sabato 17 ottobre 2015
Quello di Fantozzi è uno dei pochi personaggi comici inventato dal cinema e non solo dal cinema negli ultimi decenni. Abbiamo avuto grandi comici, ieri, e buoni intrattenitori, dopo, ma chi tra loro ha saputo creare personaggi come Charlot, come Buster, come Stanlio e Ollio e Ridolini? Nel muto era più facile, però col sonoro ci sono stati i fratelli Marx, Gianni e Pinotto, e in Italia una galleria di attori specializzatisi in ruoli di contorno esattamente definiti, che tornavano da un film all’altro a far parte delle varie e movimentate avventure dei Totò, dei Sordi. In più, Fantozzi è stato anche un personaggio scritto. Personalmente mi sono accostato a Fantozzi attraverso i libri in cui Paolo Villaggio, in brevi e frenetici capitoli, ne raccontava le cento disgrazie. Ne scrissi paragonandolo addirittura a Gogol’, scandalizzando chi allora e ancora ama distinguere tra alto e basso, tra colto e rozzo, tra aristocratico e popolare (Gogol’ spiega, tra l’altro, il grande successo di Fantozzi in Russia, dei libri prima che dei film… e i suoi libri bisognerebbe rileggerli, e che qualche critico non spocchioso li valutasse). I film confermarono in pieno il mio interesse. Erano “strisce”, come i fumetti a puntate, brevi e fulminanti; erano fatti di sketch che si accumulavano l’uno sull’altro non lasciando il tempo di assimilarli; erano esempi di una comicità degna, appunto, del muto: dove le battute contavano meno delle azioni, al contrario della comicità ciarliera dei nuovi comici dagli anni settanta in poi venuti dal cabaret e, peggio, dalla chiacchiera televisiva, dove contavano gli oggetti, lo scontro con le cose e con le persone, le dinamiche fisiche, e avevano sempre un finale repentino, spesso imprevedibile. E così come nel cinema americano c’erano Jerry Lewis da una parte e Woody Allen dall’altra, così noi avemmo Paolo Villaggio da una parte e dall’altra i Nanni Moretti o Roberto Benigni (che avrebbe potuto trovare una sintesi tra le due scuole, ma ci ha rinunciato molto presto) e Carlo Verdone (che ha finito per scegliere un cauto realismo consolatorio alla forza iniziale della sua satira di costume). Dunque una novità strutturale, narrativa, che piacque molto ai bambini (e questo riesce solo ai comici veramente grandi), e spinse Villaggio a insistere sulle reazioni infantili di Fantozzi. Ma la novità non era solo formale, era nel personaggio. Fantozzi era l’invenzione di un misantropo intelligente che sapeva di appartenere anche lui alla famiglia umana di cui detesta i limiti e i riti. La vocazione distruttiva e a volte suicida, la rivendicazione individualistica di chi crede che a giocar da soli non si perde mai, e la sfiga che ne deriva, la solitudine, l’insicurezza, la paura del mondo. Fantozzi non si fidava del prossimo e stava attento a difendersene, o ad aggredirlo vigliaccamente non appena lo vedeva in difficoltà. Fantozzi è cosciente che c’è chi ha potere e chi no, e di conseguenza striscia di fronte al potere e si accanisce su chi non ce l’ha – una costante del carattere italiano, ha detto qualcuno: umile coi prepotenti, prepotente con gli umili. Però se il potere è in difficoltà, se ne vendica sadicamente, o gli fa le linguacce alle spalle. Fantozzi è trascinato dalla vita come routine, abitudini; non sceglie mai né tanto meno si sceglie. Insomma: Fantozzi è un verme che sa di esserlo… Fantozzi è un cattivo per viltà, ma anche per delusione della società, per paura della società. È stato, in definitiva, la faccia vera di tanti che fanno di tutto per nasconderla, l’ha svelata. Villaggio ha inventato una maschera nostra contemporanea, e davvero non è poco, chi altro c’è riuscito? Viene dalla commedia dell’arte e dai comics e non dal teatro dei burattini, manovrato dall’alto. Ha preso qualcosa da Paperino, qualcosa dei personaggi più spinti di Sordi e da quelli di Peppino De Filippo, ma ne ha fatto un personaggio nuovo, una maschera nuova che non ha resistito al tempo, e cioè alla manipolazione del gusto operata dai nuovi consumi, dalla nuova televisione, dalla nuova barbarie meccanizzata che aspetta ancora chi possa narrarla e a cui, evidentemente, è più facile adeguarsi che non ribellarsi. E guai a svelarne l’assurdo, come sapevano fare i grandi comici e ha saputo fare, per una breve stagione, il Fantozzi di Paolo Villaggio. 
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