Opinioni

Vocazioni giovani/4. «Volevo imitare il mio parroco, ho incontrato l'amore di Dio»

Matteo Liut venerdì 18 settembre 2020

Jacopo Compagnoni (a destra), con l’amico Simone, morto di Leucemia nel 2013

E poi ci sono le vocazioni “semplici”, nate all’ombra di un altare di paese dalla curiosità di un bambino affascinato dall’ostia consacrata. Un bimbo che poi crescendo ritrova nelle profondità della vita la potenza percepita da piccolo davanti al pane consacrato. Storie che appaiono lineari e ordinarie, ma che in realtà nascondono cammini profondi, fatti anche di perdite e di difficoltà, trascinati da una forza dirompente di cui non si capisce fino in fondo l’origine, ma di cui ci si fida. Come quella di Jacopo Compagnoni, 24 anni, della parrocchia della Madonna dei Monti a Valfurfa, sopra Bormio, estrema appendice nordorientale della diocesi di Como: «La mia storia – racconta il giovane, ormai alla soglia del quinto anno di Seminario – è quella di un bambino di quarta elementare che andando con la nonna a Messa un giorno feriale ha sentito dentro di sé una domanda, una voce che da lì non ha mai smesso di accompagnarlo e spingerlo avanti». Jacopo non sa dire da dove sia venuta questa idea, ma ricorda di aver pensato: «Anch’io vorrei fare come il mio parroco, che celebra la Messa». Al centro di questa spinta c’era l’Eucaristia: «Da lì – prosegue – è nata l’idea di fare il prete, anche se all’inizio non sapevo bene cosa volesse dire. Nel tempo, poi, ho capito che prima di fare il sacerdote era necessario conoscere bene Cristo e il suo amore: a questo sono arrivato grazie al cammino di questi anni, che però ha il suo inizio in quel semplice desiderio di imitare il mio parroco».

Tutto qui? Certo che no, perché quella curiosità iniziale ha spinto Jacopo a fare cose che oggi, a distanza di qualche anno, lo fanno sorridere, ma che a ben vedere sono l’espressione di una sete autentica di qualcosa di grande: «Non sapendo bene a chi rivolgermi – racconta il seminarista – quando ero in seconda media, facevo il chierichetto, davo una mano in oratorio, ero cresimando e ho approfittato della visita pastorale del vescovo Diego Coletti, giunto in Valfurfa per la visita pastorale, oltre che per le Cresime, e gli ho scritto una lettera in cui gli chiedevo di aiutarmi a capire cos’era questa voce che sentivo dentro di me». La risposta fu “galeotta” non solo per le parole rivolte dal vescovo a Jacopo: «Mi ha detto di far crescere l’amicizia con Gesù e per far questo di fidarmi di quelli che avevo accanto, come la mia famiglia. In quel momento mi sono sentito considerato e ascoltato». Con la risposta arriva anche la proposta di seguire degli incontri di orientamento vocazionale una volta al mese al Seminario di Como, a tre ore di autobus da casa: «Gli appuntamenti erano di domenica, durante la mia terza media; prendevo il pullman da solo alle cinque e mezza della mattina per andarci, ma per me era una gioia».

A questo punto il cammino di Jacopo ha incrociato un’iniziativa lanciata dal vescovo e da don Michele Gianola, oggi direttore del Centro nazionale vocazioni. Proprio a Bormio, infatti, ha preso il via il percorso che oggi è conosciuto con il nome di “Sicomoro”, pensato per offrire ai ragazzi delle superiori un’esperienza residenziale di discernimento vocazionale. «Per una settimana al mese dalla domenica sera al venerdì sera, con un gruppo di cinque ragazzi delle superiori, vivevamo assieme a un sacerdote, don Romeo, e a una coppia di sposi, Daria e Roberto: una scelta profetica e innovativa. Per tutti era un’esperienza nuova, che abbiamo costruito nel tempo e che ci ha dato davvero molto anche se basata su una formula semplice fatta di intensa fraternità e condivisione dei gesti quotidiani». Sicomoro, realtà pensata per essere radicata sul territorio senza strappare i giovani dal loro ambiente, da casa, da scuola, dai loro interessi, dimostra tutta la sua ricchezza: «Al termine dell’esperienza – racconta Jacopo – ognuno ha preso la propria strada, chi in Seminario, chi all’università, ma restano ancora oggi forti legami di amicizia. Penso che questa esperienza mi abbia fatto percepire concretamente l’amore di Dio, e mi abbia aiutato ad arrivare a quello che don Romeo mi aveva indicato come obiettivo fondamentale prima di diventare prete, ovvero imparare a voler bene e a farmi voler bene».

