L'EVENTO. Il Cortile dei gentili in Svezia, nella terra degli atei


Gianfranco Ravasi lunedì 10 settembre 2012
L’esperienza del «Cortile dei Gentili» per il dialogo tra persone di fede e non credenti ha percorso in un arco di tempo piuttosto breve un itinerario molto variegato, con tappe dalle tipologie più diverse e talora persino sorprendenti e inattese. Quello che si celebrerà a Stoccolma sarà, però, un evento dai contorni del tutto inediti, e questo sostanzialmente per due ragioni. Da un lato, infatti, ufficialmente la Svezia è un Paese luterano, segnato da una tradizione religiosa rigorosa e fin rigida che ha avuto spesso ritratti severi ma intensi nella filmografia di Ingmar Bergman, il regista "teologo" ateo, capace di rappresentare davanti al mondo il tormentato travaglio della stessa Chiesa luterana (si pensi, tanto per esemplificare, ai film Luci d’inverno e Fanny e Alexander). Bisogna anche riconoscere che le due celebri università di Uppsala e di Lund hanno rappresentato e ancor oggi incarnano un modello alto di ricerca teologica e di dialogo. Risulta, perciò, particolarmente significativo che – sia pure con tutte le difficoltà che il confronto ecumenico sta vivendo – un progetto della Chiesa cattolica sia stato accolto con interesse e partecipazione anche da alte personalità della stessa confessione luterana, a partire da Antje Jackelén, una professoressa dell’università di Lund che è anche vescovo di quella città. Anzi, scrivendomi una lunga lettera nei mesi scorsi, mi invitava a una collaborazione permanente con un’associazione teologica per la tutela del creato da lei presieduta. Naturalmente non mancano anche presenze di personalità di altre comunità religiose, tenendo conto della molteplicità di etnie, culture, spiritualità che popolano la Svezia contemporanea: vorrei citare, ad esempio, Linnea Jacobsson che rappresenta una delle varie "Chiese libere" svedesi e la musulmana Fazeela Zaib.
D’altro lato, è ben nota la dilagante secolarizzazione che ha investito un po’ tutte le nazioni scandinave, ove la frequenza al culto è ridotta a percentuali irrisorie e lo standard di vita e le concezioni dominanti sono del tutto spoglie di rimandi religiosi o trascendenti. Per questo i due grandi momenti dell’incontro di Stoccolma, quello di giovedì 13 settembre all’Accademia Reale delle Scienze sul tema «Il mondo con o senza Dio» e il successivo del 14 settembre alla Fryshuset, sempre sullo stesso soggetto ma con un pubblico giovanile, hanno visto subito l’adesione di una serie di figure significative "laiche", talora anche marcatamente atee. Devo, comunque, riconoscere che l’ex-Commissario del Consiglio d’Europa per i Diritti umani, Thomas Hammarberg, non credente, che parteciperà all’incontro, mi esprimeva in modo netto la sua diffidenza nell’usare termini come ateo, agnostico, non credente perché «noi tutti abbiamo in qualche modo una fede».
 
Questo evento – che sarà certamente arduo e che mi permetterà di incontrare personalità diverse di un orizzonte piuttosto lontano dal mondo cattolico e dalla stessa cultura mediterranea (avrò anche una serie di visite alle autorità politiche svedesi, a partire dal mio omologo, la ministra della Cultura Lena Adelsohn Liljeroth) – rivela comunque una vivacità, una libertà e una creatività inaspettate e un desiderio di confronto fuori dai temi «politicamente corretti» che sono una sorta di pane quotidiano per la società svedese. Infatti, durante una serie di interviste previe che ho rilasciato al maggior giornale di Stoccolma e alla televisione di Stato, i miei interlocutori hanno manifestato la loro sorpresa che si trattassero argomenti considerati al massimo come personali e accuratamente esclusi dall’agenda degli interessi pubblici.
 
