Andrea Maldera, il ct italiano dell'Ucraina: il calcio come missione di pace

Lo ha voluto Shevchenko e dallo scorso maggio il figlio e nipote d'arte della dinastia dei Maldera, nonché ex vice di Roberto De Zerbi, ha iniziato questa avventura. Vive e allena la nazionale a Leopoli
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June 23, 2026
Andrea Maldera, il ct italiano dell'Ucraina: il calcio come missione di pace
Il ct italiano Andrea Maldera con il presidente della federazione calcistica, l'ex Pallone d'Oro Andrij Shevchenko, il giorno della presentazione del nuovo selezionatore della nazionale di calcio dell'Ucraina
«Ogni mattina, alle ore 9, l’Ucraina si blocca. Ovunque tu ti trovi, ti fermi e fai un minuto di silenzio in memoria delle vittime della guerra. Poi riprendi la giornata in cui il cellulare serve per sapere quando e dove i russi potrebbero attaccare. Questa App – mostra il piccolo schermo - ci tiene informati sulle “zone rosse”, quelle più a rischio. E se il cellulare inizia a suonare, allora vuol dire che sta scattando l’allarme aereo anche da noi, a Leopoli, e in caso di attacco si corre ai rifugi che si trovano pure in ogni albergo della città e l’accesso è aperto a tutti, non solo ai clienti». Non è il racconto di un cittadino o di un ufficiale dell’esercito ucraino, ma quello di Andrea Maldera, da maggio scorso nominato nuovo ct della nazionale dell’Ucraina e residente a Leopoli, «per scelta personale, condivisa con mia moglie Benedetta Radaelli , giornalista sportiva di Mediaset. Senza paura, da cuore impavido, è tornato lì dove aveva iniziato il suo lavoro: nel quinquennio 2016-2021 era stato collaboratore tecnico dell’allora ct e genius loci Andriy Shevchenko. Andrea Maldera, milanese classe 1971, appartiene a una dinastia vocata al calcio. Ma il calcio di “poesia” fatto di valori forti che gli hanno tramandato papà Luigi, detto Gino e i suoi due fratelli, gli zii Attilio e Aldo, rispettivamente Maldera I Maldera II e Maldera III. Tutti nati e cresciuti nel Milan, come Andrea, primo ct straniero di questa nazionale ucraina sorta nel 1992. Allenatore in prima al debutto, dopo tanta gavetta svolta nelle giovanili milaniste e poi vice di Roberto De Zerbi, che ha seguito in Premier League, nella stagione magica di Brighton e in quella un po’ meno fortunata al Marsiglia. La terza tappa insieme, se non ci fosse stata la chiamata dell’Ucraina, sarebbe stata Londra, sponda Tottenham che De Zerbi ha appena salvato dalla retrocessione. «Roberto De Zerbi è il miglior tecnico italiano in circolazione, ma l’Italia non gli ha ancora riconosciuto quei meriti che all’estero, Ucraina compresa quando allenava lo Shakhtar Donetsk, hanno compreso subito». Piccolo inciso extra “missione Ucraina”, di cui Maldera ci ragguaglia seduti ad un caffè del suo quartiere, la Maggiolina, di ritorno da Leopoli, dove poi rientrerà a metà luglio per preparare la Nations League.

