martedì 25 marzo 2014
COMMENTA E CONDIVIDI

Un album di famiglia, con nomi, date, lettere, fatti ricostruiti me­ticolosamente. Con PaoloVI e Av­venire (Studium) Eliana Versace, storica e docente alla Lumsa, of­fre a chi si sente coinvolto nel­l’avventura informativa di Avve­nire assai più che un puntuale saggio sulle ori­gini del quotidiano dei cattolici. C’è la grandez­za di un disegno, la fatica della nascita, il respi­ro della Chiesa conciliare. E la figura di Papa Montini che si staglia come vero padre del gior­nale che avete tra le mani. «Avvenire» fu davvero una 'invenzione' di Pao­lo VI? «Paolo VI è stato il fondatore di Avvenire, come appare con evidenza da tutta l’ampia e molte­plice documentazione esaminata. Il Papa seguì il giornale con quotidiana, costante e paterna attenzione, fino alla morte. Lui stesso confidò che il primo giornale al mattino era Avvenire. Mai un Papa aveva partecipato con tanta solle­citudine alle vicende di un giornale, che non fos­se L’Osservatore Romano . Anche nella vicenda che portò alla nascita di Avvenire Paolo VI si di­mostrò tutt’altro che amletico e incerto: si rivelò invece molto fermo e determinato pure nel far nascere e sostenere Avvenire, insistendo sulla volontà di dar vita al quotidiano nazionale dei cattolici italiani».Esistevano diversi quotidiani cattolici, alcuni di grande tradizione: perché Paolo VI volle un giornale nazionale di riferimento? «La stampa cattolica italiana, seppur di antica tradizione, restava ancorata alle singole realtà diocesane o a gruppi religiosi. Del resto, fino al 1952, non esisteva nemmeno la Conferenza e­piscopale italiana. Già tra il 1949 ed il 1950 il so­stituto Montini presiedette una riunione in Se­greteria di Stato dove si valutò l’eventualità di un 'assorbimento' del quotidiano bolognese L’Avvenire d’Italia da parte del giornale milane­se L’Italia . L’idea di un quotidiano cattolico che avesse una più vasta diffusione nel Paese rie­merge negli anni in cui il futuro Pontefice era arcivescovo di Milano e seguiva personalmen­te le vicende dell’Italia , dalla cui unificazione con L’Avvenire d’Italia , nel 1968, sarebbe sorto Avvenire. Un quotidiano nazionale di riferi­mento per i cattolici italiani avrebbe po­tuto compiere con mag­giore incisività quella ne­cessaria azione di aposto­lato cui tutti i credenti so­no chiamati». «Avvenire» che novità portò nel modo di comu­nicarsi della Chiesa?«Nella complessa e per molti versi sorprendente vicenda che ha condotto alla nascita di Avvenire so­no rintracciabili i due prio­ritari intenti che ispirarono il pensiero e mossero tutta la lineare e coerente azione pastorale di Paolo VI: il per­seguimento della maggiore unità possibile al­l’interno della Chiesa e, ad extra, tra essa e i suoi fedeli. Sostenuto da questa unità e impostato su solide basi dottrinali poteva svolgersi il neces­sario dialogo della Chiesa con la società mo­derna, per far conoscere al mondo le ragioni profonde della fede in Cristo». Secondo Paolo VI in che modo «Avvenire» do- veva raccogliere le istanze del Vaticano II? «Nel dibattito conciliare la Chiesa si è aperta co­me non mai alla riflessione sul ruolo e l’impor­tanza dei mezzi di comunicazione sociale, pro­mulgando per primo il decreto Inter Mirifica . Montini era già intervenuto ai lavori della Com­missione centrale preparatoria del Concilio in merito allo schema sulle comunicazioni socia­li, chiedendo, tra l’altro, che il Concilio produ­cesse un messaggio per rac­comandare un uso retto degli strumenti del comunicare. Ai mezzi di comunicazione di massa, e dunque anche al quotidiano cattolico, per il Papa spettava il compi­to di collaborare alla diffusione del Vange­lo. Ricordando l’im­pegno di Paolo VI a sostegno di Av­venire, il suo principale colla­boratore in que­gli anni, il cardi­nale Giovanni Benelli, scriveva: “Noi tutti vescovi parliamo continuamen­te di evangelizzazione, ma senza un giornale che incida nella formazione della mentalità della gente non possia­mo che attenderci un peggioramento del­la situazione”». L’accoglienza del progetto da parte degli ar­civescovi di Bologna e Milano fu a dir poco perplessa. Paolo VI era 'troppo avanti' per la Chiesa italiana di quegli anni?