Giuseppina Bakhita

Una patrona che ci aiuta a rompere le nostre catene
7 febbraio
Quali sono le catene che legano il nostro cuore? Da cosa abbiamo bisogno di liberarci per diventare noi stessi? È di fronte a questa sfida esistenziale che ci guida santa Giuseppina Bakhita, prima schiava e poi suora canossiana, morta a Schio (Vicenza) nel 1947. Era nata nel 1868 in Darfur e tra il 1877 e il 1882 passò, come schiava, da un padrone all’altro, tra atroci sofferenze e umiliazioni. Venne poi comprata dal console italiano di Karthoum, Callisto Legnani, che, una volta tornata in Italia la affidò a una famiglia di amici di Mirano (Venezia), i Michieli. Divenuta la bambinaia della loro figlia, Alice, Bakhita per un periodo – mentre i genitori si erano dovuti spostare sul Mar Rosso – venne inviata assieme alla bimba nel collegio retto dalle Canossiane a Venezia. Qui conobbe Cristo, che donò una nuova luce alla sua vita. Cominciò così per lei un nuovo cammino che l’avrebbe portato alla consacrazione. Nel 1890, dopo essere riuscita a farsi riconoscere libera cittadina italiana, ricevette il Battesimo e nel 1896 emise i voti. Visse poi il suo ministero da religiosa a Schio, dove per 50 anni, dopo un inizio non facile anche a causa del colore della sua pelle e dei pregiudizi, fu un esempio di santità umile e quotidiana.

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