«La Tradizione cristiana fa rima con rivoluzione»
Parla Foucauld Giuliani, membro del francese Collettivo Anastasis che ha appena pubblicato il pamphlet “Urgenza evangelica”: «È impossibile pensare una teologia che non sia anche politica. La sfida delle fede è sempre creare qualcosa di nuovo»

Arriva da Oltralpe un testo “giovane” di rara profondità e incisività che interpella i credenti a un impegno radicale contro la globalizzazione dell’indifferenza e dell’impotenza (Francesco e Leone XIV). Urgenza evangelica è il titolo di un libretto che si presenta, come dice il sottotitolo, come un «Manifesto per un universalismo egualitario alternativo alla globalizzazione capitalista» (Castelvecchi, pagine 68, euro 12,50). Ne parliamo con uno dei membri del Collettivo Anastasis, composto da giovani pensatori e attivisti, che firma il Manifesto, Foucauld Giuliani, docente invitato alle Facultés de Loyola di Parigi, già autore con Paul Colrat e Anne Waeles di un saggio notevole, La comunione che viene. Giovani, politica e fede. Quaderni (Paoline). Il collettivo riunisce in prima persona una ventina di persone e ne coinvolge circa un migliaio in iniziative varie.
Nel Manifesto il vostro collettivo si dichiara esplicitamente cattolico, rifacendosi al pensiero sociale della Chiesa. Nel testo compaiono vari riferimenti, ad esempio anche von Balthasar. Sembra che, fin dal titolo, emerga forte la volontà di tenere insieme tutte le istanze della Dottrina sociale. È così?
«Sì, è vero, i nostri riferimenti sono vari, comprendono la teologia della liberazione, i Padri della Chiesa, vari teologi, insomma tutta una Tradizione che, secondo il nostro punto di vista, non fa rima con “conservazione” ma con “rivoluzione”. Vi sono alcuni principi propri della Dottrina sociale della Chiesa, ad esempio la destinazione universale dei beni, che sono veri e propri concetti “rivoluzionari”, radicali nella loro proposta, se guardiamo al mondo di oggi».
Come viene accolto questo tentativo di “comunione” del pensiero cattolico sociale?
«Riceviamo di solito due critiche: la prima, secondo cui noi confonderemmo l’ordine profano e l’ordine religioso, mentre invece la fede cristiana rispetto alla politica dovrebbe solamente essere “ispirativa” (qui sentiamo l’eco di Jacques Maritain). L’altra critica è che saremmo imbevuti di un radicalismo cristiano eccessivo».
Le vostre risposte?
«A noi non interessa raggiungere il potere ma non possiamo fare a meno di notare che la teologia ha una ricaduta politica precisa. Già i Padri della Chiesa avevano idee teologiche che comportavano delle complicanze politiche molto nette. Rispetto alla seconda critica, pensiamo che non si debba confondere sociologia e teologia, e che quindi il cristianesimo borghese non sia “il” cristianesimo autentico né, tantomeno, sia corretto far passare il cristianesimo come una cultura, per difendere una certa “uniformità culturale” dell’Europa, e della Francia in particolare, in chiave anti-islamica. Ricordiamocelo: il cristianesimo non è una cultura, è una fede, che genera una nuova vita e trasforma le culture».
Torniamo ai vostri riferimenti culturali, piuttosto “irregolari”: si spazia da Dorothy Day a Charles Péguy, da Frédric Ozanam a Gustavo Gutiérrez. Guardare ai maestri di ieri non rischia di essere solo un’operazione-nostalgia?
«La sfida della fede cristiana è sempre creare qualcosa di nuovo. Ma i cristiani non creano niente dal nulla, si inseriscono in una Tradizione che sono chiamati a rendere attuale. Oggi nelle nostre città si constatano problemi sociali nuovi, un esempio le persone affette da disturbi psichiatrici che necessitano di accoglienza. Ecco, lì il cristiano è chiamato a rendere nuova una Tradizione. Ancora: oggi pensiamo che, di fronte ad una nuova situazione internazionale, la Chiesa debba intestarsi un modo nuovo di concepire la cittadinanza, che non può più basarsi su un principio di Stato-nazione, perché il mondo è globalizzato e bisogna pensare l’essere cittadini in maniera nuova».
