Leone XIV: «Scrivere,
atto di verità
e gesto di umanità»

Il papa ha ricevuto in Vaticano un gruppo
di poeti e romanzieri di tutto il mondo
per i 100 anni della Libreria editrice
vaticana. Le parole del pontefice e i commenti degli intervenuti
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June 24, 2026
Leone XIV: «Scrivere,
atto di verità
e gesto di umanità»
Papa Leone XIV con gli scrittori in Vaticano in occasione dei 100 anni della Libreria Editrice Vaticana / Osservatore Romano
In occasione dei 100 anni di fondazione della Libreria Editrice Vaticana, papa Leone XIV oggi ha ricevuto in udienza un gruppo di scrittori e scrittrici da tutto il mondo. Questo l’elenco completo: Eraldo Affinati, Annalena Benini, Enrico Brizzi, Anna Burns, Maria Grazia Calandrone, Adrien Candiard, Mircea Cartarescu, Jean de Saint-Cheron, Sylvain Detoc, Paul Elie, Jonathan Safran Foer, Jon Fosse, Phil Klay, Assaf Gavron, Vittorio Lingiardi, Paolo Malaguti, Colum McCann, Daniele Mencarelli, Julia Navarro, Marilynne Robinson, Igiaba Scego, Eric-Emmanuel Schmitt, Elizabeth Strout, David van Reybrouck, Susanna Tamaro, Alessandro Zaccuri, Lila Azam Zanganeh. A guidarli il responsabile editoriale della Lev Lorenzo Fazzini. Pubblichiamo il testo integrale dell'intervento del pontefice e, di seguito, le interviste ad alcuni degli scrittori intervenuti, a cura di Gianni Santamaria.

Cari amici, sono lieto di dare il benvenuto a voi, scrittori e scrittrici provenienti da tante parti del mondo, convenuti a Roma in occasione del centenario della nascita della Libreria Editrice Vaticana, la casa editrice della Santa Sede, sorta nel 1926. Questa circostanza è propizia per riflettere sull’importanza del libro e dello scrivere, una forma di espressione umana di cui voi siete, con varietà di stili e di linguaggi, maestri e modelli. Scrivere – nel modo in cui voi lo fate – è un atto di verità, di svelamento. Scrivere dice chi siamo, quello in cui crediamo e speriamo, il mondo cui tendiamo, il futuro che sogniamo. In questa tensione al vero sentiamo come la verità sia discreta, si offra a noi nel dialogo interiore con Dio e nel dialogo aperto e rispettoso con il prossimo. «La verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere» ( Magnifica humanitas , 25). Non siamo mai padroni della verità, è lei semmai a “conquistarci”. Per questo vi auguro di essere capaci di suscitare attrazione per la verità, perché voi stessi ne siete attratti. Scrivere, inoltre, è un gesto di umanità. «Sono un essere umano e nulla di ciò ch’è umano lo stimo a me estraneo», argomentava Terenzio ( Il punitore di sé stesso , I, 1, 25). Nella letteratura si dispiega tutto l’arco delle esperienze umane, tanto che Papa Francesco ne ha raccomandato il valore formativo: «Leggendo un testo letterario, siamo messi in condizione di “vedere attraverso gli occhi degli altri” (C.S. Lewis), acquisendo un’ampiezza di prospettiva che allarga la nostra umanità. Si attiva così in noi il potere empatico dell’immaginazione, che è veicolo fondamentale per quella capacità di identificazione con il punto di vista, la condizione, il sentire altrui, senza la quale non si dà solidarietà, condivisione, compassione, misericordia» ( Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione , 34). Nel vostro scrivere storie e nel delineare i vostri personaggi voi vi immedesimate in essi, ne cogliete i punti di vista, le emozioni, i sentimenti, gli atteggiamenti... In questo sta la grande palestra di umanità che voi fate sperimentare ai lettori, perché chi legge, in un certo senso, vive tante vite oltre alla propria. E questo ci aiuta a scoprire le diversità di vedute, a non assolutizzare la propria e a comporre, come in un mosaico, il profilo di quella verità che sempre ci supera. Infine, scrivere ha a che fare con Dio. Può sembrare azzardato dire questo, ma diversi teologi hanno riflettuto e scritto sulla consonanza tra la forma dello scrivere e la rivelazione del Dio biblico. È la struttura stessa della Rivelazione ad autorizzarci in questo: «Per i cristiani – ha scritto il Cardinale Radcliffe – nulla di ciò che è umano è estraneo a Cristo. Ogni tentativo di venire a capo degli interrogativi fondamentali della nostra vita – in quale modo amare, essere giusti, essere liberi, affrontare la sofferenza e la morte – ci aiuta a comprendere Cristo, colui che è il più umano di tutti» (T. Radcliffe, Accendere l’immaginazione , Verona 2021, p. 29). Quando andiamo al fondo della nostra umanità, non siamo distanti da Dio: è lì, nel mezzo di storie molto umane, che Dio si rivela. Il Dio della Bibbia si manifesta nella liberazione dalla schiavitù, nella nascita ormai insperata di un figlio, nell’amore misericordioso e fedele. Parla attraverso fatti e incontri, volti e storie. «Dio opera nella nostra vita attraverso ciò che facciamo e ciò che siamo, e attraverso le molte persone che incontriamo» ( Liberi sotto la grazia , Città del Vaticano 2026, 83). Per questo ripeto a voi, scrittori e scrittrici, ciò che San Paolo VI disse a tutti gli artisti: Abbiamo bisogno di voi, della vostra immaginazione, della vostra fantasia narrativa, della vostra vivacità di pensiero. Ne abbiamo bisogno per creare spazi di libertà e di autenticità, dentro i quali la grazia divina possa far risuonare una promessa di consolazione e di pace. Vi ringrazio per ogni volta in cui avete sparso semi di riconciliazione, di incontro, di amicizia. Per questo vi incoraggio nel vostro lavoro e volentieri invoco per voi e per i vostri cari la benedizione del Signore.

