Migranti,
Meloni fa sponda con la socialista Frederiksen sulla linea dura. Ma ora la priorità è evitare lo smacco da Berlino

La premier italiana e la leader socialista danese unite sui centri
nei Paesi terzi
e sul «patrimonio cristiano». Tajani e l’omologo tedesco cercano
di evitare strappi sul rispetto delle regole di Dublino
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August 10, 2026
Giorgia Meloni e Mette Frederiksen, insieme per mandare un "messaggio congiunto all'Europa" e dire no a "un'immigrazione incontrollata". Dalla pagina Instagram di Giorgia Meloni
Giorgia Meloni e Mette Frederiksen, insieme per mandare un "messaggio congiunto all'Europa" e dire no a "un'immigrazione incontrollata". Dalla pagina Instagram di Giorgia Meloni
Nel vivo della crisi diplomatica con la Spagna, e punta dagli annunci della Germania circa la volontà di espellere in Italia i migranti che hanno avuto come primo accesso in Europa le coste del Belpaese, l’asso di Giorgia Meloni è una lettera firmata insieme alla premier socialista danese, Mette Frederiksen. Sintesi della missiva: all’Ue serve la linea dura, senza la minima riserva sui «centri di rimpatrio in Paesi terzi», misura che non piace, in Europa, al progressista Sanchéz e al liberale Macron.
La pubblicazione della lettera a doppia firma era programmata, ma alla premier italiana è tornata più che utile, dato che ieri, in sua assenza, avrebbe dovuto passare la giornata a giustificare l’offensiva dei tedeschi, e del cancelliere popolare Friedrich Merz, sull’applicazione delle regole di Dublino. E invece Meloni si preserva il diritto di dettare l’agenda, e con la leader socialista danese dice «no» a una «immigrazione incontrollata». Diverse per formazione politica, le due si dichiarano unite «dal desiderio di difendere l’Europa» dagli «impatti negativi» di flussi fuori controllo. Puntando tutto, appunto, sui «centri di rimpatrio in Paesi terzi», che pure lo stesso Ppe caldeggia.
Meloni e Frederiksen erano state anche le promotrici della lettera di 22 Paesi (Germania inclusa, esclusi invece Spagna, Francia, Portogallo e Irlanda presidente Ue di turno) dopo i fatti di Ceuta. Un testo che aveva contenuti duri, certo, ma sfumati dal riconoscimento alla Spagna degli sforzi compiuti per contenere la crisi. Libere dalla necessità di cercare un consenso più ampio, le due leader, che ormai convocano sistematicamente il tavolo informale sulle migrazioni in tutti i Consigli Ue, vanno oltre quanto controfirmato dai loro 20 colleghi. Non è solo una questione «di sicurezza dei cittadini», argomentano le uniche due donne premier in Ue. Ne va anche di quel «patrimonio culturale cristiano» di cui si dicono «orgogliose», che va «protetto» da chi invece può «cercare di imporci modelli di vita che non condividiamo». In più, sottolineano, «il rispetto delle nostre leggi deve andare di pari passo col rispetto dei valori europei», che si tratti di «migranti illegali» o anche dei «milioni di cittadini stranieri che vivono legalmente nelle nostre Nazioni e in tutta Europa».
Le leader di Italia e Danimarca azionano tutte le leve della retorica anti-clandestini, dall’aumento «della criminalità» alla «crescente pressione sui servizi pubblici» fino alla «erosione della fiducia dei cittadini», senza risparmiarsi di sottolineare quanto sia «grave» quando persone «prive del diritto di rimanere» in territorio europeo commettono «crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali».
Ma il nodo-Germania per Meloni non può sparire. Ed è insidioso. C’è consapevolezza che sulle scelte di Merz pesa l’imminente voto in Sassonia con l’ultradestra di AfD in vantaggio. C’è la consapevolezza che sul punto la Germania ha solide ragioni. Ma nella pratica si tratta di uno smacco. Perciò, quantomeno, serve abbassare i toni ed evitare che la querelle Roma-Berlino venga letta alla stregua di quella Roma-Madrid. Ieri ci sono stati contatti tra i due ministri degli Esteri, Antonio Tajani e Johann Wadephul. Non sarebbe corretto parlare di mediazione, piuttosto l’accordo è tenere i toni bassi, sfumati, alla stregua di una normale e ordinaria questione istituzionale. D’altra parte il 19 agosto, come anticipato da Repubblica domenica, la Germania respingerà in Italia una somala di 22 anni, Abdirisaq Warsame. E lì si vedrà se Tajani e l’omologo tedesco, e i due governi, sapranno gestire il caso senza clamori mediatici.

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