Riscoprire il valore della fiducia al tempo dell’IA
In un mondo dove
regna la diffidenza non sarebbe possibile creare una comunità. Dalle truffe agli algoritmi, una riflessione sull’affidamento reciproco che rende possibile la vita insieme

Anticipiamo l’intervento che il filosofo Adriano Fabris terrà venerdì prossimo al Piccolo Festival della Fiducia in corso in questi giorni a Pisa. La manifestazione è giunta alla sua quinta edizione ed è diretta da Tommaso Greco, ordinario di filosofia del diritto all’Università di Pisa.
Nei giorni scorsi un anziano amico è stato truffato. Non è stato il solo, in questo periodo, a essere vittima di persone senza scrupoli. Ma perché una truffa ha successo? Che cosa ci fa cadere nella trappola? Ogni truffa si basa sul fatto che il truffatore ci convince a fare certe cose anzitutto perché riesce a guadagnarsi la nostra fiducia. Di conseguenza l’unico rimedio per evitare di essere truffati sembrerebbe quello di non dare più fiducia a nessuno. È ciò che dice adesso il mio amico: non voglio credere più a niente. Si tratta però di una scelta sbagliata. Riflettiamoci un attimo.
Che cos’è la fiducia? Su che cosa si basa? Perché ne abbiamo bisogno? La fiducia è una condizione fondamentale dell’essere umano. Se non c’è fiducia, non c’è possibilità di stare insieme. Il nostro essere comunità si fonda infatti su un affidarsi reciproco. Lo conferma la prima delle due etimologie della parola “fiducia”. La sua radice, nelle lingue derivate dal latino, è la stessa di fides. Esprime un atto di affidamento, un’apertura dell’essere umano a qualcosa di altro. È ciò su cui si basa la fede religiosa.
Ma perché, appunto, ci affidiamo? Lo facciamo, siamo costretti a farlo, perché abbiamo dei limiti. Ci rivolgiamo ad altri perché da soli, in molti casi, non riusciamo a raggiungere i nostri scopi. Non siamo onnipotenti, non siamo in grado di fare tutto. Ecco perché siamo costretti ad aprirci agli altri e a confidare nella loro collaborazione. Ecco perché alla fiducia non possiamo rinunciare.
Ci affidiamo agli altri perché crediamo che possano venirci incontro, magari in un momento di difficoltà, e darci quanto ci manca. Ciò presuppone però che agli altri riconosciamo il fatto di avere ciò che noi non possediamo. Magari hanno un’autorità, un potere, un’abilità a cui noi non possiamo aspirare. Questo ulteriore carattere della fiducia viene confermato dall’altra etimologia della parola, quando essa ricorre non nelle lingue neolatine, ma nell’inglese o nel tedesco. Qui la radice è la stessa del termine “albero”, “tronco dell’albero”. Indica qualcosa di saldo, di solido, di stabile. È il motivo per cui possiamo dare fiducia a qualcuno o a qualcosa. Ci affidiamo perché vogliamo appoggiarci a ciò che riteniamo sia in grado di sostenerci.
Così abbiamo chiarito che cos’è la fiducia, su che cosa si basa, perché sorge. E abbiamo capito su che cosa fa leva l’attività spregevole dei truffatori: si rivolgono a persone fragili, conquistano la loro confidenza, inducono in esse un falso bisogno, si offrono di aiutarle e poi le derubano. Per evitare questo pericolo, però, non possiamo rinunciare a qualsiasi atto di affidamento. Perderemmo quel tratto solidale che ci contraddistingue in quanto esseri umani. In un mondo governato dalla diffidenza non sarebbe possibile costruire una comunità. Ci ritroveremmo soli, in un contesto nel quale ciascuno fa il suo gioco a spese degli altri. Ma sarebbe andare da un estremo all’altro. E non si vivrebbe certo bene.
Ci vuole invece equilibrio. Bisogna fidarsi, sì, ma con prudenza. Non è possibile rinunciare alla fiducia, ma è necessario agire con misura. La prudenza è la virtù che consente di raggiungere l’equilibrio e la misura di cui abbiamo bisogno. È la virtù che ci vuole nella nostra epoca, dove sembra che solo posizioni estreme, contrapposte, violente, possano avere spazio.
Se però riusciamo talvolta a esercitare questa fiducia prudente nei rapporti sociali – e tanto più lo deve fare il mio anziano amico truffato –, ben diversa è la situazione nei casi in cui interagiamo con programmi, dispositivi, macchine. Qui, proprio nei confronti di queste entità artificiali, prevale ormai un affidamento incondizionato. Continuiamo a seguire le indicazioni del navigatore satellitare anche se vediamo che ci porta su una strada impercorribile. Preferiamo fare ciò che ci consiglia anche se la nostra esperienza ci direbbe di andare da un’altra parte. Privilegiamo ciò che sta su uno schermo piuttosto che ciò che è davanti ai nostri occhi. Perché?
Perché oggi sono le macchine, i dispositivi, i programmi ciò che ci sembra più saldo, solido, stabile. Ed è dunque, o almeno pare essere, ciò che può rimediare alle nostre debolezze. Le entità artificiali non si stancano, sono più efficienti di noi, raggiungono comunque i loro obbiettivi. Per questo sono affidabili: perché seguono a ogni costo una procedura standard.
È la piccola truffa che caratterizza il nostro tempo. Di nuovo si fa leva sulla fragilità umana, di nuovo s’induce un bisogno, di nuovo si offre un aiuto, che viene comunque pagato a caro prezzo. Se continuiamo con l’esempio del navigatore, certamente l’orientamento e le indicazioni che esso fornisce sono più precisi e accurati di quelli che potremmo ottenere con le nostre sole forze. Il bisogno indotto è quello di una efficienza sempre maggiore nei nostri spostamenti. Tale bisogno viene soddisfatto, però, a prezzo della perdita di una specifica capacità – la nostra capacità di orientarci, che diminuisce se non la alleniamo – e del conferimento ad altri di informazioni e dati che ci riguardano: senza sapere come essi verranno utilizzati.
Anche qui non è necessario rifiutare ciò che tecnologie ci danno. Basta usufruirne con prudenza. Basta essere consapevoli di ciò che implica il nostro rivolgerci a esse e delle conseguenze che questo comporta. Basta non fornire una delega in bianco a ciò che non conosciamo. Come sottolinea la Magnifica Humanitas riguardo all’intelligenza artificiale, la dimensione tecnologica offre agli esseri umani un aiuto prezioso, che però richiede attenzione.
Insomma: la fiducia è una cosa seria. Non possiamo rinunciarvi, ne abbiamo bisogno. Ma va maneggiata con cura. Va accordata a chi la merita davvero. Va sperimentata in maniera consapevole. Va verificata con prudenza. Va allenata. Solo così potrà essere un motore per la crescita e lo sviluppo dell’essere umano. Solo così potrà promuovere e sostenere la nostra capacità di creare relazioni feconde.
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