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Elizabeth Strout: «Aprire lo sguardo alla trascendenza»

Elisabeth Strout è autrice di una dozzina di opere, tra cui Olive Kitteridge (in italiano per Fazi), che le è valso il premio Pulitzer nel 2009, e da noi il Bancarella e il Mondello. La sua ultima fatica Things we never say (Le cose che non diciamo) uscirà in Italia a ottobre.
Nelle sue opere temi centrali sono solitudine, la perdite. C’è una dimensione religiosa?
«Parlerei piuttosto di trascendenza. Io cerco che il lettore faccia esperienza della vita in una maniera piò estesa. Che si renda conto che noi ci siamo per breve tempo e che guardi al come viverla con una visione più ampia».
Nei suoi personaggi che tipo di America si riflette? Sia lei che il Papa siete americani, uno di Chicago lei del Maine.
«La terra da cui provengo è molto puritana. Ed è fredda, sia dal punto di vista geografico sia della gente. Le persone sono riservate e molti hanno vissuto così per generazioni e generazioni. Io sono una di queste. Non vedevo l’ora di andarmene. Sono andata a New York City dove ci sono tanti tipi di persone diverse, tanti colori, tante lingue. È stato meraviglioso, Ma ora sono tornata nel Maine».
Nel suo discorso il Papa ha sottolineato il ruolo degli scrittori nel diffondere un senso di verità umanità e anche di comunità.
«Penso che sia disperatamente importante. Lo è sempre stato, ma lo è ancora di può per come le cose stanno andando oggi. Penso che la letteratura, leggere un libro - diversamente da altre forme d’arte come il cinema e la musica - sia l’unico modo reale che una persona abbia di comprendere ciò che avviene nella mente di qualcun altro e di non sentirsi sola».
Cosa pensa dell’impatto dell’IA sulla scrittura creativa. Vede dei pericoli?
«Penso che possano esserci. Spero di no. Ma sembra che possa dirigersi in quella direzione. Quello che auspico è che non si vada oltre, che facciamo un passo indietro e riprendiamo il controllo». (G.San.)

Maria Grazia Calandrone: «L’autore va alla ricerca della profondità dell’altro»

