Opinioni

L'Italia promuova una Bretton Woods. Eurozona: svoltare ora

Leonardo Becchetti sabato 4 ottobre 2014
Verso la fine degli anni ’60 l’allora leader francese, il "picconatore" Charles de Gaulle con la sua richiesta di convertire il dollaro in oro sancì di fatto l’inizio della fine del Gold Standard, il sistema monetario internazionale in vigore dal dopoguerra fondato sulla leadership americana (fine che di fatto avvenne con la decisione di Nixon del 1971 di porre fine alla convertibilità del dollaro in oro). Oggi la decisione dell’attuale leader francese, il "picconatore" Francois Hollande, di ignorare i vincoli di bilancio europei annunciando di voler rimandare il ritorno del rapporto deficit/Pil sotto il 3% di due anni potrebbe mettere la parola fine al sistema dell’austerità europea fondato sul Fiscal Compact.Ora come allora la decisione della Francia non fa che sancire uno stato di crisi del sistema (e una violazione diffusa delle regole) che perdura da tempo. I Paesi sopra il 3% nella Ue sono molti (oltre alla Francia, Spagna, Grecia, Portogallo, Croazia, Slovenia e persino la virtuosa Polonia), mentre la Germania da tempo viola il limite superiore del surplus di bilancia commerciale.Alcuni dei Paesi in deficit, nonostante si siano sottomessi alla ricetta rigorista fatta di recupero della competitività internazionale attraverso la svalutazione salariale (anzi proprio a causa di essa) si trovano oggi con i conti pericolosamente fuori controllo e con un rapporto debito/Pil in forte crescita tendenziale. È questa la situazione di Grecia, Spagna, Portogallo, ma anche dell’Italia. E la colpa non è soltanto quella dell’errore nelle ricette nazionali ed europee applicate, ma anche del fallimento da parte della Bce (nonostante i suoi meriti nel salvataggio dell’euro nella tempesta speculativa) dell’obiettivo di evitare la deflazione e garantire un’inflazione attorno al 2%. In generale è tutta la politica post-crisi finanziaria globale dell’Ue che è fallita producendo un buco nella domanda aggregata (consumi più investimenti), l’arresto della crescita, la deflazione, l’approfondirsi degli squilibri tra Nord e Sud e, paradossalmente, un peggioramento della situazione del debito che rappresentava l’ossessione e la ragione della severità della terapia del rigore.Il problema di questa fase di declino è che mentre la situazione macroeconomica è profondamente cambiata, l’Ue continua ad essere nella mano di solerti funzionari-vigili che applicano un codice della strada obsoleto. Non si tratta dunque di dare pagelle a chi rispetta più o meno le regole di questo codice. Bisogna scrivere nuove regole e non possono certo farlo i vigili.Ci aspettiamo pertanto che il governo italiano capisca la gravità del momento e non si accontenti di negoziare deroghe ma proponga con forza un momento di verità chiedendo la convocazione di una conferenza per una nuova "macroeconomia civile" nell’Unione Europea. I capisaldi di un nuovo patto costituente potrebbero essere i seguenti:   1) Proseguendo nella direzione presa da Draghi che, rallentato da opposizioni interne, cerca di muovere verso il modello della Fed americana, la Bce si dà l’obiettivo prioritario di combattere la disoccupazione e a tal fine punta ad un tasso d’inflazione uguale o leggermente superiore al 2% con una politica di acquisto di titoli privati e pubblici analoga a quella realizzata dalla Fed "monetizzando" di fatto il debito dei Paesi membri.   2) La stessa BCE si pone l’ulteriore traguardo di realizzare il piano "Padre" (Politically acceptable debt restructuring in the Eurozone) proposto da Wyplosz con un’operazione di ristrutturazione dei debiti dei paesi membri. Ne acquista la quota eccedente il 60% convertendola in titoli senza interesse che saranno ripagati negli anni dalle risorse da signoraggio spettanti a ciascun Paese. Liberando di fatto importanti risorse oggi destinate al pagamento degli interessi e producendo un formidabile stimolo alla domanda interna di tutti i Paesi. Con vantaggi per tutti, Germania inclusa, che vedrebbe aumentare l’acquisto dei propri beni importati dagli altri Paesi membri.   3) In cambio di questi vantaggi macroeconomici i Paesi membri si impegnano a realizzare riforme interne sui principali assi di modernizzazione delle loro economie (infrastrutture digitali, efficienza della pubblica amministrazione e della giustizia, costruzione di un mercato del lavoro con ammortizzatori universali che proteggono la persona e non il posto di lavoro). La violazione degli accordi sul piano di riforme interne produce la perdita dei benefici di cui al punto 1 e 2.   4) Si procede nel frattempo alla costruzione di meccanismi in grado di contrastare le asimmetrie dell’area euro. In primis penalità non solo per Paesi in deficit, ma anche per Paesi in surplus con obbligo di realizzare politiche di rilancio della domanda interna per contrastare le asimmetrie. In secondo luogo un sussidio europeo di disoccupazione come forma di stabilizzatore automatico che preveda in cambio prestazioni sociali o formazione per la rioccupazione e sospensione in caso di non accettazione di posto di lavoro.   5) Varo di una politica fiscale Ue espansiva sulla linea di quanto proposto dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker per sostenere la domanda di investimenti e realizzare infrastrutture fisiche e digitali nei Paesi membri.   6) Ultimo caposaldo, un forte impegno verso l’armonizzazione fiscale e la riduzione delle forchette eccessive nelle aliquote nazionali sulle imprese che producono elusione fiscale e spostamento dei profitti alterando le stesse statistiche sulla crescita. Paradisi fiscali interni all’Unione non potranno essere più tollerati e le pratiche più aggressive andranno considerate alla stregua di aiuti di Stato (come sembra iniziare ad essere l’orientamento comunitario nei recentissimi casi di Apple e Fiat). Un libro dei sogni? No. Piuttosto l’unica direzione di marcia possibile nell’interesse di tutti per realizzare crescita e sostenibilità e arrestare la rotta di collisione che porterebbe inevitabilmente all’aggravarsi degli attuali squilibri ed alla fine cruenta dell’euro. Meglio che i leader europei facciano un’operazione di verità convocando una fase costituente con l’obiettivo di realizzare un sistema nuovo fondato su basi nuove. Già in passato l’Europa ha dato prova migliore di sé in momenti difficili. Speriamo che anche stavolta sia così.