Mozambico, la pace che vinse la guerra
Mentre nuovi conflitti sembrano destinati a durare senza fine, un accordo ci ricorda che nessuna vittoria militare può sostituire il compromesso e la convivenza. Nel 1992 la riconciliazione tra Frelimo e Renamo pose fine a 16 anni di conflitto civile e a circa un milione di morti

In tempi di guerre che si eternizzano, e di illusorie risoluzioni delle controversie attraverso la sola forza militare, può essere non solo utile ma anche consolante riandare al processo di pace del Mozambico, felicemente conclusosi il 4 ottobre 1992. Fu la vittoria non di una delle due parti belligeranti ma del dialogo, dell’arte del negoziato e del compromesso, del riconoscimento reciproco come fratelli mozambicani alias esseri umani.
Per ventisette mesi, a Roma, nella sede della Comunità di Sant’Egidio in Trastevere, si svolsero le trattative tra il governo del Fronte di Liberazione (Frelimo) che aveva sconfitto i portoghesi e realizzato l’indipendenza nel 1975, e la guerriglia della Resistenza Nazionale Mozambicana (Renamo) che interpretava un certo malcontento popolare per un regime che dell’indipendenza aveva fatto motivo di rivoluzione marxianamente ispirata dei rapporti sociali tradizionali. Quattro mediatori le condussero: i promotori Andrea Riccardi e Matteo Zuppi (davvero, allora, “don Matteo” e non Eminenza) per Sant’Egidio; mons. Jaime Gonçalves arcivescovo di Beira; il parlamentare Mario Raffaelli per il governo italiano.
Finiva una guerra durata sedici anni, costata un milione di morti sui dieci che popolavano il Mozambico al momento dell’indipendenza, e poi milioni di sfollati interni e profughi nei paesi confinanti. Fondamentale fu superare, grazie a un lungo rodaggio negoziale, mentalità e prospettive solo militari per trovare infine un linguaggio e un modo di ragionare comune alle due parti. La politica prevalse sulle armi, e fu la pace.
Nelson Moda è un mozambicano che conobbe la guerra da bambino e nel 1992 avvertì la pace come una liberazione nella vita della sua comunità di appartenenza. Il titolo del libro che le dedica è Xirico. Voci di pace dal Mozambico , (Morcelliana, pagine 174, euro 16,00, prefazione di Andrea Riccardi), dal nome di un uccellino africano con cui venivano chiamate le radio costruite in Mozambico con l’aiuto dei cooperanti della Germania dell’Est, diffuse fin nei luoghi più periferici. Attraverso “Xirico” la popolazione seppe della firma di pace alla sera del 4 ottobre 1992, dopo di che si dette immediatamente a feste e balli, alla pazza gioia. Ma com’era possibile credere che la pace fosse effettiva per una voce nell’etere? Quali prove si davano? Fino a quello stesso giorno s’era vissuto tra indicibili orrori, eppure scoppiava la sicurezza di una nuova vita.
Una spiegazione di questo atto di fede in ciò che veniva da Roma si ha, a ben comprenderle, nelle testimonianze raccolte con passione da Moda in ben 250 interviste a persone comuni che vissero la guerra civile nelle situazioni più disparate. Sono racconti della raccapricciante disumanità della guerra e della vita di un popolo quotidianamente in fuga da essa.
Le guerre civili non hanno regole, leggi, convenzioni tra Stati, e si prestano a qualsiasi abuso. Non c’era molta differenza nella condotta di governativi e guerriglieri. Se si sapeva o solo s’immaginava che in un villaggio era passato un combattente della parte avversa, tutte le persone del villaggio rischiavano sanguinose rappresaglie. Né gli uni né gli altri avevano pietà, non si facevano prigionieri se non per costringerli a combattere nelle proprie fila. I bambini venivano seviziati e uccisi davanti ai genitori per estorcere loro qualcosa, o viceversa si uccidevano i genitori davanti ai bambini per indurirli, privarli di sensibilità alle atrocità, e farne dei soldati. Ogni pomeriggio le popolazioni lasciavano case e capanne per passar la notte sugli alberi, in buche e fosse insieme ai serpenti, in anfratti di fortuna, nelle boscaglie, nei cimiteri con i morti, nelle paludi tra gli insetti. Guai a farsi sorprendere nel sonno dall’uno o dall’altro gruppo combattente. Si poteva essere uccisi, torturati, rapiti, resi schiavi. Nelle parole di un testimone, i civili catturati «che si lamentavano o si stancavano venivano uccisi, ogni giorno veniva vissuto come fosse l’ultimo».