Maria Grazia Calandrone è poetessa, scrittrice, drammaturga giornalista e conduttrice radiofonica. È stata due volte finalista allo Strega: nel 2021 con Splendi come vita (Ponte alle Grazie) e nel 2023 con Dove non mi hai portata. Mia madre, un caso di cronaca (Einaudi). Nei due libri l’autrice racconta l’amore della e per la donna che l’ha adottata e ricostruisce la storia di sua madre suicida.
Scrivere è una forma di ricerca di Dio?
«Non so se sia il modo giusto di dirlo. È una forma di ricerca della verità. Quindi di ricerca dell’altro da sé. Questa è la meta. Quando si scrive, si diventa altro da sé e si cerca la profondità di un altro essere umano. Si adoperano parti di sé per prestarle ai propri personaggi».
Lei ha raccontato la sua esperienza personale. Nei personaggi si scopre anche un po’ la verità su di sé?
«Io ho scritto della mie due madri, più che di me, cercavo la loro verità, il loro modo di essere umane. Nella letteratura, prima che fossero le donne a prendere la parola, la madre era una sorta di icona. Invece credo che amare la propria madre o qualsiasi altra persona, significhi amarla per come è, non per come dovrebbe essere».
In questo senso è emblematico La madre che ti porti dentro di Antonio Franchini. Una specie di resa dei conti anche cruda.
«Franchini è stato uno dei primi a parlarne in quel modo. Insieme a tutta quella verità, viene fuori un amore enorme. Volevo, dunque, scrivere delle mie due mamme: soprattutto di quella che non ho conosciuto, conoscere la sua storia e il motivo per cui ha deciso di togliersi la vita. Ne vedevo solo la superficie».
Un percorso terapeutico?
«Non lo so. Sicuramente aver messo una figura tridimensionale al posto di un’incognita mi fa bene. E fa bene soprattutto ai miei figli».
Fa parte di quel compito della letteratura di trasmettere qualcosa agli altri, spazi di libertà, come dice Leone XIV?
«Spero di sì. Spero che sia vero. Quello che mi preoccupa è che i ragazzi non leggono. Quindi dobbiamo inventare un modo, se la letteratura morirà, per sostituirla nel creare il corpo sociale di cui abbiamo bisogno e che con la letteratura si crea. Oppure portare i ragazzi alla letteratura. Perché in genere si accostano, ad esempio, alla poesia quando vivono un dolore, un lutto, un amore non corrisposto. È uno sfogo. Ma la letteratura non è questo. È un esercizio delirante, ossessivo, bisogna leggere, rileggere e buttare, riscrivere. Tutto ciò richiede una pazienza che adesso non è più data socialmente. Sono date la rapidità, l’immagine, l’esibizionismo, lo stare sul palco. In due, tre decenni, va ritrovato un modo per far risentire le persone parte di un corpo sociale come lo sentiamo attraverso la letteratura.
L’Intelligenza artificiale è un pericolo per la scrittura creativa?
«Non credo che la scrittura sia in pericolo. Il pericolo è che i ragazzi non la riconoscono. E apprezzano più un testo scritto con IA di un testo di letteratura. Bisogna insegnare ad approfondire le fonti. è fondamentale non credere a tutto ciò che ci viene detto e sviluppare il senso critico attraverso la lettura di vari punti di vista, ma sempre basati su una fonte. Non possono essere assunti ciascuno come una verità. La loro fusione per me è la verità umana e probabilmente produce qualcosa che somiglia alla realtà». (G.San.)

Assaf Gavron: «Scrivere libri aiuta a riconciliarsi»

Assaf Gavron ha raccontato il confitto tra israeliani e palestinesi in opere come La mia storia, la tua storia (Mondadori, 2009) e La collina (Giuntina, 2015). Ma è anche traduttore, giornalista, musicista e capitano della Nazionale di calcio degli scrittori israeliani.
La Terra Santa è segnata dalla Bibbia. Qual è la sua importanza nella sua letteratura?
«In Israele la religione è gran parte della vita sociale e può avere effetti sia negativi, se la si usa nel nodo sbagliato, sia postivi, quando viene usata per l’armonia e la pace. Io, che non sono religioso, ma scrivo di Israele e della sua vita di oggi, ovviamente tratto entrambi quegli aspetti. Non direi che i testi sacri siano parte della mia narrazione, ma sono parte di me, della mia formazione».
Il Papa ha parlato di un percorso di verità e umanità attraverso lo scrivere.
«Il discorso mi è piaciuto molto. Mi ha reso orgoglioso di essere uno scrittore. Di avere l’opportunità di diffondere la verità e parlare dei lati positivi della natura umana. Io faccio quello che posso per diffondere la mia verità, umanità e pace».
Cosa significa costruire riconciliazione nel suo paese?
«Gli scrittori scrivono ciò che vogliono e non sono automaticamente rappresentanti di qualcosa. Ma allo stesso tempo hanno la possibilità di ave un’influenza. Specialmente in zone di conflitto, come quella in cui vivo, scrivere libri è un modo di promuovere la comprensione reciproca. Di spingere perla riconciliazione».
Lei è anche un musicista. Come si influenzano le arti nel diffondere senso di umanità?
«Faccio principalmente lo scrittore. Ma la musica è un progetto che va avanti da ben 35 anni della mia vita. Con il mio gruppo abbiamo pubblicato sette album. È una sorta di hobby ma anche un modo per aprire la mente».
Al di là delle polemiche politiche, come possono contribuire i Mondiali alla convivenza tra i popoli?
«Sono emozionato per questi campionati. Per il gioco, ma anche per come la gente si sta incontrando. Tifosi di paesi piccoli e grandi, nordamericani, europei, africani asiatici, molti arabi. È un segno di speranza. Certo, c’è competizione, ma non violenta, come la stiamo vivendo in tante parti del mondo».
Chi vincerà?
«Sono di origini inglesi, quindi tifo per l’Inghilterra. Però penso che forse vincerà la Spagna». (G.San.)

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