Con Novara la pedagogia si fa teatro: «Educare non è improvvisare»

In “Non mi somiglia per niente” il pedagogista smonta, con ironia e storie vere, le fragilità educative dei genitori contemporanei contro il narcisismo
Google preferred source
May 21, 2026
Con Novara la pedagogia si fa teatro: «Educare non è improvvisare»
Il pedagogista Daniele Novara in scena al Teatro Santa Giulia di Brescia
Portare la pedagogia a teatro. Mettere in scena quarant’anni di esperienza educativa e trasformarli in un racconto ironico, diretto, a tratti persino spiazzante, sulla fragilità dei genitori contemporanei e sul bisogno - sempre più diffuso - di controllare i figli invece di accompagnarli nella crescita. È la scelta controcorrente di Daniele Novara, che ha debuttato lo scorso 15 maggio al Teatro Santa Giulia di Brescia e si prepara a replicare il 26 al Teatro Gioiello di Torino con il suo Non mi somiglia per niente. Come rovinare i figli in 10 mosse . Uno spettacolo-talk in cui il pedagogista piacentino attraversa dieci quadri teatrali che ruotano attorno a storie vere e situazioni quotidiane d’empasse familiare per provare a rispondere in modi diversi alla stessa, fondamentale, domanda di fondo: che cosa accade quando i figli smettono di essere persone e diventano proiezioni delle aspettative adulte? È lì, secondo Novara, che si annida una delle grandi fragilità educative del nostro tempo: «Non l’essere madri o padri troppo severi, tutt’altro. Piuttosto il tentativo continuo, quasi ossessivo, di piacere ai propri figli».
Professore, ha passato una vita nelle scuole, nei consultori pedagogici, tra libri e conferenze. Perché adesso il teatro?
«Il teatro è il luogo che meglio riesce a fare da specchio alla nostra vita e alle nostre contraddizioni. Non vado sul palco a fare una lectio magistralis o una Ted Conference pedagogica, ma uno spettacolo vero e proprio. Il codice artistico permette di entrare nei problemi senza aggredirli frontalmente. E uso il registro dell’ironia, della leggerezza: è ciò che aiuta a ridere delle nostre disgrazie, delle insicurezze educative, delle fragilità che spesso i genitori fanno fatica persino ad ammettere. Oggi viviamo immersi nei videoschermi e nei social, in un mondo rapidissimo, iperconnesso e però spesso povero di esperienza reale e di profondità relazionale. Il teatro, invece, obbliga alla presenza, all’ascolto reciproco, a una dimensione viva e concreta. Le persone non vogliono più semplicemente ascoltare qualcuno che parla: vogliono vivere un’esperienza. E il teatro riesce ancora a creare questa possibilità».
Il titolo dello spettacolo - Non mi somiglia per niente - sembra quasi una critica al narcisismo contemporaneo della genitorialità. Abbiamo smesso di generare figli e cominciato, piuttosto, a “progettare” estensioni di noi stessi?
«Il narcisismo è l’aria che respiriamo. Io appartengo a una generazione che ha visto il passaggio dalla società dell’appartenenza a quella dell’affermazione individuale. Questo ha portato libertà importanti, ma anche conseguenze problematiche. Una delle più evidenti è l’idea che basti “essere se stessi” per educare bene un figlio. Come se l’educazione fosse qualcosa di spontaneo, naturale, automatico. Non è così. Educare richiede organizzazione, decisioni, rituali, capacità procedurale. Oggi molti genitori immaginano figli che debbano somigliare alle loro aspettative, assorbire il loro modo di essere. Ma i figli non sono estensioni dei genitori. Sono persone nuove, imprevedibili, diverse. E questa differenza va accolta, non corretta».
Lei sostiene spesso che il rischio educativo del nostro tempo non sia l’autoritarismo ma il bisogno dei genitori di essere amati dai figli…
«È esattamente così. Fino agli anni Sessanta i figli dovevano adattarsi ai genitori, alle esigenze economiche e ai destini familiari. Oggi il movimento si è rovesciato: sono gli adulti che si modellano continuamente sui figli. Nel mio ultimo libro ho usato la figura del “papà peluche”, il padre ridotto a figura ludica e servizievole, quello che entra in scena solo per giocare, divertire e compiacere. È un modello disfunzionale quanto quello autoritario del passato, perché soffoca le autonomie. I figli non hanno bisogno di genitori perfetti o servizievoli. Hanno bisogno di adulti affidabili, capaci di mettere confini chiari e anche di tollerare il conflitto».
Eppure oggi il conflitto sembra diventato quasi insopportabile dentro le famiglie.
«Perché viviamo in un’epoca che tende a sterilizzare ogni attrito. Ma i bambini e gli adolescenti sono per natura dissonanti: piangono, protestano, fanno capricci, si allontanano. È il loro modo di crescere. Il problema è che molti adulti contemporanei fanno fatica persino a sopportare il pianto infantile. Figuriamoci l’opposizione adolescenziale. Nelle ricerche che conduco da anni emerge chiaramente che i genitori più fragili sono quelli meno attrezzati nella gestione dei conflitti, non solo in famiglia ma nelle relazioni in generale. Per questo consiglio sempre di allenarsi alla contrarietà: imparare a stare dentro le tensioni della vita aiuta enormemente anche nel rapporto educativo».
In fondo il teatro è anche il luogo dell’imprevisto, dell’altro che sfugge al controllo. È questa la sfida educativa di oggi?
«Assolutamente sì. La pedagogia è una scienza pratica, non teorica. Deve continuamente reinventare strumenti e linguaggi per rispondere ai bisogni delle persone. Penso a Paulo Freire in Brasile o ad Alberto Manzi con la televisione: hanno saputo usare i mezzi del loro tempo per generare apprendimento e trasformazione. Oggi il teatro può fare questo. In teatro non c’è passività: si crea una partecipazione collettiva, quasi una telepatia emotiva con il pubblico. Quando sono sul palco sento l’anima delle persone che ho davanti. E lì succede qualcosa di importante: si smette di inseguire la perfezione educativa e si ricomincia, semplicemente, a cercare autenticità».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire
Temi