Così il calcio sta cambiando la pelle dell’America
I successi della nazionale statunitense riflettono un fenomeno globale che (in controtendenza rispetto a chi la guida oggi) può contribuire a ridisegnare il rapporto degli Usa con il mondo

C’è una domanda che aleggia su questo Mondiale americano e che va ben oltre il risultato dell'esordio vincente degli Stati Uniti (due successi nelle prime due partite e qualificazione già ottenuta ai sedicesimi di finale). Come è possibile cioè che il Paese che per oltre un secolo ha considerato il calcio nulla più di una curiosità esotica stia diventando una delle realtà più interessanti del panorama mondiale?
La risposta più semplice sarebbe quella sportiva. Negli ultimi vent'anni gli Stati Uniti hanno investito nelle infrastrutture, nei settori giovanili, nella formazione degli allenatori. La crescita della Major League Soccer ha attirato capitali e talenti internazionali. Sempre più giovani calciatori americani si sono trasferiti nei grandi campionati europei, tornando poi in nazionale con un bagaglio tecnico di livello internazionale. Dal milanista Pulisic allo juventino McKennie: 18 sui 26 convocati in nazionale, pari a circa il 69% della rosa, militano in club stranieri.
Nel Mondiale del 1994, organizzato proprio dagli Stati Uniti, i giocatori americani impegnati nei grandi campionati europei erano pochissimi e costituivano l'eccezione. Oggi, invece, il percorso di formazione dell'élite calcistica statunitense passa quasi obbligatoriamente dai campionati più prestigiosi e selettivi come la Premier League inglese. Gli Stati Uniti insomma stanno facendo nel calcio il percorso inverso rispetto a quello compiuto nel basket: se per decenni il mondo è andato in America per imparare la pallacanestro, oggi i migliori talenti americani del soccer vanno in Europa per imparare il calcio e poi riportano in nazionale competenze, cultura tattica e mentalità internazionale.
È forse questo il dato più simbolico del Mondiale: la squadra che rappresenta la prima potenza mondiale è, calcisticamente, una delle più internazionali del torneo. E questo racconta molto non solo dell'evoluzione dello sport, ma anche del cambiamento culturale degli Stati Uniti contemporanei.
Per capire davvero perché il calcio stia crescendo negli Usa però probabilmente bisogna guardare fuori dal campo. Per molti decenni il soccer è stato percepito come uno sport marginale, quasi estraneo all'identità nazionale. L'America si riconosceva nel football, nel baseball e nel basket, discipline che incarnano una precisa idea di competizione, di spettacolo e persino di patriottismo.
Il calcio, invece, era il gioco degli altri. Degli europei, dei latinoamericani, degli immigrati. La crescita delle comunità latinoamericane, africane e asiatiche ha modificato il volto del Paese. Milioni di famiglie hanno portato con sé tradizioni culturali che comprendevano anche il calcio. Quello che un tempo era considerato uno sport straniero è diventato il linguaggio comune di una società sempre più multiculturale.
Se il football è fortemente legato a una tradizione nazionale, il baseball conserva un'aura quasi mitologica, e il basket ha una dimensione globale che resta profondamente radicato nella cultura urbana statunitense, il calcio racconta l’America contemporanea meglio di altri sport. E rappresenta un punto di incontro tra identità diverse.
Basta osservare la composizione della nazionale. Molti giocatori hanno storie familiari che attraversano continenti, culture e lingue differenti. Figli di immigrati europei, africani o latinoamericani, incarnano un'idea di cittadinanza che non si fonda sull'omogeneità, ma sulla capacità di integrare differenze.
Usa, Messico e Canada: per la prima volta nella storia il più importante evento calcistico del pianeta viene ospitato da tre Paesi legati da intensi rapporti economici e umani, ma anche da tensioni politiche e sociali. Ogni giorno milioni di persone attraversano quei confini per lavorare, commerciare o cercare una vita migliore. Il calcio diventa così il linguaggio comune di un continente attraversato da forti divisioni.
Esiste poi un aspetto economico importante. Per anni gli osservatori hanno ripetuto che il calcio non avrebbe mai conquistato il mercato americano. Le ragioni sembravano evidenti: poche interruzioni pubblicitarie, risultati spesso equilibrati, un sistema di campionati difficile da comprendere per il pubblico statunitense. La realtà invece ha smentito queste previsioni. Le televisioni registrano ascolti crescenti. Gli stadi della Major League Soccer si riempiono. Le grandi aziende investono nel settore. L’arrivo di campioni internazionali ha aumentato ulteriormente l'interesse. E il Mondiale rappresenta il punto di arrivo di un percorso iniziato molto tempo fa.
Ma la crescita del soccer produce anche conseguenze politiche, almeno nel senso più ampio del termine. Lo sport riflette una trasformazione del ruolo americano nel mondo. Per decenni gli Stati Uniti hanno interpretato la globalizzazione come un processo di diffusione dei propri modelli culturali. Oggi il calcio racconta una dinamica diversa. È l'America che - in netta contrapposizione con chi la sta guidando attualmente - accetta di partecipare a una cultura globale già esistente, adattandola alla propria realtà senza pretendere di reinventarla completamente.
Il calcio è probabilmente il fenomeno culturale più universale del nostro tempo. Unisce ricchi e poveri, grandi metropoli e piccoli villaggi, Paesi democratici e autoritari. Anche per questo il Mondiale assume una dimensione di “soft power”.
Naturalmente sarebbe ingenuo pensare che lo sport possa cancellare le tensioni sociali e politiche che attraversano il Nord America. Le questioni legate alle migrazioni, alle disuguaglianze e ai conflitti identitari rimangono aperte. Mentre altri linguaggi sembrano accentuare le divisioni però, il calcio continua a proporre un'esperienza di comunità. Insegna che il talento individuale ha bisogno del gruppo, che la vittoria richiede collaborazione e che il risultato dipende dalla capacità di mettere le proprie qualità al servizio degli altri.
Non è un caso che molti sociologi considerino il soccer uno degli strumenti più efficaci di integrazione nelle periferie urbane americane. Alla fine, forse, il vero significato dell'esordio vincente degli Stati Uniti racconta qualcosa di più profondo. Racconta un Paese che sta cambiando pelle. Un'America che, senza rinunciare alla propria identità, sembra meno interessata a distinguersi dal resto del mondo e più disponibile a condividere simboli, passioni e linguaggi comuni.
Il calcio non sostituirà il football americano, il baseball o il basket. Non cancellerà le differenze culturali di un continente immenso. Ma potrebbe contribuire a costruire un'identità nazionale più inclusiva e, forse, una diversa idea del rapporto tra gli Stati Uniti e il mondo.
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