Opinioni

Anche in Italia. Disuguaglianze nemiche pure di clima e ambiente

Francesco Gesualdi sabato 5 giugno 2021

Non sarà certo un caso se nel giro di pochi mesi si è tornati a parlare ripetutamente di tassazione della ricchezza. È avvenuto nel novembre dell’anno scorso, quando il deputato Fratoianni propose un’imposta sui patrimoni superiori ai 500mila euro e avviene oggi con Enrico Letta, segretario del Pd, che propone di rimetter mano alle tasse di successione in chiave di solidarietà intergenerazionale. Segno di come il tema delle disuguaglianze stia raggiungendo livelli di allarme anche in Italia, considerato che negli ultimi trenta anni il divario fra ricchi e poveri è andato allargandosi sempre di più. Paolo Acciari e altri ricercatori hanno appurato che la quota di ricchezza privata posseduta dal 50% più povero (25 milioni di individui) è retrocessa dall’11,7% nel 1995 al 3,5% nel 2016. Nello stesso periodo la quota dell’1% più ricco è salita dal 16% al 22% con beneficio soprattutto per lo 0,01% posto all’apice della piramide, appena 5mila individui, che hanno visto la propria quota crescere dal 1,8% al 5%. Questo, tradotto in termini monetari, rende ciascuno di loro titolare di un patrimonio medio di 83 milioni di euro, un valore 473 volte più alto della media nazionale.

Storicamente la battaglia contro le disuguaglianze è sempre stata condotta dai più poveri, ma per le dimensioni raggiunte oggi, non solo in Italia, ma a livello mondiale, succede che trovi alleati anche fra i ricchi. Per tre ragioni di fondo: economica, sociale, perfino ambientale. Da un punto di vista economico le disuguaglianze preoccupano perché una ricchezza eccessivamente mal distribuita riduce la capacità di acquisto di una fetta importante di popolazione. Ne consegue un rallentamento di vendite che a sua volta si traduce in un rallentamento degli investimenti che a lungo andare provoca stagnazione se non recessione.

Ma le disuguaglianze preoccupano anche da un punto di vista sociale perché si comportano come un acido che corrode la società fino a intaccarne l’anima, intaccando l’anima delle persone. Nel suo volume Why men rebel, il sociologo americano Ted Gurr introduce il concetto di «frustrazione da deprivazione relativa » per descrivere quel sentimento di insoddisfazione mista a risentimento che si prova verso chi ha di più, non per meriti conquistati sul campo, ma in forza di privilegi e posizioni di rendita. E se la rabbia diventa estesa e profonda può sfociare in vere e proprie proteste che a seconda della piega che prendono possono diventare anche violente.

Sorprendentemente, però, le disuguaglianze preoccupano anche per il loro risvolto ambientale, in particolare climatico. Per cominciare va precisato che rispetto alla crisi climatica una responsabilità particolare ce l’hanno le classi agiate. Le Nazioni Unite confermano che il 48% delle odierne emissioni di CO2 sono riconducibili al 10% più ricco della popolazione mondiale. Addirittura l’1% da solo ne emette il 15%, una quota doppia rispetto a quella del 50% più povero che si ferma al 7%. E non stiamo parlando solo di cittadini del Nord del mondo. Ormai quella degli ultraricchi è una categoria trasversale che si estende da un capo all’altro del pianeta. Corrispondente a una cinquantina di milioni di adulti, sono per il 40% statunitensi e il 22% europei, tutti gli altri appartenenti ad altri continenti.

I ricchi hanno un’elevata impronta di carbonio a causa degli alti livelli di consumo, in particolare di energia elettrica e carburante. Da ricerche condotte in Paesi per i quali esistono dati, si scopre che il 10% più ricco consuma circa 20 volte più energia di quella consumata dal 10% più povero. Una sperequazione provocata principalmente dai trasporti: i ricchi viaggiano abitualmente in aereo (sia di linea che privati), possiedono barche a motore e auto di grossa cilindrata. Ed è proprio l’aereo a giocare un ruolo maggiore, come mostrano le statistiche europee. Nell’Unione Europea l’1% più ricco ha un’impronta di carbonio corrispondente a 55 tonnellate l’anno, (11 volte più alta del 50% più povero) ed è dovuta per il 41% all’uso dell’aereo. Dunque, più crescono le disuguaglianze, più crescono i consumi altamente energivori della classe agiata e quindi le emissioni di anidride carbonica. Una più equa distribuzione della ricchezza sarebbe l’unico modo per interrompere questo circuito perverso perché sarebbe il solo modo per provocare uno spostamento dei consumi energetici. Vari studiosi ritengono che se distribuissimo la ricchezza in maniera più equa si ridurrebbe la quantità di energia destinata ai trasporti di lusso mentre crescerebbe quella destinata all’ambito domestico. Quell’ambito, cioè, che usa l’energia elettrica come energia prevalente ormai ottenibile da energie rinnovabili. Ed anche per il riscaldamento è possibile migliorarne l’efficienza a tal punto da poter ridurre l’impronta di carbonio delle famiglie vicino allo zero.

L’abbattimento delle disuguaglianze è un obiettivo non più rinviabile a cui il sistema fiscale può e deve dare il proprio contributo intervenendo con criteri di progressività e cumulo rispetto a ogni tipo di cespite. Non solo i redditi, ma anche i patrimoni e le eredità, tenendo presente, come ha dimostrato Thomas Picketty, che l’eredità è il meccanismo più potente di concentrazione della ricchezza. Secondo gli studi dell’economista, nella Francia odierna ben il 54% di tutta la ricchezza detenuta dalle famiglie è di tipo ereditario. Nel 1990 tale quota ammontava al 34%, segno che le cose stanno peggiorando. Come d’altronde peggiorano in Italia, che negli ultimi anni ha ridotto drasticamente le tasse di successione. È proprio arrivato il tempo di aprire una discussione seria al riguardo.