Opinioni

Crisi alimentare. L'Africa contesa tra le potenze vittima delle tensioni globali

Giulio Albanese venerdì 29 luglio 2022

I grandi della scena internazionale (Usa, Cina, Unione Europea, Russia...) nelle loro dichiarazioni sostengono di voler aiutare il continente africano nel far fronte ai suoi cronici mali, con particolare riferimento ai temi delle disuguaglianze e delle vulnerabilità socio-economiche che condizionano diverse macro-aree africane (Corno d’Africa, Sahel...).

Emblematica è la decisione di Joe Biden di indire per il prossimo dicembre un vertice con tutti i leader africani. Come riportato sul sito della Casa Bianca, il summit si terrà a Washington dal 13 al 15 dicembre 2022. «Il vertice servirà a dimostrare il costante impegno degli Stati Uniti nei confronti dell’Africa – si legge nel comunicato – e sottolineerà l’importanza delle relazioni tra Stati Uniti e Africa e di una maggiore cooperazione sulle priorità globali condivise». Il governo di Pechino non è da meno. Dall’istituzione del Forum sulla cooperazione Cina-Africa, ha offerto un contributo rilevante attraverso le proprie aziende, realizzando in Africa oltre 10.000 chilometri di ferrovia, fino a 100.000 chilometri di strade, circa un migliaio di ponti, altrettanti porti, e anche scuole e ospedali.

A dichiararlo, in questi giorni, è stato il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin, il quale ha precisato che sebbene alcuni abbiano denigrato la cooperazione Cina-Africa, criticando ad esempio la qualità degli interventi eseguiti in questi anni, sono i fatti a parlare. «I popoli africani – ha detto il portavoce – lo sanno più di chiunque altro. La Cina vede sempre l’Africa come un continente con un grande potenziale di cooperazione internazionale».

Secondo uno studio pubblicato dall’Inter Region Economic Network, un think tank con sede in Kenya, grazie a un’inchiesta che ha coinvolto oltre un migliaio di decisori politici di 25 Paesi africani, i progetti infrastrutturali cinesi in Africa sarebbero meglio apprezzati dalle leadership locali rispetto a quelli della Ue in termini di velocità di completamento e affidabilità. Naturalmente Bruxelles non è d’accordo, ricordando che qualche giorno prima dell’invasione russa in Ucraina, in occasione del vertice Unione Europea-Unione Africana del 17 febbraio, ha promesso 150 miliardi di euro per investimenti in Africa, anche se i leader del continente speravano in qualcosa di più, comprese le deroghe ai brevetti sui vaccini e il reindirizzamento di miliardi di dollari di potenziali riserve del Fondo Monetario Internazionale dalle nazioni più ricche a quelle più vulnerabili per aiutare la ripresa dalla pandemia di Covid-19.

C’è, poi, da considerare che gli effetti della guerra in corso nell’Europa Orientale e le conseguenti scelte dei governi della Ue stanno acuendo notevolmente le critiche degli analisti africani. È il caso dell’anglo-nigeriana Nosmot Gbadamosi che, sul giornale online Africa Brief ha criticato la politica energetica europea messa in atto in questi mesi. «I ricchi Paesi europei – ha scritto –, quelli che hanno tentato di fermare il finanziamento di progetti di combustibili fossili in tutta l’Africa, si stanno ora affrettando per assicurarsi il petrolio e il gas del continente».

Nel frattempo il ministro degli Esteri russo Lavrov nel suo tour appena concluso ha cercato di convincere l’Africa a schierarsi contro l’Occidente nella guerra in Ucraina. I Paesi del continente, però, preoccupati per la crisi alimentare, sembrano non volersi allineare apertamente. È evidente che il complesso mosaico della presenza straniera in Africa è oggi la cartina al tornasole degli effetti divisori acuitisi a seguito della crisi che insanguina l’Europa Orientale. In questo contesto, una delle grandi preoccupazioni che assillano i decisori politici africani è proprio quella di evitare di finire invischiati nelle contese tra i principali attori internazionali. Sebbene sia ancora prematuro disegnare i futuri scenari all’interno dei quali si porrà l’Africa, un suo posizionamento dentro un purtroppo possibile nuovo ordine mondiale bipolare (e bellico) minerebbe l’auspicato multilateralismo della fraternità tanto caro a papa Francesco, unica via percorribile per affermare la pace e il progresso.