Chi vive ai margini fatica a uscirne. «Servono risposte di sistema»

La nuova ricerca di WeWorld mostra come identità, classe, spazio e accesso al sapere costruiscano le disuguaglianze, in un Paese in cui servono fino a cinque generazioni per abbandonare la povertà e quasi una persona su sei non lavora né studia
April 22, 2026
Chi vive ai margini fatica a uscirne. «Servono risposte di sistema»
Sul marciapiede di una strada dello shopping a Napoli una mendicante, in attesa di offerte, espone un cartello con la scritta "Invisibile" / Ansa
«Chi cresce in una situazione di marginalità ha molta più probabilità di rimanere ai margini. Sono gli stessi sistemi sociali, politici ed economici in cui viviamo a produrli e riprodurli nel tempo perché continuano a fornire risposte ai singoli bisogni, trattati come “emergenza”, o a un singolo target di persone ritenuto più vulnerabile in quel momento, senza considerare il meccanismo che genera esclusione nel suo complesso», spiega così Andrea Comollo, direttore programmi Europa di WeWorld, le motivazioni che hanno spinto la stessa organizzazione italiana a realizzare, “Abitare i margini”, una ricerca che prova a ribaltare la narrazione più comune delle disuguaglianze e, di conseguenza, la risposta politica che non ha mai colmato il divario tra realtà quotidiana vissuta da molti cittadini e principi costituzionali come pari diritti a lavoro, istruzione, casa.
In un’Italia dove quasi una persona su sei non lavora né studia e servono fino a cinque generazioni per uscire dalla povertà, «il concetto di “periferia” non basta più a spiegare le disuguaglianze», continua Comollo, raccontando l’indagine che – oltre a mettere in fila i dati ufficiali sul tema – ha ascoltato oltre 330 persone tra operatori e persone vulnerabili coinvolte nei programmi di WeWorld in quartieri e città come Giambellino, Barona e Corvetto a Milano; San Basilio a Roma; Aversa; Scampia a Napoli; Sant’Elia a Cagliari; fino ad alcuni territori di Bologna e Ventimiglia: tutti contesti accomunati da povertà economica, carenza di servizi, disuguaglianze educative, precarietà abitativa e lavorativa, spesso rafforzate da politiche frammentarie. «L’obiettivo era analizzare come i processi di marginalizzazione si cristallizzino attraverso quattro sfere interconnesse che agiscono contemporaneamente, ossia identità, classe, spazio e sapere. Ad esempio, il fenomeno dell’abbandono scolastico è influenzato dal luogo in cui si vive, aumenta sensibilmente se la famiglia ha un background migratorio, se i genitori hanno un livello d’istruzione più basso e appartengono a una classe economica svantaggiata. In questa situazione il futuro non viene percepito come un campo di possibilità, ma come un binario già tracciato». I dati ufficiali che corroborano l’esempio di Comollo – messi in fila nello studio – sono quelli del tasso di abbandono scolastico in Italia: tra i giovani di 18-24 anni con genitori che hanno al massimo la licenza media, quasi un quarto (22,8%) abbandona la scuola prima di ottenere una qualifica o un diploma. Questa quota scende al 5,3% quando almeno un genitore ha un diploma di scuola superiore e all’1,2% quando almeno un genitore è laureato. Un divario e una trasmissione intergenerazionale che i numeri confermano anche per quanto riguarda il background migratorio e le differenze tra Sud e Nord. «Il tentativo spesso è quello di rattoppare i margini, inglobarli, pulirli e normalizzarli» – aggiunge –, sottolineando invece la necessità di “smarginare”, ovvero trasformare il centro stesso e redistribuire potere e riconoscimento dei diritti, perché «intervenire contro l’abbandono scolastico unicamente fornendo servizi pomeridiani per i compiti, ad esempio, risponde a un singolo bisogno, ma se non si leggono le altre dimensioni non garantiremo un futuro migliore a quel ragazzo, fatto di diritti, servizi e aspirazioni».
Le voci raccolte da WeWorld sul campo danno corpo a queste cifre e all’intersezionalità dei fenomeni, raccontando una mobilità bloccata e la discriminazione già alla nascita declinata su più livelli. «Se tu sei bianco non ti fermano in via Mazzini – dice per esempio una voce raccolta da WeWorld a Corvetto (Milano) –. Questo fa tantissimo sull’identità, sul senso di appartenenza a un Paese». Quartieri, servizi, trasporti e infrastrutture riflettono scelte politiche e investimenti che incidono direttamente sulla possibilità di accedere ai diritti. «È capitato che parlando con ragazze giovani per organizzare visite guidate al centro di Roma, dicessero “Che bello, oggi andiamo a Roma!”, come se il quartiere, invece di essere uno dei Municipi di Roma, fosse un’altra città. Altre volte, alcune donne ci hanno raccontato che, durante i colloqui di lavoro, quando chiedono loro dove vivano, rispondono “Tiburtina” oppure “tra Tiburtina e Nomentana”, consapevoli che dire “San Basilio” potrebbe generare processi di stigmatizzazione a cui sono abituate fin dai tempi della scuola», racconta invece un’operatrice allo Spazio Donna di San Basilio.
A partire dalle testimonianze e dai dati raccolti nell’analisi, la proposta di WeWorld è dunque iniziare a superare i margini con metodo e continuità, facendo tesoro delle buone pratiche del Terzo Settore. Non si tratta di includere passivamente chi vive ai bordi in un sistema che produce ingiustizia, ma di rendere le loro esperienze centrali per ricostruire il welfare di quei territori. «Dobbiamo cominciare a pretendere una risposta sistemica. – conclude Comollo – La richiesta alle istituzioni è che ci sia finalmente una reale coprogettazione, determinata ascoltando direttamente le voci di chi abita i margini».

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