sabato 9 marzo 2019
Il musicista bretone: «Mentre difendo la mia identità canto l’apertura a tutte quelle altrui. È una sfida, ma anche il segreto per fare crescere non solo l’arte ma tutta l’umanità»
Alan Stivell, nome d’arte in bretone di Alain Cochevelou. Sarà in concerto il 21 marzo a Roma, il 22 a Mestre e il 23 a Morbegno

Alan Stivell, nome d’arte in bretone di Alain Cochevelou. Sarà in concerto il 21 marzo a Roma, il 22 a Mestre e il 23 a Morbegno

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Non è affatto un caso, che per festeggiare cinquant’anni di grande musica Alan Stivell sbarchi in Italia col proprio “Human-Kelt Tour” in modo possente: proponendo la sua arte unica e innovativa, da numero uno del rinascimento dell’arpa celtica (per citare il titolo dell’lp che lo rese famoso nel ’71 con un milione di copie vendute nel mondo) il 21 marzo a Roma, il 22 a Mestre e il 23 a Morbegno. Non è un caso perché la carriera di Alan Stivell ebbe battesimo italiano, a Portofino nel 1966, per dirla con le sue parole «la prima volta che suonai fuori dai confini francesi, a pochi mesi dal diventare davvero un musicista e cantante professionista».

Nato in Alvernia nel 1944, Alan Cochevelou (il nome d’arte Stivell significa 'primavera' in bretone) è di famiglia però della Bretagna: e suo padre, liutaio, lo spinse sin da bambino a scegliere la tradizione dell’arpa celtica, che Stivell iniziò a suonare a nove anni indifferente al fatto che lo strumento languisse da secoli nella soffitta della musica.

Con Alan Stivell l’arpa e la stessa musica celtica sono approdate ai riflettori del mondo, grazie a dischi quali Symphonie Celtique o Au-delà des mots, grazie al suo coraggio di modernizzare la tradizione sperimentando in opere quali Explore e grazie alla sua etica del cantare le differenze quali fondamento dell’umanità in al- bum quali An douar.

Nel tour mondiale ora in arrivo in Italia, Alan Stivell ripercorrerà la propria carriera per intero, con la sua Electric Band, partendo dall’appena uscito cd Human-Kelt: un disco ricco di ospiti e idiomi, giocato fra rivisitazioni e inediti, capace della delicatezza di A hed an nos come della maestosità di Pourquoi es-tu venu si tard?.

Si parla di cinquantennale, oggi, per lei: che però debuttò in pubblico nel 1953, incise un singolo nel ’59, un album ( Telenn Geltiek) nel ’61 e nel 1955 era già persino in scena all’Olympia di Parigi. Perché considera questo, il suo 50° di carriera?
A dirla tutta le confesso che nella mia testa i veri festeggiamenti sono iniziati nel 2016! Da allora, quando ho iniziato a lavorare al nuovo cd, sono nel mio cinquantennale. Perché anche se è vero che parto da molto più lontano fu fra ’66 e ’68 che divenni professionista della musica: anche suonando per la prima volta davanti a stranieri, da voi in Italia.

Che ricordi ha del suo debutto ad appena nove anni? E dell’Olympia dove si esibì adolescente, a tredici? Ricordo mio padre con me nel retropalco, il grande nervosismo di entrambi, tantissima gente che mi guardava come una bestia rara. E poi l’impossibilità per me di vedere tutto il pubblico, ero troppo piccolo per arrivare con lo sguardo alle ultime file! Anche i palchi allora mi sembravano enormi: quando sono tornato all’Olympia anni dopo, mi sono stupito di come in realtà fosse piccolo quel palcoscenico.

Non ha rimpianti per le sue infanzia e adolescenza passate a studiare musica ed esibirsi suonando? No. Ero felice della riscoperta dell’arpa celtica, felicissimo del suonare e imparare la musica. Allora poi rifiutavo Parigi. Quand’ero piccolo vivevamo a Belleville nel XX arrondissement, e per me era una vita rumorosa, cupa, davvero terribile. Pensi che a scuola nessuno allora rispettava la mia cultura e le mie origini: mi consideravano uno fuori di testa.

Che cosa deve, artisticamente, a suo padre Jord?
Mi tirò fuori la capacità di suonare e poi scrivere, mi diede opportunità uniche d’imparare, soprattutto m’incitò a esercitarmi continuamente allo strumento. E senza quest’ultima lezione non sarei qui, ora.

Che cos'è la musica celtica secondo lei nel 2019?
Apriamo un discorso complesso. Da un lato ora chiunque sa che esiste, è nella musica del mondo. D’altro lato però quasi tutti ne hanno un’idea vaga legata ai pub irlandesi, al solo violino, a qualcosa di nostalgico: e non invece di moderno quale è.

Nei dischi lei ha sempre innestato due messaggi: difesa della propria identità, rispetto dell’identità altrui. In tempi sovranisti come questi, come si fa?
In realtà sono discorsi necessariamente collegati. Anche se per molti io sono solo quello che denuncia i pericoli della perdita della cultura celtica, canto da sempre che apertura e accettazione reciproca sono fondamentali, e per difendere le singole identità e per far crescere un’arte. Sono sfide da raccogliere per la creatività, le mille influenze da mille mondi che oggi possono entrare nel far musica.

Nel suo nuovo disco quali sono i brani-simbolo?
Intanto è molto pensato il titolo, Human-Kelt, umano e celtico: i due aspetti del vivere e del far musica di cui abbiamo appena parlato, e che devono coesistere in profondità. Poi le citerei Den I e Den II che danno l’idea del mondo per me, aperto al confronto, col canto in maliano di Fatoumata Diawara e l’arpa del vostro Vincenzo Zitello; e Keltika che invece rimanda alla comunità di una nazione celtica da riconoscere e proteggere ben oltre i confini degli stati, dalla Galizia alla Bretagna in poi.

Nel cd c’è anche Angelo Branduardi, per la “ festive songbretone Son ar chistr: come l’ha conosciuto?
Quando molti anni fa tenne un concerto a Brest e disse in pubblico di avere due ispirazioni: Bob Dylan e me. Rimasi sbalordito, era troppo… Abbiamo già lavorato insieme nell’80, è molto bravo e credo abbia molto in comune con me. Amo il suo approccio puro, l’eleganza, il saper scrivere pezzi popolarissimi pur partendo da un’ottica artistica colta, classica.

Cosa dobbiamo aspettarci nei suoi concerti italiani?
L’album proposto in modo light, intimo: perché gli arrangiamenti del disco non sono trasportabili live. E ovviamente un po’ da tutti i miei anni di musica.

Con quale delle sue arpe? Qual è oggi la sua voce?
Un prototipo che suono da due-tre anni, un’arpa dal corpo sonoro cristallino ma con una solidità di fondo molto bella e bassi moderni e interessanti.

Lei è Alan Stivell da quando aveva nove anni: esiste ancora Alan Cochevelou, lei vive oltre la sua icona?
Esiste: per fortuna! Vado a fare la spesa, giro in bici, la gente non mi assedia per firmare autografi: grazie al cielo ho sempre condotto una vita normale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA È il protagonista del rinascimento di un genere «La musica celtica è diventata un patrimonio comune. Il rischio è un’immagine nostalgica mentre ha un’anima davvero moderna» Alan Stivell, nome d’arte in bretone di Alain Cochevelou, è nato nel 1944 Sarà in concerto il 21 marzo a Roma, il 22 a Mestre e il 23 a Morbegno (Sondrio)

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