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De Biasi e Milano, quelle “scarpe strette” sul tetto del Duomo

Giuseppe Mararazzo lunedì 20 novembre 2023

Guardano Milano dall’alto e l’orizzonte davanti a loro, con i sogni e le speranze di una futura vita insieme. Una coppia in viaggio di nozze, vestita in abiti modesti, si affaccia dal tetto del Duomo, fra le guglie, sotto la Madonnina alla quale affidano il loro amore. Li vediamo di spalle, lui e lei. E lei dopo la salita e la passeggiata e forse le fatiche di quei giorni, si toglie le scarpe. Osserva, composta, a piedi nudi, accanto al suo uomo. «Le scarpe strette», annota Mario De Biasi, con rispettosa ironia. È il 1954 e quella che racconta il grande fotografo di Epoca (e che ha fatto epoca) è una Milano in fermento. Che si è lasciata la guerra alle spalle, si è rialzata dalle macerie e si propone come locomotiva del miracolo economico italiano, punto di approdo per chi ha una meta da raggiungere.

Coppia in viaggio di nozze sulle terrazze del Duomo (“Le scarpe strette”), Milano, 1954 - Archivio Mario De Biasi per Mondadori Portfolio

La Galleria Vittorio Emanuele II, in tutto il suo splendore, è animata da una folla di persone. Mentre appena fuori, nella piazza, e lungo le vie del centro, prende forma quel famoso servizio per il settimanale di fotoromanzi “Bolero Film”, Gli Italiani si voltano, che immortala un gruppo di uomini che osservano Moira Orfei, inquadrata di spalle e vestita di bianco, mentre passeggia. Le persone comuni e la star. In una città che De Biasi usava come set cinematografico per raccontare soprattutto le storie di persone semplici, della ragazza della porta accanto. È il caso della serie di fotografie del 1956 in cui, per documentare la ritrovata normalità dopo gli anni devastanti della guerra, il fotografo pensa di narrare per immagini la giornata di una tipica ragazza milanese, della zona di Lorenteggio (la cui identità è ancora sconosciuta), dal suo risveglio in tutti i suoi riti e ritmi quotidiani, fino alla sera: la colazione, la passeggiata in Duomo, la visita alla Pietà Rondanini, in dialogo con un carabiniere, davanti alla Scala mentre legge il cartellone della Traviata e davanti alle vetrine di un negozio di scarpe e poi di guanti, il pomeriggio a casa, la sera a letto.

C’è tutto il senso di Milano in queste visioni di Mario De Biasi (1923-2013), definito da Enzo Biagi «l'uomo che poteva fotografare tutto». Bellunese di Sois che a 15 anni qui si trasferì e iniziò a lavorare come radiotecnico alla Magneti Marelli, prima di scoprire la macchina fotografica (fra le macerie di Norimberga, in Germania), De Biasi ha fotografato tutto, sì. Ha raccontato la città e il mondo, in maniera versatile, con il suo stile e la sua curiosa umanità. A cento anni dalla nascita, il Museo Diocesano gli dedica – fino al 18 febbraio – una “Edizione Straordinaria” per raccontare il rapporto fra “Mario De Biasi e Milano”. L’esposizione - organizzata e prodotta da Mondadori Portfolio, col patrocinio del Comune di Milano - è curata da Maria Vittoria Baravelli e dalla figlia del fotografo, Silvia De Biasi, custode dell’archivio: 100 fotografie, per la maggior parte vintage, provini e scatti inediti, realizzati in quasi settant’anni.

«Ho sempre seguito l’attività di mio padre - afferma Silvia De Biasi -, sia quando scompariva per mesi girando il mondo come fotoreporter di Epoca sia quando, nelle rare pause del lavoro o dopo il pensionamento, partiva da casa all’alba con un pesante carico di macchine fotografiche e, con la stessa curiosità con cui affrontava un viaggio verso mete sconosciute, camminava instancabilmente per Milano alla continua ricerca di immagini inedite della sua amata città di adozione». Il suo sguardo, «curioso e attento ai dettagli della realtà, ci suggerisce – aggiunge Nadia Righi, direttrice del Museo Diocesano - di guardare con pazienza alla nostra città frenetica, e imparare ad assaporarne la bellezza». De Biasi e Milano, dunque. «Il Duomo, la città, la gente e la moda, senza ordine o punteggiatura - racconta Baravelli - Milano è quinta e campo base, luogo di una danza infinita da cui De Biasi parte per tornare sempre, dedito a immortalare dalla Galleria ai Navigli, alla periferia, una città che negli anni Cinquanta e Sessanta si fa specchio di quell’Italia che diventa famosa in tutto il mondo».

La città che accoglieva tutti, con la certezza che a Milano si poteva fare tutto. Faticare e farcela. Quella che “l’è semper un gran Milan”. Quella che oggi è sì grande e internazionale e attrattiva, ma sta perdendo la sua anima più “popolare”, per pochi e non per tutti, dove è più difficile realizzare i sogni, se non a caro prezzo, più da attraversare che da vivere. E allora la mostra di De Biasi diventa l’occasione per riflettere anche su questo. Con immagini iconiche: la locomotiva a vapore della linea ferroviaria, chiamata in dialetto milanese Gamba de lègn, che dal centro portava a Magenta; o lo stadio San Siro, quello che oggi si vorrebbe abbattere, con i tifosi che andavano con la cravatta, il cappotto e il cappello.

A Mario De Biasi il Comune, nel 2024, trascorsi i dieci anni dalla morte, «intitolerà uno spazio, probabilmente un giardino», ha annunciato il consigliere Luca Costamagna, presidente della Commissione Cultura. «Un luogo di incontro, di relazioni semplici, che si avvicina allo sguardo di De Biasi», dice davanti alla foto di due innamorati seduti sulla statua di Marino Marini sul Monte Stella. «Con un grazie al Diocesano per una mostra che ci aiuta a rileggere la città, rispetto alla narrativa corrente. A riappropriarci delle cose buone degli anni Cinquanta. Non in chiave amarcord, ma di autenticità. In linea con le Sette lettere per Milano del nostro arcivescovo. Perché la fotografia di Milano non può essere una, ma tante». Per guardare ancora Milano dall’alto e dal basso, con occhi sognanti rispetto al futuro, come la coppia in viaggio di nozze sopra il tetto del Duomo.

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