De Sanctis: «Oltre le medaglie per un’Italia più inclusiva»
Il presidente del Comitato paralimpico italiano: «Le discipline invernali offrono uno spettacolo tecnico di altissimo livello: non parliamo di sport “adattati”»

L’emozione per la rassegna paralimpica in casa e la fiducia nella squadra azzurra, ma anche la determinazione nel lanciare al Paese un messaggio senza sconti: c’è bisogno di un’Italia più inclusiva e consapevole nella diffusione della cultura e dello sport per tutti, con o senza disabilità. Marco Giunio De Sanctis, presidente del Comitato paralimpico italiano (Cip), ci crede: le Paralimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 possono lasciare il segno nella mente e nel cuore della gente.
Presidente De Sanctis, dopo i Giochi olimpici, le Paralimpiadi invernali possono ambire allo stesso successo?
«Le Olimpiadi sono state straordinarie non solo per i risultati sportivi che hanno superato ogni più rosea prospettiva, ma soprattutto per l’organizzazione e la partecipazione popolare, soprattutto alla luce delle critiche che avevano preceduto l’avvio dei Giochi. Abbiamo assistito a prestazioni eccezionali che hanno rafforzato il prestigio internazionale del nostro Paese. Per le Paralimpiadi sarà oggettivamente più complesso replicare quel livello di successo numerico: la nostra delegazione è molto più ridotta e competiamo in sole sei discipline. Tuttavia siamo ottimisti. Il movimento è cresciuto in qualità e consapevolezza e l’obiettivo realistico è quantomeno replicare il risultato di Giochi paralimpici invernali di Pechino 2022, dove abbiamo conquistato sette medaglie».
Che cosa ha fatto il Comitato paralimpico italiano per supportare gli atleti nella preparazione della rassegna?
«Abbiamo investito massicciamente in una preparazione multidisciplinare che coinvolge staff medici, nutrizionisti, preparatori e team manager, consolidando al contempo un profondo senso di appartenenza alla squadra. La componente mentale è oggi decisiva: affrontare una Paralimpiade significa gestire pressioni e aspettative altissime. Siamo consapevoli di chiedere molto ai nostri atleti anche sul fronte della comunicazione; la loro esposizione mediatica è cresciuta esponenzialmente e il nostro compito è proteggere la loro preparazione atletica, poiché l’impegno agonistico resta la priorità assoluta. Tuttavia, non possiamo ignorare che questa attenzione mediatica sia vitale: garantisce la crescita del movimento e offre agli atleti stessi una visibilità che attrae sponsor, permettendoci di reinvestire risorse preziose nella loro preparazione futura. Ma la comunicazione non si deve fermare a questi grandi eventi, serve un’attenzione costante».
Ci sarà una disciplina o un atleta che sorprenderà il pubblico?
«Le discipline invernali paralimpiche offrono uno spettacolo tecnico e atletico di rara intensità: penso alla velocità del para ice hockey, alla perfezione tecnica dello sci alpino o alla resistenza del fondo. Nutriamo grandi aspettative anche per lo snowboard e siamo certi che il curling in carrozzina saprà appassionare il pubblico tanto quanto quello olimpico. La vera sorpresa per lo spettatore sarà la qualità assoluta delle prestazioni: non parliamo di sport “adattati”, ma di competizioni ai massimi livelli mondiali. Puntiamo molto sul debutto paralimpico di Perathoner nello snowboard, oltre che per Jacopo Luchini. Abbiamo altre frecce al nostro arco, ma per scaramanzia preferisco non aggiungere altro».
Quali sono oggi le principali difficoltà per un ragazzo con disabilità che vuole avvicinarsi agli sport invernali?
«Le barriere principali restano i costi elevati, la carenza di impianti accessibili e la necessità di tecnici specializzati. Gli sport invernali richiedono dotazioni tecnologiche e contesti strutturali d’avanguardia. Per questo, la nostra azione si concentra sulla sinergia con i territori per creare poli di riferimento che accolgano i giovani fin dai primi passi».
In che modo il Cip sta dialogando con scuole e istituzioni per promuovere la cultura paralimpica tra i più giovani?
«La scuola è il nostro primo interlocutore per promuovere una reale cultura dell’inclusione. Attraverso incontri tra studenti e campioni paralimpici, vogliamo trasmettere il messaggio che lo sport paralimpico è parte integrante del patrimonio civile del Paese. Investiamo molto sulla formazione dei docenti affinché l’ora di scienze motorie sia un momento di crescita collettiva, evitando che lo studente con disabilità sia un semplice spettatore o venga separato dal gruppo. Attualmente i nostri sforzi sono assorbiti dall’imminente appuntamento paralimpico, ma subito dopo l’evento lavoreremo a stretto contatto con il Ministero e con Sport e Salute per il rilancio dei Nuovi Giochi della Gioventù. Stiamo riprendendo il progetto nazionale didattico dando maggiore rilevanza e peso al ruolo delle società e delle Federazioni di riferimento. Vogliamo che questa manifestazione torni a essere il cuore pulsante dello sport giovanile, garantendo che ogni ragazzo, con o senza disabilità, possa sognare il podio partendo proprio dai banchi di scuola».
La presenza di russi e bielorussi influirà sul clima delle giornate paralimpiche?
«Lo sport ha il dovere di muoversi entro il solco dei valori paralimpici: rispetto, dignità e dialogo. In un contesto geopolitico così frammentato, il nostro movimento può e deve costruire ponti. La posizione del Cip è netta: siamo favorevoli alla partecipazione degli atleti, convinti che non debbano scontare le conseguenze di decisioni politiche dei propri governi. Tuttavia, in linea con quanto espresso nell’Assemblea di Seul dello scorso settembre, avremmo auspicato una partecipazione in veste totalmente neutrale, priva di inni o bandiere nazionali, per preservare l’integrità del messaggio sportivo sopra ogni parte».
In questi mesi di avvicinamento ai Giochi qual è stato il momento più emozionante per lei?
«Ogni volta che incontro gli atleti e percepisco la loro determinazione. Ma in particolare i momenti in cui vedo crescere l’attenzione del pubblico: quando capisci che il Paese sta aspettando questi Giochi con partecipazione autentica, lì senti che qualcosa sta cambiando davvero».
Perché guardare le Paralimpiadi è importante quanto le Olimpiadi?
«Perché parliamo dello stesso livello di eccellenza sportiva, della stessa bandiera, della stessa emozione. Guardare per esempio una gara di sci alpino paralimpico significa assistere a prestazioni tecniche straordinarie, dove il cronometro non fa sconti a nessuno. È sport nella sua forma più pura, con in più una potente lezione di determinazione»
Che cosa le farà dire, a Giochi paralimpici finiti, che l’obiettivo è stato centrato?
«Quando avremo più persone con disabilità praticanti sport, più famiglie che vedono nello sport un’opportunità e più amministrazioni locali che investono in accessibilità, allora avremo centrato l’obiettivo. Le medaglie brillano, ma la vera vittoria è lasciare un Paese più inclusivo e consapevole. Ci sono oltre 1 milione di persone con disabilità che potenzialmente potrebbero fare sport. Penso anche alle disabilità più gravi e all’importanza che lo sport ricopre nelle loro vite».
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