martedì 24 settembre 2019
Il regista ricorda il gesuita scomparso: «Ho avuto la fortuna di conoscerlo più di cinquanta anni fa, a casa di Pierpaolo Pasolini. Un grande critico dal linguaggio semplice e il pensiero profondo»
Il regista Marco Bellocchio all'ultimo Festival di Cannes (LaPresse)

Il regista Marco Bellocchio all'ultimo Festival di Cannes (LaPresse) - LaPresse

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Virgilio Fantuzzi è morto, un grande amico. Non ci vedevamo spesso, ma sempre affrontando e approfondendo le grandi questioni, lui da credente e io da non credente (poche chiacchiere, anzi nessuna). Anche se Virgilio era convinto, nelle immagini di certi miei film, di aver scoperto piccole o grandi rivelazioni che erano la prova di una mia autentica religiosità.

Virgilio era al di là della fede, su cui lo seguivo per affetto, per amicizia, ma non per intima convinzione, un acutissimo interprete, che usava per le sue scoperte un linguaggio semplice, diretto, che è molto raro per un critico. Si capiva il suo pensiero, un pensiero profondo.

Ho avuto la fortuna di conoscerlo più di cinquanta anni fa, ai tempi de I pugni in tasca, a casa di Pierpaolo Pasolini, gli anni appena successivi a Il Vangelo secondo Matteo. E ho avuto la seconda fortuna proprio di intervistarlo qualche mese fa per un film che sto portando a termine.

In quell’occasione tra le altre cose mi parlò di quando Pierpaolo chiese per Il Vangelo secondo Matteo alla madre Susanna di interpretare la Madonna, ricordandole per risvegliarne il dolore, per esaltarne l’interpretazione, l’assassinio dell’altro figlio partigiano («Ricordati di Guido!»). Incitamento giudicato crudele e criticato da alcuni amici intellettuali che partecipavano al film

Quel dolore di Susanna e poi quel sorriso per la resurrezione del figlio, li vorrei inserire nell’Urlo, il film ancora incompiuto. E di ciò ringrazio l’amico Virgilio che mi ha messo amorevolmente sulla buona strada.

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