Dal Libano una danza di vita sotto le bombe
Alla 28ª edizione il Suq Festival di Genova il coreografo libanese Bassam Bou Diab nello spettacolo “Under the Flesh” esplora le reazioni del corpo alla guerra

«La conoscenza reciproca è il primo passo verso la pace». È una frase semplice, quasi disarmante nella sua evidenza, quella che accompagna da ventotto anni il cammino del Suq Festival di Genova. Eppure mai come oggi, mentre i conflitti incendiano il Mediterraneo e il Medio Oriente, suona necessaria. Lo ricordano le direttrici artistiche Carla Peirolero, ideatrice e fondatrice della manifestazione, e Bintou Ouattara, che hanno scelto per questa edizione il tema “Attraversare i confini”. Fino al 24 giugno, la Piazza delle Feste al Porto Antico si trasforma così in una grande agorà multiculturale dove parole, spettacoli, musica, incontri e sapori invitano a guardare oltre le frontiere geografiche e mentali. Un messaggio che attraversa anche il cartellone teatrale: le stesse Peirolero e Ouattara saranno protagoniste il 23 e 24 giugno al Teatro della Tosse di Ballata della donna e del soldato, versi e canzoni contro la guerra da Bertolt Brecht e altri autori, ideato da Carla Peirolero con drammaturgia e regia di Eva Cambiale.
Ma i confini che il Suq attraversa non sono soltanto quelli tra i popoli. Sono anche quelli che separano la pace dalla guerra, la paura dalla speranza, la memoria dalla possibilità di rinascere. Per questo uno degli spettacoli più intensi della rassegna è arrivato dal Libano, paese che da decenni vive dentro una storia segnata da conflitti, occupazioni e fragili tregue.
Sul palco del Porto Antico il coreografo e performer Bassam Abou Diab lunedì sera ha presentato Under the Flesh (Sotto la carne), una performance che colpisce per la sua essenzialità e per la forza con cui il corpo diventa racconto. Accompagnato dai tamburi di Ali Hout, l’artista alterna narrazione, danza contemporanea e dabkeh, la tradizionale danza popolare araba, costruendo una sorta di autobiografia della guerra. Non una denuncia gridata, ma un percorso che passa attraverso i ricordi, le paure infantili, l’ironia e perfino il desiderio di continuare a vivere.
Abou Diab, quarantadue anni, ripercorre le guerre che hanno scandito la sua esistenza. La prima è quella vista con gli occhi di un bambino che sogna di trasformarsi in Superman per sfuggire agli aerei e alle bombe. Poi arrivano il 1996, il 2000, il 2006, fino ai conflitti più recenti. A sorprendere non è solo il dolore evocato, ma il modo in cui viene raccontato. L’artista mette in scena le sue improbabili “tecniche per sopravvivere alle bombe”, trasformando il trauma in un gesto ironico che non cancella la sofferenza, ma le impedisce di avere l’ultima parola.
«In questa performance uso l’immaginazione come resistenza», racconta ad Avvenire l’artista. «Quando la realtà diventa troppo pesante e senti di non poter fare nulla di fronte alla macchina della guerra, l’immaginazione diventa un modo per continuare a esistere. Anche l’umorismo è una forma di resistenza. A volte cerchiamo di sorridere davanti all’assurdità della situazione, come se per un momento non la prendessimo sul serio».
La sua ricerca artistica nasce proprio da questo rapporto tra memoria e corpo. Formatosi come attore all’Università del Libano e successivamente approdato alla danza contemporanea, Abou Diab ha sviluppato un linguaggio personale che intreccia teatro fisico, ritualità arabe e movimento. Nel 2021 ha fondato il Beirut Physical Lab, centro dedicato ai giovani artisti della danza e del teatro fisico.
«La maggior parte del mio lavoro si basa sul corpo come archivio», spiega. «Lavoro con i ricordi, con la memoria collettiva, con le tracce che gli eventi lasciano nei corpi. Uso il testo, la musica, la narrazione, ma il corpo resta sempre il centro di tutto. È attraverso il corpo che cerco di raccontare come gli esseri umani affrontano la guerra, i regimi, il conservatorismo, i pericoli».
Parole che acquistano un peso particolare pensando che l’artista continua a vivere a Beirut. Nato nel 1984 durante la guerra civile, ricorda di essere venuto al mondo in un ospedale dove erano ricoverati anche i feriti del conflitto. Oggi la guerra è tornata a bussare alla sua porta.
«Beirut è una città molto piccola e il pericolo è sempre vicino», racconta. «Sento le bombe cadere vicino a casa mia. Non sappiamo mai dove colpiranno. Viviamo nell’incertezza. Ricordo un giorno in cui sono cadute cento bombe in dieci minuti, distruggendo edifici e uccidendo persone. Viviamo sempre tra la vita e la morte. Non c’è nulla di garantito».
Nelle sue parole non c’è però solo la cronaca dell’emergenza. C’è anche una riflessione più profonda sulla storia del Libano. «È un paese meraviglioso, ma segnato da conflitti continui. Questa regione è sempre stata attraversata dalle grandi potenze. Le occupazioni e le colonizzazioni hanno lasciato ferite profonde. E quando una guerra finisce, il dolore resta nei corpi delle persone».
È proprio il corpo, infatti, a custodire le conseguenze più invisibili dei conflitti. «A volte non capisci subito cosa sta succedendo», osserva. «All’inizio il corpo reagisce in modo molto forte. Poi ti abitui. Ma dopo scopri dolori ovunque, contrazioni muscolari, tensioni profonde. Il trauma resta dentro e prima o poi emerge. In Libano non abbiamo mai avuto il tempo di guarire davvero dalle guerre precedenti».
Eppure, paradossalmente, la risposta a quella violenza può essere ancora il movimento. Può essere la danza, la festa, il desiderio ostinato di stare insieme. «Quando vedi le persone ballare in modo sfrenato o fare festa, anche quella è una reazione alla paura», spiega. «Quando vivi costantemente in pericolo, reagisci in modo estremo. È un modo per affermare la vita».
Forse è proprio questo il cuore di Under the Flesh. Non la rappresentazione della guerra, ma la ricerca di ciò che sopravvive alla guerra. Attraverso una danza che unisce tradizione e contemporaneità, memoria e presente, Bassam Abou Diab mostra come il corpo possa diventare insieme archivio del dolore e strumento di guarigione. Un messaggio che al Suq Festival trova la sua casa naturale: perché attraversare i confini significa anche riconoscere nell’esperienza dell’altro qualcosa che parla profondamente di noi stessi.
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