Santo, Andrea, Tommaso: a Palermo ci sono persone oneste che non si sono piegate alla mafia

di Roberto Puglisi, Palermo
Nelle ultime settimane sono cresciute le intimidazioni da parte dei clan, tra racket, incendi e spari. «Non ne possiamo più di sentire la parola pizzo, chi denuncia come noi non va lasciato solo»
Google preferred source
June 21, 2026
Santo, Andrea, Tommaso: a Palermo ci sono persone oneste che non si sono piegate alla mafia
Santo Girgenti, titolare della pizzeria "Ulisse" a Palermo
È una dolce sera di giugno, a Palermo. Si avvertono gli odori del mare, portati da un mite vento di scirocco. La pizzeria “Ulisse”, a Tommaso Natale, è piena di clienti. Non è una pizzeria qualunque. Non sono clienti qualsiasi. È una testimonianza. Qui, il nove giugno scorso, dopo una precedente minaccia, le ombre vigliacche del racket hanno appiccato il fuoco all’ingresso, di notte. L’ennesima intimidazione mafiosa, nella lunga scia di bottiglie incendiarie, colpi di kalashnikov alle vetrine e roghi, che sta minacciando l’estate dei palermitani perbene. La figlia del titolare che abita sopra il locale è scattata e con tempismo ha cominciato a spegnere le fiamme. I vigili del fuoco sono arrivati subito. Ma – raccontano – le finestre del quartiere sono rimaste sbarrate, nell’indifferenza. Come quando, dopo l’omicidio in piazza, in “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia, il panellaro chiede incredulo ai carabinieri: «Perché, hanno sparato?». Anche qui c’è una piazza – piazza Rossi – con “Ulisse” al centro. Santo Girgenti, il titolare, 65 anni, racconta la storia di una dedica. E della sua vita.
«La nostra pizzeria-ristorante esiste da vent’anni – spiega –. Sorge dove prima c’era un frantoio dismesso. Giocavamo qui da bambini. Questi luoghi hanno gli odori della memoria e dell’infanzia. Ho acquistato, mi sono seduto in mezzo al nulla e ho detto a me stesso “nascerà il locale che sogno e sarà come una casa, come una famiglia”».
Santo è un uomo con le mani segnate del lavoratore e lo sguardo buono del bambino che giocava accanto al frantoio, lì dove avrebbe creato un futuro, allora, inimmaginabile. «Tante persone ci sono vicine anche perché, negli anni, si è consolidato un legame affettivo – prosegue -. Quando qualcuno dice “mi sento a casa”, e capita spesso, io sono felice come non mai. La pizzeria si chiama “Ulisse” proprio perché è una meta. Metterla in piedi è stato davvero come tornare a casa mia, nella mia Itaca. Ci siamo sempre comportati onestamente, le persone perbene sono benvenute. Non c’è un’altra strada, se non l’onestà e il rispetto delle regole».
Un sospiro dalla profondità di una lotta: «Tommaso Natale – dice Santo – è un quartiere difficile. La notte dell’incendio, le finestre intorno sono rimaste chiuse, sì. Tanta gente non capisce che cedere al ricatto è una resa, che, se cedi una volta, perdi per sempre la tua libertà. La solidarietà è arrivata da fuori. Dopo qualche giorno, il locale si è riempito nuovamente. Sono venuti famiglie, associazioni, magistrati, politici... Questo ci dà tanto coraggio, non siamo soli. Ma non ci consideriamo eroi. Vogliamo soltanto lavorare in pace, come abbiamo sempre fatto».
I nuovi protagonisti, loro malgrado, della cronaca di Palermo non si sentono speciali. Anche se sono nel mirino, come Tommaso Dragotto, messo sotto scorta dopo i ripetuti attentati incendiari contro la sua concessionaria di auto “Sicily by Car”. Come Andrea Testaverde, giovane e combattivo imprenditore, titolare del “Brigantino”, raffinato ristorante di pesce, nella borgata marinara di Sferracavallo, sfregiato dagli spari del kalashnikov contro vetrata e insegna. «La visita del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, a Palermo, è stata un fatto positivo – dice Andrea –. Sono state promesse risorse e arriveranno. Noi vorremmo che la sorveglianza si concentrasse soprattutto nelle ore notturne, quando quel tipo di reati viene commesso».
«La vicinanza della gente onesta è importantissima e ci ha dato fiducia – incalza Andrea –. Tanti si sono manifestati, in giorni difficili. Non ne possiamo più, a Palermo, di sentire ancora la parola “mafia” o la parola “pizzo”. Chi denuncia non viene lasciato solo, lo Stato c’è. Ecco perché dico che noi commercianti dobbiamo metterci il cuore, il coraggio, l’anima e denunciare i delinquenti che vorrebbero campare, sfruttando il nostro sudore». Sono tante le battaglie, a Palermo, in un frangente complicato. C’è il racket, c’è la violenza, c’è il mercato abusivo degli alloggi popolari, gestito da criminali che “subaffittano” a poveracci e guai se qualcuno non paga. Un assessore comunale, Fabrizio Ferrandelli, è stato minacciato più volte, perché usa la sua delega all’Emergenza abitativa per liberare le case e darle ai legittimi assegnatari. Anche lui è tra gli amici abituali di “Ulisse”. «Io non mi fermo – dice –. Riportare la legalità in certe zone è una priorità. Le minacce ci sono. Andiamo avanti grazie agli onesti che sostengono una giusta causa».
Gli onesti che non rinunciano alla libertà, che dicono no, che non abbassano la testa. Sono loro a reggere il fronte di una resistenza civile. Come i palermitani che mangiano, in tanti, ai tavoli di una pizzeria con il nome di un eroe omerico che, infine, tornò, alla sua Itaca, attraversando i mari e le tempeste. In questa dolce sera di giugno, c’è Costantino Visconti, docente universitario, con una ventina tra studenti e professori della facoltà Scienze politiche. C’è l’attore Salvo Piparo, con la sua compagnia. Ci sono due parrocchie: riempiono lo sguardo e la sala. C’è una Palermo ostinata nella sua forza tranquilla. Non vuole più subire la condanna della paura.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire