La pedagogia materna di san Francesco
Il santo di Assisi appare un modello per il presente anche sotto il profilo educativo, con il suo stile basato sull’esempio

Anticipiamo in queste colonne il contributo di Elena Beccalli, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, pubblicato all’interno del volume di Vita e Pensiero La semplicità del Vangelo. San Francesco: l'uomo totalmente riconciliato, a cura di Maddalena Colli, Barbara Pandolfi, Carmine Giovanni Ferrara (pagine 216, euro 20,00). Il volume, pubblicato nell’ottavo centenario della morte di san Francesco, si articola in due parti. La prima ripropone gli articoli apparsi su "Fiamma Viva" dell’ottobre 1926, con contributi di figure rilevanti del panorama ecclesiale, come Agostino Gemelli, Armida Barelli, Giulio Salvadori, Saverio Ritter, Maria Sticco, dedicati all’attualità del messaggio francescano. La seconda raccoglie riflessioni contemporanee che rileggono quei testi, approfondendo la spiritualità di Francesco e il ruolo di Armida Barelli. Il volume sarà presentato nella sede milanese dell’Università Cattolica l'11 maggio.
San Francesco è una figura educativa straordinaria, innovativa per i suoi tempi e tuttora moderna. Non è il classico abate medievale che governa dall’alto con autorità, ma il promotore di una modalità inedita di declinare la relazione tra maestro e allievo. Si potrebbe dire che la pedagogia di Francesco è orizzontale, materna, fondata sulla coerenza. Una pedagogia il cui nucleo originario risiede nella fraternità, intesa come spazio generativo di relazioni, all’interno del quale si delinea il ruolo del Santo come educatore, interpretato in maniera così originale da consentire di parlare di un vero e proprio stile educativo di Francesco. Uno stile che – inteso come sintesi di visione antropologica, metodo formativo e finalità etica – prende forma e si realizza nelle comunità dei frati. E che continua a manifestarsi tutt’oggi.
Infatti, pur nella distanza storica e istituzionale, emerge una profonda sintonia tra l’ispirazione francescana e il progetto educativo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si intravede un percorso di trasmissione, reinterpretazione e attualizzazione dell’ethos francescano in un’istituzione accademica contemporanea com’è l’Ateneo dei cattolici italiani. Una sintonia di fondo che, in ultima istanza, rappresenta una fonte importante per procedere sulla strada dell’articolato – ma necessario – ripensamento dei paradigmi interpretativi della nostra epoca. Lo stile educativo di Francesco a mio avviso è connotato da alcuni tratti distintivi, che articolerei nel primato dell’esempio, nell’autorità come maternità, nella cura della persona, nell’educazione alla libertà e nella santa semplicità.
Innanzitutto, il primato dell’esempio: prima fare, poi insegnare. È questa la regola d’oro della pedagogia francescana, poiché il Santo di Assisi non chiede mai ai suoi frati qualcosa che lui non abbia già fatto o non stia facendo. I frati imparano non tanto ascoltando lezioni teoriche, ma osservando il suo agire nella pratica quotidiana. È la regola della coerenza: se predichi la povertà, indossa la tonaca più logora. In tale prospettiva, secondo san Francesco, un educatore che non vive ciò che dice è un impostore.
In secondo luogo, l’autorità come maternità. Francesco rifiuta i titoli di potere come priore (dal latino prior, “il primo, colui che sta davanti”). Al contrario vuole che i superiori si chiamino ministri (dal latino minister, ovvero servo) e guardiani. È lo stesso Francesco a indicarlo chiaramente nelle sue Lettere e nella Regola, in cui spiega che ogni frate deve amare e nutrire il suo fratello spirituale «come la madre ama e nutre il suo figlio carnale». L’autorità dell’educatore è pertanto da intendersi in una logica di maternità.
In terzo luogo, cura della persona. Francesco possiede un dono carismatico nel capire chi ha davanti. Non educa tutti allo stesso modo secondo uno schema indistinto e uniforme, ma cerca di modulare il suo approccio alla persona che ha di fronte. Sono tanti gli episodi che si possono ricordare. Con gli ipocriti è durissimo: con “frate mosca” – un appellativo simbolico per indicare colui che evitava il lavoro e cercava il beneficio altrui – usa parole taglienti per scuoterne la coscienza e smascherarne l’inganno. Con i fragili è dolcissimo: con chi pecca per debolezza o tentazione (e non per superbia), mostra una compassione infinita. Celebre è il caso dei frati che avevano cacciato malamente dei briganti: Francesco non solo li rimprovera, ma li manda a rincorrere coloro che avevano rifiutato per chiedere scusa e offrire loro accoglienza, insegnando che nessuno è irrecuperabile.
In quarto luogo, educare alla libertà contro l’individualismo. Sembra un paradosso, ma Francesco educa alla libertà contrastando ogni forma di esaltazione del proprio io. Il suo obiettivo è liberare il frate dall’egocentrismo, dalla pretesa di avere ragione, dalla singolarità. Una volta che il frate smette di difendere il proprio orgoglio o le proprie posizioni ostinate e inflessibili, diventa veramente libero e capace di gioia perfetta. La missione educativa per Francesco è dunque orientata a formare uomini liberi, non rigidi esecutori di norme.
In quinto luogo, la santa semplicità, ossia l’anti-intellettualismo pedagogico. Francesco teme che i frati diventino intellettuali chiusi in astratte elaborazioni teoriche. Lui vuole invece che i frati rimangano semplici (sine plica, senza pieghe). La sua pedagogia punta cioè all’essenziale. Questo tratto, come avverte padre Gemelli, non deve far cadere nell’equivoco di pensare che «san Francesco non amò lo studio e non mandò a scuola i suoi frati», piuttosto egli «amò e patrocinò gli studi» come ben evidenzia il cappuccino padre Ilarino Felder. Purtuttavia, lo studio non deve essere il fine, quanto invece il mezzo per il raggiungimento della verità.
In sintesi, nel delineare la figura di Francesco educatore, emerge l’immagine di una madre che non indulge nel viziare i figli. Accoglie, perdona le fragilità, si fa vicina nella debolezza e non permette l’autoinganno né il senso di superiorità. Educa pertanto a una fede matura. È un’impostazione che può apparire del tutto inattuale e, invece, richiama una visione a fondamento della missione educativa da riscoprire e coltivare.
Una visione che affonda in radici antiche. Il concetto francescano di educazione in chiave materna rimanda alla maieutica socratica, secondo cui la verità non viene trasmessa dal maestro al discepolo, ma è già latente in quest’ultimo e, come nel gesto della levatrice evocata da Socrate, deve essere “messa al mondo” con l’esempio e il dialogo. In tale orizzonte, papa Leone XIV, nella lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, facendo riferimento all’Apologia di Socrate di Platone, afferma che per far fiorire l’essere è indispensabile prendersi cura dell’anima. E aggiunge: «Educare è un compito d’amore che si tramanda di generazione in generazione, ricucendo il tessuto lacerato delle relazioni». Un approccio basato sulla maieutica dell’esperienza, cioè sull’educazione come evento relazionale, in cui la persona è protagonista di un incontro che dischiude alla realtà. Un genuino atto educativo si sottrae, pertanto, a ogni riduzionismo istruttivo, specie se ha come obiettivo quello di aiutare il discepolo a «conquistare» la sua libertà.
Il significato dello stile educativo di Francesco si può cogliere appieno solo collocandolo nell’alveo della fraternità. Lo spiega bene un episodio della vita del Santo. Alla domanda «chi è il frate minore?», Francesco risponde che il frate minore, in quanto figura ideale, non esiste poiché la minorità non è una qualità individuale, bensì una realtà relazionale e comunitaria. Il frate minore non si definisce per opposizione o superiorità rispetto agli altri, non emerge come individuo esemplare o modello da imitare, ma si delinea nello spazio delle relazioni fraterne. È chiaramente evidente l’assonanza con l’idea moderna di comunità educante, in cui tutte le componenti – maestri e allievi – contribuiscono al processo educativo che è sempre l’esito di un’alleanza tra generazioni. Non si tratta di confondere i ruoli, ma di affiancare al sapere trasmesso dai maestri la consapevolezza che gli allievi operano come veri e propri anticipatori culturali.
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