Opinioni

L’addio a Marco Simoncelli e il dolore senza accuse del genitore. Quel papà che ringrazia

Massimiliano Castellani giovedì 27 ottobre 2011
«Penso che un buon cristiano deve essere prima di tutto una brava persona, che non conosce l’invidia e che cerca di non fare mai del male agli altri. E se può, anzi dà una mano al prossimo. Queste sono anche le regole che mi ha trasmesso la mia famiglia». È quanto mi disse Marco Simoncelli l’unica volta che abbiamo potuto parlare tranquillamente, lontani dal rombo di tuono di un paddock e da quei riflettori accecanti puntati sull’erede designato di Valentino Rossi. Al suo fianco stava il “sosia”, l’uomo di domani che sarebbe diventato il "Sic", suo padre Paolo. E lui seguiva l’intervista dalla giusta distanza, quella del "papà di Marco" e non del genitore invasato (quanti ce ne sono in giro...) del campione del mondo della 250 e del futuro talento in ascesa della MotoGp. Come Graziano Rossi con Valentino, è stato Simoncelli senior, appena Marco ha imparato a camminare, a metterlo in sella a una minimoto e a dirgli: «Ora vai, corri e divertiti». Gli ha insegnato che in pista tutto può accadere, che la disperazione e la gioia si sorpassano continuamente. Che si può anche cadere e vedere la morte in faccia, «perché le corse sono le corse», ma un vero pilota è quello che ha il coraggio di rimontare subito e di continuare la sua sfida con lo «spirito del guerriero». E quello spirito, Paolo a quel figlio «duro in pista e tenero nella vita» – come ha detto Valentino – glielo aveva trasmesso nel sangue. Così ora il più grande rimpianto di questo padre rimasto senza il suo ragazzo è che Marco ha voluto essere guerriero fino in fondo, «per tenere su la moto» e continuare la sua gara. In quell’ultimo gesto del “Sic” c’è la voglia di rispettare l’insegnamento paterno. «Papà è la persona che mi conosce meglio e che mi è stato sempre vicino con i suoi consigli e con il grande amore che può avere un genitore per un figlio che deve affrontare le difficoltà e cercare di superarle in fretta, perché in questo mondo delle moto vince chi va più veloce». Disse quel giorno Marco, specchiandosi negli occhi dolci e schietti di papà, orgoglioso del suo "angelo". Ma in quell’ultima curva della sua esistenza Simoncelli ha voluto anche confermare il suo credo: spingersi sempre un metro più in là del limite estremo imposto a ogni uomo. Quella che è stata la sua marcia in più, alla fine forse lo ha tradito, mettendolo di fronte a tutta la limitatezza umana. Nell’infinito in cui starà sgasando, ora sa che non basta essere i più veloci per superare la morte. Un finecorsa precoce e crudele, davanti a due occhi che non avrebbero mai voluto assistere a quel finale. Gli occhi umidi e straziati di un padre che con uno scooter ha corso per riportare disperatamente in vita il suo Marco, ma era troppo tardi. I soccorsi in gara sono stati goffi, come la postura di quel ragazzone di 191 centimetri in sella alla Honda n° 58, ma papà Paolo non accusa nessuno. In un attimo di disperazione come questa, lui e sua moglie Rossella, due genitori che provano l’assurda condizione di sopravvivere a un figlio, potrebbero avercela con il mondo, con un destino incattivito. Invece, con una dignità davvero esemplare, ringraziano per il bene quasi sorprendente che tutti hanno voluto e vogliono al loro figlio. È l’amore che si prova per "uno di noi", dicono i tanti ragazzi, i padri e i nonni che oggi saliranno a Coriano da tutta Italia (e anche dal resto del mondo) per andare a salutare Marco per l’ultima volta. L’ultimo «ciao Sic», al ragazzo che correva da fenomeno, ma che amava solo le cose semplici: giocare con la sorella Martina, andare sulla spiaggia di Rimini, mano nella mano con la «mia morosa, la Kate», accarezzare l’erba e il muso di un cane. Una vita normale, nonostante per mestiere dovesse correre come un folle. «Noi lo abbiamo accompagnato solo in quello che gli piaceva fare», ha detto mamma Rossella. È l’esempio di Paolo e Rossella, uniti nel loro indicibile dolore, ma confortati dalla fede e, forse, dalle parole del poeta: «Muore giovane colui che al cielo è caro».