Tredici Pietro: «Il coraggio di cadere e risalire»
Con “Uomo che cade” il rapper debutta a Sanremo con un brano di rara finezza che trasforma la fragilità in forza. «La mia generazione deve liberarsi dalle aspettative»

C’è un’immagine che attraversa come un filo rosso il debutto sanremese di Tredici Pietro: quella dell’uomo che cade. Non un eroe invincibile, non un vincente da copertina social, ma un giovane che accetta la vertigine dell’errore e ne fa materia poetica. Ancora non è entrato nel grande frullatore del Festival di Sanremo, ma il cantautore e rapper bolognese – al secolo Pietro Morandi – sa già che sarà «una cosa bellissima, perché è una scintilla di vita».
Arriva alla 76ª edizione forte di un tour sold out e di collaborazioni che hanno segnato il suo percorso, da Fabri Fibra a Mecna. Ma il brano che porta in gara, Uomo che cade, scritto insieme ad Antonino Dimartino e composto con Marco Spaggiari, non è un semplice tassello di carriera. È una dichiarazione d’intenti. Un rap estremamente raffinato, che sorprende per il cambio di ritmo, per il groove ricercato, per un’apertura melodica che squarcia le strofe più introspettive come una finestra spalancata dopo una lunga permanenza in una stanza chiusa.
C’è una costruzione musicale che parla già da sola: le strofe sono raccolte, quasi cavernose, scandite da un flow misurato che intreccia hip hop e R’n’B, mentre il ritornello si apre in una dimensione melodica ampia, luminosa, dove la voce si distende e si fa racconto. Non è solo una scelta stilistica, ma narrativa: dalle ombre alla luce, dalla paura all’azione. «Tentare non nuoce – racconta – ma a quanto pare la mia generazione sente il dolore del tentare. Deve provare ed è bloccata dalle infinite possibilità e aspettative del mondo attorno. La sofferenza, la depressione, che è il punto finale, io l’ho lanciata via, la negatività è nel non agire. Ma non abbiamo altro che il nostro corpo e il nostro libero arbitrio». Attraverso una storia d’amore, un racconto personale, Tredici Pietro ha cercato un significato più ampio: «Accettare la caduta è la cosa più complessa dell’oggi perché abbiamo sogni più grandi di noi e non possiamo accettare che non arrivi tutto e subito».
È qui che il rap di Tredici Pietro si fa testimonianza generazionale. Non c’è rabbia urlata, ma un’urgenza pensata. Non c’è provocazione fine a se stessa, ma un lavoro di cesello sulle parole. È un brano che chiede ascolto, che invita a entrare nelle pieghe di un disagio diffuso: la paura di non essere all’altezza, di dover sempre performare. E di questi tempi (il tonfo clamoroso del campione del mondo di pattinaggio Ilia Malinin alle Olimpiadi invernali docet). «Questa performance richiesta a tutti noi, questo dover tenere sempre il livello alto, è una fregatura», dice senza giri di parole. «Non facciamoci fregare da quello che ci mettono davanti agli occhi».
In un tempo in cui la viralità può trasformare un errore in stigma, la “figuraccia” diventa parola chiave nel brano in gara a Sanremo. «È dolce e bambinesca», la definisce, citando quel verso – «E faccio un’altra figuraccia, come un bambino scivolato in una piazza» – che ha scelto anche per annunciare la sua canzone. L’immagine è quella del bambino che cade, si sporca, forse piange, ma poi si rialza. Fare un’altra figuraccia è essenziale, dice, perché solo così ci si corregge, si cresce, si impara. In controluce, c’è una critica a un mondo che espone tutti alla gogna del giudizio permanente, dove anche una persona anonima può sentirsi costantemente sotto i riflettori.
Uomo che cade dialoga idealmente con l’album Non guardare giù, diventato virale su TikTok con LikethisLikethat, oltre 13mila utilizzi del suono. Il 27 febbraio esce Non guardare + Giù, una edizione speciale che include, oltre alle tracce originali, La fretta e il brano sanremese. «Non lo chiamerei un repack – spiega – è come se volessi chiudere con me stesso questo ciclo di scrittura». Due concetti che si parlano: non guardare giù quando stai per crollare; accettare che cadere è inevitabile se si decide di fare qualcosa. Per vincere una volta, bisogna perderne dieci.
Anche la scelta per la serata cover si lega a questo immaginario. Tredici Pietro porterà Vita, scritta da Mogol e Mario Lavezzi e resa celebre nel 1988 da Gianni Morandi insieme a Lucio Dalla. Accanto a lui Galeffi, Fudasca & Band. Un brano che parla di amicizia e di resistenza alla disillusione, e che per lui ha un valore personale: «È il mio inconscio ad averla scelta», confessa. «Vita in te ci credo, canterò: e ci credo davvero». Non poteva essere altrimenti per il figlio di Morandi, cresciuto in una casa dove la musica è racconto di vita prima ancora che mestiere. «E’ come se il mio brano tentasse di comunicare con quello statuario scritto dal grande Mogol: è il mio brano preferito della discografia del signor Morandi, che è mio padre, cantato con Lucio Dalla - racconta -. In un palco che oggi racconta anche la storia del mio babbo, oggi mi sembra giusto portarlo con i miei fratelli musicali, un brano che parla di vita e amicizia, di rivalsa nei confronti dell’energia che ti abbatte nella vita. Questo uomo disilluso , sciupato dalla vita, che decide di credere nella vita nonostante la negatività. Sento quasi la responsabilità di portarlo all’Ariston».
Eppure, non c’è ombra di facile ereditarietà in questo percorso. Anzi, per anni Tredici Pietro ha rifiutato l’idea stessa di Sanremo, anche per prendere le distanze da un mondo che sentiva troppo vicino. Oggi lo vive come un passaggio di crescita, con pragmatismo: «Nessuno vuole sfigurare e tutti vogliono vincere, ma ci sono tanti modi per vincere». La vittoria, sembra suggerire, non è solo una classifica. È esserci, con autenticità.
Nel panorama di un festival sempre più aperto ai linguaggi urban, Uomo che cade si distingue per eleganza e profondità. Non è un rap gridato, ma meditato; non è un esercizio di stile, ma un racconto che alterna tensione e respiro, chiusura e apertura, ombra e luce. Un brano che mette al centro la fragilità come forza, la caduta come passaggio necessario. E che consacra il cantautore 28enne come una delle penne più interessanti del panorama attuale.
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