Voi collegate la parola “Anastasis” a due significati: il cristiano è un uomo risorto come Cristo, ma anche un “insorgente”, che si ribella contro le ingiustizie.
«Crediamo che essere risorti oggi significhi sbloccarci di fronte ai segni dei tempi, che a volte ci “bloccano” come persone e come credenti. La forza della risurrezione di Cristo ci “sblocca” da tutto questo. Per questo motivo abbiamo intitolato il nostro scritto “Urgenza”, perché vediamo come siamo pressati dalla necessità di un’economia che rispetti le persone e il creato, che non consideri la natura un grande supermercato, oppure di fronte all’idea per cui gli anziani sono inutili. Questa è una rivoluzione filosofica e sociale, è un guardare differente. E questo è anche un dono che arriva dalla fede».
Se guardiamo al nostro mondo, vedete delle persone che vivono la fede con sana ribellione?
«Pensiamo all’esperienza di Mediterranea, la nave capitanata da Luca Casarini che salva i migranti in mare di fronte all’idea di chi vuole rispedire indietro quelle persone con un blocco navale; oppure l’azione del collettivo di preti che in Italia si è esposto contro il genocidio perpetrato a Gaza; in Francia pensiamo all’associazione APA, Association pour l’Amitié, che in alcuni appartamenti a Parigi mette insieme persone senza domicilio fisso e altre persone, in una forma di coabitazione tra uomini e donne di culture, percorsi e età differenti».
Dal vostro documento emerge che esplicitamente e senza remore proclamate la vostra fede cattolica e la vostra adesione alla Chiesa. Senza falsi pudori, senza vanagloria o qualche vergogna.
«Per noi va recuperata l’unione inscindibile tra fede e teologia, e fra azione e pensiero. Gli uni nutrono gli altri. Nel mondo liberale la fede invece viene confinata ad essere una faccenda privata, ognuno crede per conto suo. Ma secondo noi la fede non è un atto privato, rimane un gesto esistenziale, che chiama in causa il nostro modo stesso di esistere e di guardare all’esistenza. La fede in Cristo è il punto di partenza da cui guardare tutto, non come affermazione identitaria ma come una forma di vedere il mondo che cambia il nostro stesso modo di osservare la realtà. Come dicevano Dorothy Day e Henri de Lubac, la fede è “un’istanza comunitaria”, che cerca di incarnarsi nella storia. Non siamo individui che fanno ognuno per sé né supereroi solitari».
Nel Manifesto il vostro collettivo si dichiara esplicitamente cattolico, rifacendosi al pensiero sociale della Chiesa. Nel testo compaiono vari riferimenti, ad esempio anche von Balthasar. Sembra che, fin dal titolo, emerga forte la volontà di tenere insieme tutte le istanze della Dottrina sociale. È così?
«Sì, è vero, i nostri riferimenti sono vari, comprendono la teologia della liberazione, i Padri della Chiesa, vari teologi, insomma tutta una Tradizione che, secondo il nostro punto di vista, non fa rima con “conservazione” ma con “rivoluzione”. Vi sono alcuni principi propri della Dottrina sociale della Chiesa, ad esempio la destinazione universale dei beni, che sono veri e propri concetti “rivoluzionari”, radicali nella loro proposta, se guardiamo al mondo di oggi».
Come viene accolto questo tentativo di “comunione” del pensiero cattolico sociale?
«Riceviamo di solito due critiche: la prima, secondo cui noi confonderemmo l’ordine profano e l’ordine religioso, mentre invece la fede cristiana rispetto alla politica dovrebbe solamente essere “ispirativa” (qui sentiamo l’eco di Jacques Maritain). L’altra critica è che saremmo imbevuti di un radicalismo cristiano eccessivo».
Le vostre risposte?
