma una presenza discreta, che «trasmetta la sensazione di cura del luogo e delle persone che lo frequentano». Poi ci sarebbero le telecamere. «Ma bisogna installarle e utilizzarle con attenzione, perché in gioco oltre alla privacy c’è anche la libertà religiosa. Questioni delicate, ma è necessario fare un salto di qualità per proteggersi al meglio di fronte ad atti ostili che purtroppo, abbiamo visto, sono sempre più frequenti. Cattolici e musulmani (al seminario hanno partecipato anche induisti, ndr) non si tutelano abbastanza, gli ebrei invece hanno un approccio diverso: non dà fastidio la polizia davanti alla sinagoga. E per partecipare alle loro funzioni serve un lasciapassare. Impensabile nelle altre comunità, ma è necessario alzare le difese, senza violare la dimensione del sacro. Porgere l’altra guancia in queste situazioni non va bene, perché può portare a un’escalation della minaccia. È importante non sottovalutare il pericolo». Tenere d’occhio le innumerevoli chiese sparse sul territorio è più che mai una necessità, anche per prevenire furti, vandalismi e atti sacrileghi: negli ultimi due anni in Italia si sono contati 455 episodi, in gran parte in provincia. Rieti, Ancona e Varese sono state le aree più colpite.
Nelle zone meno popolate – osserva Dugato - è più facile introdursi nei luoghi di culto, perché restano aperti senza che nessuno li sorvegli». I problemi di “safety” ci sono però non solo dove si prega, ma anche negli spazi sociali annessi. «Pensiamo a un oratorio, alle diverse persone che lo frequentano, magari di fedi diverse. C’è chi ci va per la catechesi, chi frequenta il bar o, ancora, chi fa sport. Spesso si crea confusione, che finisce per generare tensioni tra portatori di esigenze diverse. Ma basta poco per disinnescarle: una segnaletica adeguata, orari e ingressi differenziati». Il tema incrocia anche la problematica – emersa in certe aree del Nord – della presenza di giovani stranieri che in qualche caso vanno sopra le righe, compromettendo la serenità dei centri giovanili parrocchiali. «Lo scenario è diverso rispetto a 30 anni fa – riflette Dugato – gli oratori hanno un’utenza non omogenea che sempre più spesso risulta in prevalenza non cristiana, mentre gli italiani ripiegano su attività a pagamento. Abbiamo iniziato un monitoraggio per comprendere le dinamiche e proporre anche in questo caso dei percorsi di formazione». Transcrime lancia l’allerta anche su “hate speech” e proselitismo online. «In Rete e sui social girano messaggi violenti amplificati anche dai cosiddetti meme: basta una vignetta per diffondere contenuti tossici. In breve diventano virali, magari esaltando anche le imprese terroristiche». A rischio ci sono soprattutto i giovanissimi. «La radicalizzazione online insidia anche i bambini, perché molti di questi predicatori sfruttano le piattaforme di gaming: accanto ai giochi ci sono le chat, dove gli utenti vengono adescati e coinvolti in discorsi contro le minoranze religiose». In questi casi, i rimedi sono due: denunciare e mettere in circolazione una “contronarrazione”. Ovvero «produrre contenuti positivi, smontare le fake news. Nel caso dell’attentato di Sydney, ad esempio, iniziarono subito le invettive anti Islam. Ma alcuni commenti dimostrarono che in realtà i primi a intervenire contro gli assalitori erano stati proprio dei musulmani».
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