Si moriva per caso, ovunque si fosse, da soli nei campi, per via con altri, in casa, per la sfortuna di esser visti da qualche soldato o di trovarsi in un luogo sotto attacco. Dominava la fame. Nelle città i mercati erano vuoti, nelle campagne tutto era saccheggiato da chi prima arrivava. La gente mangiava manioca e banane se ne trovava, o s’arrangiava con radici e foglie, tuberi spontanei e frutta selvatica. Non pochi morivano per aver mangiato funghi velenosi senza aver bene rispettato le complesse procedure per renderli commestibili (infinite bolliture e filtrature). Non c’erano vestiti, in varie zone la gente si vestiva intrecciando cortecce e foglie d’albero. Non c’erano più infrastrutture, non scuola, non trasporti. Dilagava una brutalità primitiva, con sofferenze che nessun testimone rammemora volentieri, specie se ex militare inevitabilmente memore di violenze esercitate e subite, di camion che rientravano in caserma pieni di morti e feriti, di compagni mutilati e uccisi. Storie del passato? Guardando la situazione in Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo, in Mali ed in altri conflitti “non convenzionali” forse le testimonianze raccolte da Nelson Moda ci aiutano anche a comprendere le sfide del nostro tempo.
Eppure le stesse testimonianze di sangue affermano come nessuno sentisse propria la guerra, nessuno odiasse, nessuno capisse la necessità di accanirsi gli uni contro gli altri. I mozambicani non volevano essere nemici tra loro: si spiega così quel voler festeggiare immediatamente la notizia della pace, senza verificarla nei fatti. Dopo tanti lutti, non ci furono ricatti, vendette, faide, rappresaglie. Straordinaria questa riconciliazione, questa ripresa di vita comune senza odio, questo riconoscersi famiglia insieme senza strascichi del male vissuto: forse, qualcosa di divino. Qualche esempio delle “voce di paci” del libro: «Quel che ho vissuto in guerra è stato molto duro. A 17 anni sono stato catturato dal Frelimo e a 19 anni, in combattimento, sono stato catturato dalla Renamo. Se le circostanze che abbiamo vissuto determinassero l’età di un individuo, io sarei più vecchio di mio nonno. Oggi non so dire se sono della Renamo o del Frelimo. So solo che sono vivo. Era una guerra che non sarebbe mai finita con i combattimenti, ma solo con il dialogo e la buona volontà».
«Catturavano le donne nei campi e le maltrattavano. Poi, quando trovavano spie, miliziani, ecc. li legavano e li davano alle fiamme per farli confessare. Non erano gli ordini di Dhlakama [capo della Renamo], ma il modo rabbioso e caotico con cui i guerriglieri conducevano il conflitto. Arrostivano le persone come si arrostiscono i polli. Ora non si parla più di nemici. Si parla di un popolo, di una famiglia. Oggi molti ex guerriglieri della Renamo vivono con noi. Non ci sono più problemi. Chi dice che i giorni in cui viviamo sono peggiori dei precedenti è un bugiardo e non ha vissuto la guerra civile. Io e i miei figli dormivamo ogni giorno sugli alberi di banane. Nessuno credeva che ci sarebbe stata la pace. Alla notizia della pace, abbiamo festeggiato». E ancora : «Tutti hanno ucciso. Il Frelimo ha ucciso e la Renamo ha ucciso. Ci sono molte cose che non vale la pena di dire. Ma la cosa più importante era raggiungere la pace e oggi viviamo insieme come una famiglia».
Tra i testimoni della gioia per la fine della guerra il libro menziona suor Maria De Coppi, religiosa comboniana in Mozambico dal 1963, uccisa nel 2022 da fondamentalisti islamici nella regione di Cabo Delgado: ancora una volta la memoria del passato si lega ai drammi della attualità e ammonisce a custodire il prezioso dono della pace.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





