Opinioni

Il futuro dell’Unione Euro. Il buon regalo della triste Brexit

Giorgio Ferrari martedì 27 novembre 2018

«Un divorzio è una giornata triste, tragica, non un momento da festeggiare». Migliori parole di quelle pronunciate dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker all’atto della firma dell’accordo che sanciva dopo quarant’anni la separazione del Regno Unito dalla famiglia europea non sapremmo trovarne. In effetti non c’è proprio niente da festeggiare, nonostante la soft-Brexit (il divorzio morbido) abbia prevalso su quel no-deal (il taglio netto senza alcun accordo fra Londra e l’Unione Europea) che i più ringhiosi fra gli alfieri del leave – come l’ex ministro degli Affari Esteri Boris Johnson – avevano caldeggiato fino all’ultimo e per il quale non hanno ancora rinunciato ad adoperare ogni mezzo e astuzia per far cadere il Governo di Theresa May.

Il che consentirebbe di rivedere le clausole di quel Withdrawal Agreement che ai loro occhi appare come una vergognosa forma di vassallaggio e che già così potrebbe costare al Regno Unito 3 punti di Pil oltre ai 45 miliardi di euro, l’incertezza sui confini fra le due Irlande e un groviglio tuttora inestricabile di provvedimenti in materia di immigrazione, protezione delle frontiere, naturalizzazione dei residenti e regolamentazione dei permessi di lavoro. I fautori della hard-Brexit sanno che quando verso metà dicembre il Parlamento britannico sarà chiamato a votarlo, almeno una novantina di deputati conservatori sarebbero pronti a bocciare l’accordo, insieme alla massa compatta dei laburisti, seguiti dai nazionalisti scozzesi e – si sospetta – da una parte degli unionisti nord-irlandesi del Dup (grazie ai quali si è retta finora la maggioranza tory). Il che schiuderebbe scenari quasi tutti (a eccezione della cosiddetta opzione norvegese: fuori dall’Europa, ma dentro il mercato unico) pieni di svantaggi: dal crollo della sterlina a un’uscita dalla Ue senza accordo (il famigerato no-deal, appunto) fino all’ipotesi non così remota di un secondo referendum, che potrebbe sovvertire l’esito del primo e che condurrebbe a un’unica raggelante considerazione: quanto tempo, risorse, passione e soprattutto denaro è stato gettato inutilmente? Il che dovrebbe far riflettere tutti coloro che nel divorzio à l’anglaise hanno finora vagheggiato un modello vincente.

La loro è pura illusione (esattamente come lo è stata quella catalana), perché la secessione dalla cosiddetta 'Europa matrigna' sarebbe assai poco remunerativa, in termini sia economici sia politici. Non sanno o fingono di non sapere che il trattamento di favore ottenuto dalla Gran Bretagna allorché nel 1973 entrò a far parte della Cee fu un esito irripetibile: all’epoca gli inglesi chiesero e ottennero deroghe e vantaggi preclusi a tutti gli altri, facendo pesare che quell’adesione avveniva nonostante in Europa vi fossero – così dissero – «Paesi come la Francia in preda alla guerra civile e l’Italia, dominata dall’anarchia», cui seguirono negli anni i famigerati 'rimborsi' thatcheriani e i vari opt out (i principali furono il mantenimento della sterlina, la non adesione all’area Schengen, e l’esonero dalla Corte di Giustizia di Lussemburgo sulla base della Carta dei Diritti).

Non nascondiamocelo, perdere la ganascia troppo spesso ricattatoria del Regno Unito non è necessariamente un male, anzi. Non per nulla esiste anche un risvolto positivo nell’uscita britannica dalla Ue. Quello di aver chiarito all’interno della tormentata famiglia europea cosa sia e cosa dovrebbe essere domani l’Unione Europea. Un’idea irrinunciabile, irreversibile, nonostante le tensioni, le frammentazioni, le spinte centrifughe. Ne è consapevole Emmanuel Macron – secondo il quale alla luce della Brexit urge una «rifondazione europea» a cominciare dall’istituzione di un bilancio comune della zona euro – come lo sono i capi di Stato e di governo di quasi tutti i Paesi membri.

Rifondazione di cui l’Unione Europea ha estremo e urgente bisogno e non soltanto per fronteggiare l’urto dei sovranismi e populismi alle prossime elezioni di maggio, ma soprattutto per ritrovare un’identità comune. Che è esistita e a dispetto degli scettici esiste tuttora, se pure troppo spesso celata dagli egoismi nazionali. E questa ritrovata consapevolezza è forse il regalo migliore che la Gran Bretagna che si congeda poteva farci.