«Possiamo considerare Paolo VI lungimirante. Vi furono molte resistenze, e una risoluta contra­rietà fu espressa dal cardinale Giovanni Colom­bo, divenuto arcivescovo di Milano nel 1963 suc­cedendo proprio a Montini, e che conosceva be­ne i problemi della stampa cattolica essendo stato presidente della società editrice de L’Italia . Le sue preoccupazioni erano di carattere eco­nomico, ma non mancava la convinzione che “un giornale nazionale era ancora troppo lon­tano dalla condizione geografica e culturale del-­l’Italia”. A Bologna, il cardinale Giacomo Lerca­ro difese strenuamente L’Avvenire d’Italia, gra­vato da un pesante deficit, rivolgendosi diretta­mente al Papa. In un estremo tentativo Lercaro indirizzò al Pontefice una lettera accorata e­sprimendo “profondo dolore”, accogliendo le decisioni di PaoloVI “col cuore in pianto” e in spi­rito di obbedienza». Cosa significò per la Chiesa in Italia l’adesione a un segno unitario come «Avvenire»? «Bisogna dire che i vescovi i­taliani accolsero con riluttanza l’idea di un quotidiano cattolico nazionale e la accettarono per obbedire alla vo­lontà del Papa. Anche il cardinale Giovanni Ur­bani, che nel 1968 era presidente della Cei, e­spresse le sue perplessità. Il quotidiano, che do­veva avere carattere nazionale, restò nei primi tempi prevalentemente diffuso nel Nord e nel Centro, mentre più stentata sembrava la rice­zione nel Sud del Paese. Nell’estate del 1971 i ve­scovi meridionali si riunirono per discutere di un’edizione meridionale di Avvenire. Anche il giornale cattolico doveva contribuire a formare e avvicinare un episcopato nazionale ancora, per molti aspetti, legato alle particolari realtà delle singole diocesi». Fu molto discussa la questione dell’identità del giornale: un foglio esplicitamente cattolico, o un quotidiano d’informazione tra gli altri, pur con un volto riconoscibile... «I vescovi italiani si interrogarono a lungo sulla finalità e la natura del nuovo quotidiano: biso­gnava capire se Avvenire dovesse essere un gior­nale d’opinione o “un giornale d’informazione a ispirazione cristiana”, come disse Vittorio Ba­chelet. Per il Papa, che rivide personalmente le Linee programmatiche del quotidiano stabilite dalla Cei, il giornale avrebbe dovuto avere ca­rattere formativo oltre che informativo, “così da fare di Avvenire uno strumento di vera crescita spirituale di tutto il popolo di Dio”. Pertanto do­veva mantenere un profilo nazionale, tale da far­ne strumento di dialogo nella Chiesa e con il mondo. Al giornale si chiedeva di pren­dere posizione, nel rispetto della dottrina della Chiesa, ma in pie­na autonomia dalla gerarchia, “quando si tratta di valori che possono essere difesi e soste­nuti sulla base di motivazioni umane e morali solide e profonde”. Il giornalista di Av­venire doveva diventare “alleato del Papa”, secondo un’espressio­ne propria di Paolo VI: “Siate apo­stoli”, disse ai giornalisti cattolici, spin­gendoli a impegnarsi per “dare sempre paro­le, siano severe, siano facili, siano amichevoli, siano divertenti, siano solenni e profonde, che fanno del bene a chi le accetta”».

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: