domenica 3 aprile 2022
Un volume a più mani riporta al centro, nella prospettiva della filosofia analitica, un campo del pensiero che oggi interessa sempre di più scienze e quotidianità digitale
Elaborazione grafica della tavola con la "Città ideale" conservata nella Galleria Nazionale delle Marche

Elaborazione grafica della tavola con la "Città ideale" conservata nella Galleria Nazionale delle Marche

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Siamo la stessa persona di vent’anni fa? Se siamo cambiati restando un individuo riconoscibile, che cosa ci garantisce continuità? È una delle domande che ha attraversato la storia della metafisica, quella parte della filosofia che pone domande generali sulla realtà – che cos’è la sostanza; cosa vuol dire che il futuro è aperto – e cerca di darvi risposte razionali. Un nuovo manua-le, Introduzione alla metafisica contemporanea (il Mulino, pagine 308, euro 28,00), propone un approccio rigoroso e nello stesso tempo accattivante, capace di abbattere le diffidenze verso una disciplina fondamentale, a volte vittima di una cattiva e immeritata fama. Ne abbiamo parlato con i quattro autori: Massimiliano Carrara (Università di Padova), Ciro De Florio (Università Cattolica di Milano), Giorgio Lando (Università dell’Aquila), Vittorio Morato (Università di Padova). Le risposte sono, come il libro, frutto di un lavoro collettivo.

"Che cos’è la metafisica?" si intitola la nota prolusione di Martin Heidegger all’università di Friburgo nel 1929. La concezione (e la trattazione) del pensatore tedesco, che pure rimane studiato e discusso, sono molto lontane dalla prospettiva analitica contemporanea. Quanti approcci alla metafisica si danno e quale avete scelto di privilegiare?

«La domanda su che cosa sia la metafisica, sui quali siano i suoi metodi, le sue finalità e come si collochi nel panorama della conoscenza umana è una domanda ben più antica di Heidegger. Già Aristotele si avventura in quella che oggi è chiamata metametafisica e cioè l’indagine filosofica sulla natura stessa di ciò che lui chiamava “filosofia prima”. Oggi ci sono molti modi di fare metafisica; tuttavia constatiamo che non c’è un vero dibattito e confronto tra le varie impostazioni e questo sia per ragioni sociologiche sia perché si fa fatica a condividere un metodo. Senza una base logica e argomentativa comune, è difficile – quando non impossibile – il dialogo. Noi apparteniamo alla vasta e variegata comunità dei filosofi analitici e riteniamo (come spieghiamo nel libro) che le questioni discusse oggi dalla metafisica analitica siano in perfetta continuità con la grande tradizione metafisica occidentale, quella di Platone, Aristotele, Tommaso, Hume e Leibniz. Alcuni metodi sono nuovi, soprattutto perché la logica è oggi uno strumento molto più ricco e perché in generale la filosofia è oggi divenuta una precisa attività professionale come mai prima nella storia, ma i problemi sono gli stessi».

I piccoli, simpatici dialoghi quotidiani che utilizzate per introdurre i temi fanno comprendere quanto la metafisica tratti di noi e del mondo in cui viviamo. Perché a molti sembra che basti la scienza per capire l’essere umano e la natura? Qual è lo specifico ineliminabile della filosofia?

«La tesi per cui basta la scienza per capire l’essere umano e la natura è... una tesi metafisica, caratteristica della metafisica naturalizzata. Anche la metafisica naturalizzata deve però servirsi di concetti generali, come quello di struttura o di proprietà, che non sono studiati dalla scienza stessa. In realtà, metafisica e scienza non sono oggi due “magisteri” in competizione e solo filosofi poco aggiornati perdono ancora tempo con controversie tardo-positivistiche sulla legittimità della metafisica. La scienza fa continuamente uso di categorie e di concetti studiati dalla metafisica e, d’altra parte, la metafisica non può trascurare ciò che dicono le scienze (formali, naturali e sociali) nel descrivere le strutture fondamentali della realtà».

“Dio” è uno degli argomenti a cui dedicate un capitolo. Qual è il contributo della metafisica contemporanea alla riflessione sul teismo? Che rapporto ci può essere tra il dibattito odierno e la lunga tradizione della metafisica di ispirazione cristiana?.

«La metafisica della religione è uno degli ambiti più vivaci nel dibattito contemporaneo. Interrogarsi su Dio è una sfida metafisica eccezionale, in cui molte teorie e concezioni – spesso sviluppate e per altri scopi – vengono applicate. Molti autori che si occupano di metafisica del teismo sono cristiani (pensiamo a Craig, Plantinga, Swinburne) ma molti altri sono atei (pensiamo a Oppy o a Mackie). È chiaro che quando si fa metafisica si mettono tra parentesi le proprie scelte personali (in questo caso di fede) e ci si affida alla ragione. Le questioni di metafisica della religione affascinano da sempre studiosi lontani ideologicamente. Anche per noi è stata fonte di soddisfazione scrivere la parte dedicata alla metafisica della Trinità, legata a temi fondamentali di metafisica come l’identità e la teoria delle parti».

Gli strumenti concettuali e il metodo che proponete sono una chiave al pensiero chiaro e rigoroso, premessa indispensabile per una buona metafisica ma anche per il dibattito pubblico tra intellettuali o rappresentanti politici. Perché fa così fatica ad affermarsi nella cultura italiana uno stile analitico di pensiero e di esposizione? C’entra il fatto che l’inglese sia la lingua franca della filosofia contemporanea?

«Da una parte, la lunga influenza culturale del neoidealismo ha condizionato l’atteggiamento generale nei confronti delle discipline scientifiche e quindi anche nei confronti delle correnti filosofiche più attente al rapporto con le scienze. Dall’altra, c’è la diffusa aspettativa che i filosofi abbiano la funzione sociale di esprimere opinioni tranchant e sorprendenti su svariate questioni di attualità, seduti a gambe incrociate e con aria pensosa (magari in tv: molti filosofi adorano essere intervistati nei talk show). I filosofi analitici non fanno questo: si occupano di questioni estremamente generali e rilevanti per l’uomo, ma lo fanno esprimendo più dubbi che certezze e applicando metodi complessi, che richiedono talora una formazione specifica per essere apprezzati appieno. Quindi, rischiano a volte di deludere alcune (erronee) aspettative sulla filosofia. Quanto all’inglese, sicuramente oggi è la lingua franca tanto della filosofia quanto di molte altre discipline, così come in passato questo ruolo è stato svolto dal greco ellenistico, dal latino e dal francese. Ma si può ragionare benissimo anche in italiano, armeno o finlandese».

Il vostro è un manuale universitario: chi studia metafisica (e altre branche della filosofia) è destinato a restare nell’accademia o nella scuola, oppure può ambire anche ad altri percorsi professionali? La metafisica “applicata” sembra avere un certo mercato...

«Crediamo che la metafisica possa essere applicata a molti settori cruciali nel mondo di domani. Si pensi alle ontologie informatiche, ovvero alla rappresentazione della conoscenza che è alla base dell’organizzazione dell’informazione. O all’ontologia degli oggetti sociali: cos’è il denaro? Quali tipi di entità sono i derivati e i bitcoin? Fare metafisica significa riflettere criticamente su aspetti strutturali della realtà che ci circonda e cambia intorno a noi. Oggi, ma con la stessa meraviglia di cui parlavano Platone ed Aristotele».

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