Ovviamente la crescita della vocazione di Jacopo è passata attraverso molte altre cose come l’impegno in oratorio, la vita in parrocchia, la banda, il coro. «Ma a farmi capire cos’è l’amore di Dio hanno contribuito anche le difficoltà e le ferite – aggiunge il seminarista –. In oratorio avevo intessuto una profonda amicizia con un animatore, Simone, poco più grande di me; sentivamo che il nostro legame era basato sulla condivisione di valori grandi e lui mi ha fatto capire che non dobbiamo affannarci a cercare di essere perfetti, dobbiamo amarci per quello che siamo, così come fa Dio. Una testimonianza che Simone ha vissuto anche quando nel 2013 si è malato di leucemia: nella malattia ci ha mostrato una fede forte, un rapporto a tu per tu con Gesù. Era lui che ci sosteneva tutti, il gruppo di amici, la sua fidanzata. Dopo la sua morte – prosegue Jacopo – ho sentito ancora più forte il bisogno di tornare ogni giorno alla celebrazione della Messa perché sapevo che lì, incontrando Gesù, avevo la certezza di incontrare anche Simone. Nutrirmi ogni giorno del corpo di Cristo, davanti a cui il mio amico più volte si era commosso meditando l’amore di Dio, mi ha dato la forza e il coraggio di riprendere il cammino e di compiere anche la scelta di diventare prete. Davvero, come diceva Carlo Acutis, l’Eucaristia è l’autostrada per il Cielo. Soprattutto perché già qui, nella vita di ogni giorno, possiamo già sperimentare il Cielo che è l’amicizia viva con Gesù. Questo Simone l’aveva capito bene e ha trasmesso questa certezza anche a me». Un passaggio difficile, che Jacopo ha vissuto anche grazie all’accompagnamento di don Francesco (che nel frattempo aveva sostituito don Romeo): «Il don mi ha aiutato a guardare la sofferenza e la morte con la luce della fede scoprendo così anche nelle pieghe più dolorose della vita la presenza del Padre che è sempre fedele e non ci abbandona mai».

Ed è qui che Jacopo ha risentito in maniera ancora più forte quella “voce” che gli risuonava dentro da bambino, arrivando così, durante gli ultimi anni delle superiori, alla decisione di entrare in Seminario: «La risposta più naturale a quella voce era diventata la scelta di mettermi al servizio dei fratelli donandomi al Signore. Avevo sperimentato il suo amore e ora volevo esserne testimone». La curiosità infantile è maturata fino a generare un’adesione convinta. Oggi Jacopo guarda al suo cammino e coglie un filo rosso nella sua storia, che vorrebbe continuare a seguire anche nel futuro: «Ho alle spalle una grande famiglia, ho due fratelli più grandi, i miei genitori sono entrambi infermieri (e sempre pronti ad aiutare il prossimo), in paese contando solo i parenti più stretti siamo un’ottantina, e sono cresciuto quindi in una forte rete di comunità – riflette –. Anche l’esperienza del Sicomoro, poi, mi ha offerto uno spazio di crescita basato su relazioni ricche e intense, tra fratelli. Mi piacerebbe poter vivere questa dimensione comunitaria anche nella missione che sarò chiamato a compiere tra la gente. D’altra parte penso che la fraternità sia un tratto distintivo fondamentale che agli occhi del mondo ci rende credibili, come cristiani, come apostoli di Gesù e come preti». Sembrava una storia semplice, quella di Jacopo, e invece ha svelato il racconto di un piccolo grande prodigio che rallegra il cuore e dona speranza.

(4 - fine. Le precedenti puntate sono state pubblicate il 4, l’11 e il 22 agosto 2020)