Orgoglio e malinconia: l'arte ritrovata
di Michaelina Wautier

A Vienna una mostra riscopre una eccellente pittrice, da annoverare tra i grandi del barocco fiammingo. Una artista spirituale, interprete sensibile dell’infanzia
November 10, 2025
Orgoglio e malinconia: l'arte ritrovata
di Michaelina Wautier
Michaelina Wautier, “Due ragazze nelle vesti delle sante Agnese e Dorotea”, 1655 circa
Un piccolo orologio d’argento appoggiato al bordo del cavalletto marca il tempo. Non è un vezzo da vanitas, ma una dichiarazione di poetica: la pittura come disciplina. Così come è tutto è programmatico nell’autoritratto a cui nel 1650 Michaelina Wautier affida il proprio volto ai posteri: uno sguardo sicuro, una mantella di velluto sulle spalle (tutto, fuorché un abito da lavoro), una costruzione ineccepibile così come lo è la tecnica. E poi, un formato grande, quasi gigante per un autoritratto. È un’immagine che non mette in primo piano semplicemente una pittrice eccellente, ma una pittrice conscia di esserlo.
La mostra del Kunsthistorisches Museum di Vienna “Michaelina Wautier, Painter” (fino al 22 febbraio, poi nel corso del 2026 alla Royal Academy di Londra) costringe a ripensare la storia della pittura fiamminga del Seicento. A cura di Gerlinde Gruber, raccogliendo una trentina di opere, la quasi totalità del corpus riconosciuto della critica alla Wautier, restituisce alla comunità scientifica e al grande pubblico una figura di altissimo valore per molti versi ancora avvolta dal mistero. Lo stesso nome è attestato in numerose varianti (Michelle, Michelina, Wauthier, Wouteers, Votier, Vautier) e a lungo la sua data di nascita è stata confusa con quella della sorella Magdalena. Oggi sappiamo che Michaelina nacque a Mons, nell’odierno Belgio, allora nelle Fiandre spagnole, intorno al 1614. La sua famiglia era benestante e colta, con legami con l’aristocrazia locale e gli ambienti religiosi di Bruxelles. Anche il fratello maggiore Charles fu pittore e i due vissero e lavorarono insieme a Bruxelles, forse condividendo lo studio. È oggetto di discussione un viaggio in Italia tra il 1634/35 e il 1640/42 insieme a Charles, ma è certa la sua conoscenza dei modelli italiani. La sua prima opera documentata è il ritratto (perduto) del comandante spagnolo Andrea Cantelmo (1643). La prima pittura di storia è il Matrimonio mistico di santa Caterina, del 1649, orgogliosamente firmata “Michaelina Wautier invenit et fecit”. Non si sposò mai. Nel 1662 redasse testamento, lasciando ogni bene a Charles. Michaelina morì a Bruxelles nel 1689 e fu sepolta nella Kapellekerk. Ebbe certamente successo in vita, ma il suo nome dopo la morte cadde rapidamente nell’oblio. Una scomparsa che non va attribuita al genere (in vita ebbe effettivo successo) ma a un fenomeno piuttosto comune che colpì lo stesso fratello, attivo soprattutto come ritrattista ufficiale e pittore di pale d’altare. Allo stesso modo, la riscoperta è certamente facilitata dal momento storico favorevole alle artiste, ma è resa possibile (e credibile) dalla qualità delle opere.
Michaelina Wautier, "Autoritratto", 1650 circa
Michaelina Wautier, "Autoritratto", 1650 circa
La sua storia critica, dunque, è recente. Solo nel 1967 Günther Heinz, allora curatore dei dipinti al Kunsthistorisches Museum, le riattribuì Il Trionfo di Bacco, assegnato sempre ad autori maschili perché si riteneva impossibile che una donna potesse avere affrontato, e in quel modo, il formato monumentale. Ma la ricostruzione sistematica arriva solo negli ultimi decenni con Katlijne Van der Stighelen (che firma il catalogo con la curatrice e Julien Domerq), la quale nel 2018 organizza una prima monografica ad Anversa. L’attuale mostra viennese ne ricostruisce contesto storico, culturale e artistico. Michaelina Wautier guardò soprattutto ad Anthony van Dyck, sia per quanto riguarda le scene religiose sia per la ritrattistica, che spicca nel suo corpus per libertà e freschezza, come nell’allegorico Ritratto di un uomo come Giacobbe (1655) o il bellissimo Ritratto di comandante militare (1660), forse il fratello Pierre, entrambi ripresi quasi di spalle mentre il volto si gira con uno scatto improvviso. Meno interessata a Rubens (che pure non poté fare a meno di osservare, ma probabilmente lontano dalla sua sensibilità), studiò piuttosto Theodoor van Loon, pittore religioso della Bruxelles controriformista, dal linguaggio semplice e diretto. Il contesto cattolico e in particolare gesuitico (testimoniato dal sorprendente e molto veneziano Ritratto di padre Martino Martini, a lungo missionario in Cina) per Michaelina appare d’altronde più di un semplice ambito professionale. La sua pittura religiosa ha una peculiare caratura devota, nel migliore dei sensi possibili, e spirituale. Lo dimostrano in particolare i quadri destinati al culto privato, come la piccola serie dei santi a mezza figura – San Giuseppe, San Gioacchino, San Gioacchino in lettura – parte della collezione dell’arciduca Leopoldo Guglielmo d’Austria, il San Giovanni Battista ragazzo (1650-55) o, soprattutto, il doppio ritratto di due ragazzine nelle vesti di sant’Agnese e santa Dorotea, capolavoro sensibilissimo e intimo, sospeso, come scrive Van der Stighelen, tra «sentimento malinconico e tecnica sofisticata». Ritroviamo in questi ultimi due lavori una Wautier intensa pittrice dell’infanzia, il cui vertice è la serie dei Cinque sensi, recentemente ritrovata, restituiti con un riuscito melange di ironia e tenerezza.
Il museo viennese ha in collezione diverse opere della Wautier, in quanto già di proprietà dell’Arciduca, tra cui la sua prova più ambiziosa, il citato Trionfo di Bacco (1655-1659). Una composizione perfettamente bilanciata tra ritmo e masse mostra un corteo di nudi maschili, certamente studiati dal vero: un fatto che interroga, dato che alle donne era negata tale possibilità nelle accademie, ma che potrebbe essere spiegata con la condivisione dello studio con il fratello. Prominente nel corteo, unica donna, ritroviamo Michaelina in un suo secondo autoritratto, questa volta idealizzato. Un sigillo giustamente orgoglioso non solo a un’opera ma a una vita, che la sua pittura continua a testimoniare.

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