Maldera, com’è allenare in un Paese in guerra?
«Può sembrare assurdo ma è normale. La forza dimostrata in questi quattro anni di conflitti sanguinosi dal popolo ucraino, che ogni giorno affronta mille difficoltà in maniera eroica, mi consente di lavorare e vivere in condizioni di quasi normalità e mi rende orgoglioso di essere diventato parte integrante della loro comunità. A Leopoli la situazione è un po’ meno dura che nel resto del paese, ma nell’assedio dei primi mesi, nel 2022, comunque qui è stato colpito il Teatro Mariupol che è patrimonio dell’Unesco e venti giorni fa il missile balistico lanciato da Mosca ci ha costretti a trascorrere tutta la notte al riparo nel bunker. È accaduto la notte prima di un incontro con delle scuole calcio».
Un incontro rinviato, immaginiamo.
«Niente affatto. Mentre io ero ancora sottosopra per la notte da incubo trascorsa, i bambini sono arrivati puntuali al campo di calcio e hanno giocato con un’allegria e una spensieratezza che mi ha stupito. Crescendo con le sirene e gli allarmi sono diventati più forti e hanno la capacità di convivere con una tragedia che è tangibile: ovunque ti volti vedi cimiteri a cielo aperto con bandierine gialloblù e foto di uomini, donne e bambini, morti sotto i bombardamenti. Con i ragazzi della Nazionale nei giorni scorsi siamo stati in visita all’ospedale militare e l’impatto emotivo per tutti è stato molto forte. Soldati ricoverati, età media 30 anni, mutilati e con ferite gravi che sperano di tornare alla vita di prima, a una vita normale».
Il calcio può essere una “cura” per sanare un po’ di queste ferite aperte?
«Il calcio è una grande passione che unisce tutti gli ucraini. Molti dei miei calciatori spesso mi fanno assistere alle loro videochiamate con amici che si trovano a combattere al fronte e che fanno il tifo per noi. Nei giorni scorsi li abbiamo resi tutti felici e orgogliosi vincendo l’amichevole in Polonia, 0-2. È stato bellissimo e negli spogliatoi poi si è sciolta quella tensione che ci portiamo dentro ogni volta che si va in paesi come la Polonia, quegli stati di confine che avvertono fortemente la pressione della Russia. Ma il calcio per 90 minuti ha il potere di sospendere questo stato di assedio e far sperare che la normalità possa prolungarsi anche dopo il triplice fischio dell’arbitro».
Dall’entusiasmo che trasmette si capisce che la scelta di Andrij Shevchenko di volerlo come ct è stata quanto mai azzeccata.
«Andrij quando mi ha illustrato il progetto non ho avuto esitazioni ad accettare perché so bene che prima che con il campione (Pallone d’Oro 2004) mi sto confrontando con un grande uomo. Ci conosciamo dai tempi del Milan, con cui ha vinto tutto, e lui sa chi sono. Così dopo averci lavorato a fianco con l’Ucraina e nel Genoa, ora mi ha dato piena fiducia e la possibilità di guidare la nazionale del suo paese che fortemente in lui. Shevchenko sta facendo tanto, sia con la sua Fondazione e come presidente della federcalcio ha dato la priorità all’impegno civile per la causa Ucraina. La sua famiglia vive a Londra da molto prima che scoppiasse la guerra, ma lui è sempre presente e vicino al suo popolo, anche perché sua madre risiede vicino a Kiev».

Alcuni dei suoi nazionali giocano ancora con la Dinamo Kiev.
«Qualcuno è rimasto a giocare in patria con la Dinamo, qualcuno con lo Shaktar, ma il 70% milita nei club all’estero, in Francia, Inghilterra, Turchia, Spagna e un paio in Italia, Dovbyk alla Roma, e Malinovsky al Genoa. Per chi è rimasto in Ucraina il campionato a 10 squadre riprenderà a metà agosto. Non è una situazione facile, tutte le partite si disputano a ovest di Kiev in stadi dove l’affluenza del pubblico è contingentata per motivi di sicurezza e i tifosi, come i calciatori, si devono adeguare allo stato di allerta. Giorni fa, prima della finale di Supercoppa è scattato l’allarme e sono finito a fare l’intervista televisiva nei sotterranei dello stadio».
Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky segue le vicende della sua nazionale?
«Prima dello scoppio della guerra ricordo una videochiamata che fece alla squadra per congratularsi: con Shevchenko ct avevamo battuto il Portogallo di Cristiano Ronaldo per 2-1 e c’eravamo qualificati per gli Europei del 2020 che poi ha vinto l’Italia. Io al presidente Zelensky ancora non l’ho sentito, anche perché ha questioni più importanti da risolvere, ma so che ama il calcio e rappresenta una nazione che vive di sport visto e soprattutto praticato. L’Ucraina nel pugilato vanta il campione in carica dei pesi massimi Oleksandr Usyk e la tennista Marta Kostyuk lo scorso maggio ha vinto il torneo di Madrid».
In finale la Kostyuk ha battuto la russa Mirra Andreeva (fresca vincitrice del Roland Garros) ma a fine match non l’ha salutata. La pace è lontana anche nello sport?
«La speranza che si arrivi presto a un accordo di pace c’è nel cuore di ogni ucraino, ma la realtà è fatta di droni che volano sopra alle nostre teste e del numero di vittime che va aggiornato continuamente. I miei ragazzi nello spogliatoio non parlano mai della guerra, piuttosto attaccano delle immaginette sacre nell’armadietto e pregano in silenzio, come faccio io, perché quest’incubo finisca».
L’Ucraina come l’Italia sta guardando i Mondiali dalla tv.
«La gente anche qui c’è rimasta male per lo spareggio che l’Ucraina ha perso con la Svezia, ma la cosa non ha certo avuto lo stesso impatto mediatico dell’Italia fuori dai Mondiali per la terza volta di fila. Perché il calcio italiano è in crisi? Perché il calcio è sempre lo specchio della condizione sociale che vive un paese. Il calcio giovanile azzurro funziona, l’Under 17 ha appena vinto gli Europei, il problema è che manca, come in passato, quel salto naturale del talento dalla Primavera alla prima squadra. Le riforme dei campionati dovranno puntare a dare più spazio ai giovani dei nostri vivai. E poi, per il ruolo di ct della Nazionale mi piacerebbe che come l’Ucraina ha avuto il coraggio di investire sul sottoscritto, anche la Figc facesse lo stesso con Silvio Baldini che ha dimostrato di essere un ottimo tecnico e un uomo che sa trasmettere i giusti valori a quei giovani sui quali verrà rifondata la Nazionale».

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