Opinioni

Doveri dei credenti, fobie laiciste. I conti del male

Alessandro Zaccuri martedì 13 gennaio 2015

C'è chi, come Umberto Eco, lo ripete ormai a ogni intervista e chi, come Angelo Panebianco ieri, non esita a metterlo nero su bianco in un editoriale del “Corriere della Sera”: la religione è alla base della strage di Parigi. L’islam in particolare, il monoteismo in generale, questa assurda pretesa di ridurre la molteplicità del reale e delle opinioni a una verità uniforme, unica e immutabile. E in nome di Dio (o, parzialmente attenua Panebianco, «di un pugno di Dei») ci si è sempre combattuti, ci si è sempre uccisi, si è sempre dichiarata guerra. E i conflitti dell’antichità pagana? Non avevano la religione alla loro origine, si ribatte. E la soluzione finale nazista, i massacri comunisti? I totalitarismi, si obietta, sono forme estreme, ed estremamente secolarizzate, di monoteismo. Analisi in apparenza raffinatissima, che pure si adatta alla perfezione allo spartito di “Imagine”, dove già John Lennon invitava a sognare un mondo senza nazioni né religioni e quindi, ipso facto, pacificato. Il cristiano ha le sue buone ragioni per dissentire. La prima è di natura prettamente teologica e riguarda quella zona oscura dell’umanità che Joseph Conrad definiva “cuore di tenebra” e la dottrina ha sempre indicato come peccato originale. Un grumo di mistero rispetto al quale – secondo l’indicazione fornita dal cardinale Jean-Louis Tauran nell’intervista pubblicata sabato scorso qui su “Avvenire” – le fedi religiose sono semmai la soluzione, non il problema. Ma il credente ha un altro motivo per opporsi all’equazione tra monoteismo e violenza, ed è di natura storica, riguarda il cammino di purificazione che la Chiesa stessa ha intrapreso nel corso del tempo e che Giovanni Paolo II volle portare a compimento con la grandiosa richiesta di perdono alla vigilia del Giubileo dell’anno 2000. Gesto all’epoca anche frainteso e perfino contestato, ma che oggi si impone in tutta la sua lungimiranza. Proprio perché hanno sperimentato su di sé la colpa intollerabile della violenza e ci hanno fatto i conti, ora i cristiani possono invitare gli altri credenti a non continuare a cadere nello stesso errore.

È quanto ha fatto ancora ieri papa Francesco, tornando a ribadire che questo nostro tempo, per quanto segnato da orrori e terrori, rimane senza dubbio il «tempo della misericordia». Del resto, per rendersi conto di come l’assolutismo non sia prerogativa esclusiva delle religioni basterebbe osservare con maggior distacco lo scontro in atto. Da una parte sta l’Occidente orgogliosamente e ostinatamente laico (“repubblicano”, si direbbe in Francia), per il quale la libertà costituisce un valore indiscutibile e, per l’appunto, assoluto. Dall’altra parte risponde lo schieramento integralista, che alla libertà non annette alcun valore. Secoli di storia delle idee separano queste due posizioni, secoli che per comodità si potrebbero riassumere nella stagione per certi versi gloriosa dell’illuminismo, ma che fu pur sempre una vicenda di uomini, quindi segnata dal "cuore di tenebra". Prima del terrorismo di al-Qaeda e dello Stato Islamico, c’è stato il Terrore rivoluzionario. Prima delle vignette pubblicate da “Charlie Hebdo”, c’è stato il Maometto messo in caricatura da Voltaire. Non tutti, in queste ore, se la sentono di arruolarsi sotto l’insegna di “Je suis Charlie”. Per motivi diversi, forse riconducibili – come da noi è stato più volte fatto – alla convinzione che la libertà, dono prezioso, esige una dose supplementare di responsabilità. Non di prudenza meschina, non di viltà dissimulata. Gli stessi francesi, in fondo, ne sono persuasi, se proprio ieri hanno reagito con sdegno davanti all’ennesima uscita del comico Dieudonné, noto alle cronache per l’invenzione della quenelle, beffardo saluto nazista alla rovescia. «Je suis Charlie Coulibaly», ha provato a scherzare Dieudonné, mescolando in un unico sberleffo vittime e carnefici. La battuta è subito sparita da Facebook, ora si ipotizza un’incriminazione per apologia di terrorismo. Un limite esiste, dunque, e segnarlo non è solo un’ossessione dei monoteisti. Che tutto questo accada nel Paese che, all’insegna di una “laicità negativa”, più di ogni altro in Europa ha voluto restringere lo spazio pubblico delle religioni è un argomento che potrebbe magari essere accennato in qualche intervista, o sviscerato in qualche editoriale.