Eppure la cultura svedese continua a interrogarsi sulle questioni alte ed estreme dell’essere e dell’esistere. Molti in Italia devono essere grati all’editrice milanese Iperborea che ha aperto alcuni squarci di grande qualità attraverso il suo importante catalogo di traduzioni scandinave. Io stesso, che in passato avevo visitato una sola volta la Svezia, ho ora la possibilità di non sentirmi del tutto estraneo in quell’orizzonte proprio per gli autori che venivano proposti da quell’editrice, perché essi incarnavano l’anima profonda di quel popolo, al di sotto della superficie introdotta dalla globalizzazione. Proprio sul tema che sarà al centro del «Cortile» di Stoccolma mi sembra suggestivo evocare una trilogia di figure letterarie emblematiche. La prima è un autore di culto in Svezia, il narratore e drammaturgo Stig Halverd Dagerman. Aveva solo 31 anni, era già al culmine del successo, ma il 4 novembre 1954 si tolse la vita. Il suo primo romanzo, Il serpente  (1945), si ispirava all’esperienza devastante e alienante della vita militare, capace di creare il deserto nella coscienza. Il secondo, L’isola dei condannati (1946), aveva come simbolo centrale appunto un’isola desolata, approdo agghiacciante di sette condannati. Il filo conduttore spirituale era costante e avrebbe sempre dominato sia la sua anima sia le sue pagine: l’angoscia e la paura distruggono la vita; l’unico, misero scampo è la consapevole accettazione della loro inevitabilità, un po’ alla maniera kafkiana. Ebbene, in un altro suo libro, Il nostro bisogno di consolazione, si fa strada invece la domanda religiosa. Ecco un passaggio molto significativo. «Mi manca la fede e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa.
Non ho ereditato né un Dio né un punto fermo sulla Terra da cui poter attirare un Dio. Non ho ereditato nemmeno il ben celato furore dello scettico, il gusto del deserto del razionalista o l’ardente innocenza dell’ateo. Non oso dunque gettare pietre sulla donna che crede in cose in cui io dubito e sull’uomo che venera il suo dubbio come se non fosse anch’esso circondato dalle tenebre. Quelle pietre colpirebbero anche me». La seconda testimonianza affiora dalla storia personale di uno degli scrittori svedesi contemporanei più noti e dalla sua autobiografia alla terza persona Un’altra vita, tradotta sempre da Iperborea. Si tratta di Per Olov Enquist, il cui racconto parte dal 1934 in uno sperduto villaggio puritano della Svezia settentrionale, nel silenzio glaciale e immutabile delle nevi e del cielo stellato, e procede percorrendo l’Europa con la storia tormentata del secondo Novecento. Ebbene, una delle tappe di questo itinerario, che vede anche l’abiezione nell’alcolismo, è quella della perdita della fede, instillata dalla madre, maestra elementare, nel cuore e nella carne del figlio. Ma a un certo punto questa matrice così radicata lentamente si dissolve: non è un trauma etico o metafisico o storico a creare questa dissipazione, ma è un puro e semplice "scivolar via". Scrive Enquist: «La ferma convinzione religiosa, la sua angoscia, la sua fiducia, il suo senso del peccato, tutto scivola via molto lentamente nella laicità e si confonde fin quasi a sparire. Quello che una volta era importante, ora sembra lontano. Non è una rottura drammatica, scivola solo via». È l’insensibile passaggio dalla religiosità luterana (ma è accaduto così anche a molti cattolici) all’indifferenza, un fenomeno – come sopra notavamo – dominante nella società attuale scandinava. Le parole della fede progressivamente perdono di senso e soprattutto non hanno più riscontri vitali. Abbiamo, quindi, due tipologie di "Gentili": da una parte, il non credente tormentato e colmo di interrogativi; dall’altra, l’ingresso nella quiete opaca dell’indifferenza religiosa. C’è, però, un terzo personaggio, uno scrittore originale e ammirato, eletto tra gli Accademici di Svezia, Torgny Lindgren. Di lui ho letto con grande partecipazione una trilogia di romanzi veramente affascinanti, Betsabea, che è la ripresa della celebre vicenda biblica del re Davide innamorato follemente (fino a commettere adulterio e omicidio) di questa donna, le parabole narrate dal sarto Morlin nei villaggi e raccolte nella Bellezza di Merab, e infine la contemporaneità fittizia di un mondo che ruota attorno al falso, al commercio, all’inganno con la curiosa vicenda del corniciaio intellettuale Theodor Marklund, e dell’amato dipinto La Madonna del pugnale di Nils Dardel, nel romanzo Per amore della verità.
Lindgren è credente e, per di più, cattolico e la finale della terza opera che ho citato suona così: «Avrei potuto astenermi da tutto questo scrivere, avrei potuto accontentarmi del messaggio che aveva inciso lui col suo temperino. SIA LODATO IL SIGNORE». È, dunque, la testimonianza di una fede "cantata" e appassionata, coi suoi segni e simboli d’arte e di spiritualità, una volta, primaria in Svezia e ora minoritaria ma ancora viva e intensa (tra l’altro la comunità cattolica ha una presenza incisiva nella società e nella cultura di quel Paese, nonostante la sua esigua presenza, soprattutto attraverso i gesuiti che hanno anche una loro università). Questi tre personaggi che ho voluto evocare mostrano che il retroterra spirituale di quel popolo non si è inaridito e, quindi, l’esperienza del «Cortile dei Gentili» a Stoccolma – che è stata delineata e organizzata con straordinaria intelligenza e passione dall’ambasciatrice Ulla Gudmunsson, accreditata presso la Santa Sede, molto legata al dicastero che presiedo – potrà avere una sua accoglienza e fecondità. Dopo tutto, non aveva tutti i torti Nietzsche quando, nel Crepuscolo degli dei (1888), scriveva che «solo se un uomo possiede una fede robusta, può indulgere al lusso dello scetticismo».
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