«A noi non interessa raggiungere il potere ma non possiamo fare a meno di notare che la teologia ha una ricaduta politica precisa. Già i Padri della Chiesa avevano idee teologiche che comportavano delle complicanze politiche molto nette. Rispetto alla seconda critica, pensiamo che non si debba confondere sociologia e teologia, e che quindi il cristianesimo borghese non sia “il” cristianesimo autentico né, tantomeno, sia corretto far passare il cristianesimo come una cultura, per difendere una certa “uniformità culturale” dell’Europa, e della Francia in particolare, in chiave anti-islamica. Ricordiamocelo: il cristianesimo non è una cultura, è una fede, che genera una nuova vita e trasforma le culture».
Torniamo ai vostri riferimenti culturali, piuttosto “irregolari”: si spazia da Dorothy Day a Charles Péguy, da Frédric Ozanam a Gustavo Gutiérrez. Guardare ai maestri di ieri non rischia di essere solo un’operazione-nostalgia?
«La sfida della fede cristiana è sempre creare qualcosa di nuovo. Ma i cristiani non creano niente dal nulla, si inseriscono in una Tradizione che sono chiamati a rendere attuale. Oggi nelle nostre città si constatano problemi sociali nuovi, un esempio le persone affette da disturbi psichiatrici che necessitano di accoglienza. Ecco, lì il cristiano è chiamato a rendere nuova una Tradizione. Ancora: oggi pensiamo che, di fronte ad una nuova situazione internazionale, la Chiesa debba intestarsi un modo nuovo di concepire la cittadinanza, che non può più basarsi su un principio di Stato-nazione, perché il mondo è globalizzato e bisogna pensare l’essere cittadini in maniera nuova».
Voi collegate la parola “Anastasis” a due significati: il cristiano è un uomo risorto come Cristo, ma anche un “insorgente”, che si ribella contro le ingiustizie.
«Crediamo che essere risorti oggi significhi sbloccarci di fronte ai segni dei tempi, che a volte ci “bloccano” come persone e come credenti. La forza della risurrezione di Cristo ci “sblocca” da tutto questo. Per questo motivo abbiamo intitolato il nostro scritto “Urgenza”, perché vediamo come siamo pressati dalla necessità di un’economia che rispetti le persone e il creato, che non consideri la natura un grande supermercato, oppure di fronte all’idea per cui gli anziani sono inutili. Questa è una rivoluzione filosofica e sociale, è un guardare differente. E questo è anche un dono che arriva dalla fede».
Se guardiamo al nostro mondo, vedete delle persone che vivono la fede con sana ribellione?
«Pensiamo all’esperienza di Mediterranea, la nave capitanata da Luca Casarini che salva i migranti in mare di fronte all’idea di chi vuole rispedire indietro quelle persone con un blocco navale; oppure l’azione del collettivo di preti che in Italia si è esposto contro il genocidio perpetrato a Gaza; in Francia pensiamo all’associazione APA, Association pour l’Amitié, che in alcuni appartamenti a Parigi mette insieme persone senza domicilio fisso e altre persone, in una forma di coabitazione tra uomini e donne di culture, percorsi e età differenti».
Dal vostro documento emerge che esplicitamente e senza remore proclamate la vostra fede cattolica e la vostra adesione alla Chiesa. Senza falsi pudori, senza vanagloria o qualche vergogna.
«Per noi va recuperata l’unione inscindibile tra fede e teologia, e fra azione e pensiero. Gli uni nutrono gli altri. Nel mondo liberale la fede invece viene confinata ad essere una faccenda privata, ognuno crede per conto suo. Ma secondo noi la fede non è un atto privato, rimane un gesto esistenziale, che chiama in causa il nostro modo stesso di esistere e di guardare all’esistenza. La fede in Cristo è il punto di partenza da cui guardare tutto, non come affermazione identitaria ma come una forma di vedere il mondo che cambia il nostro stesso modo di osservare la realtà. Come dicevano Dorothy Day e Henri de Lubac, la fede è “un’istanza comunitaria”, che cerca di incarnarsi nella storia. Non siamo individui che fanno ognuno per sé né supereroi solitari».
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