Infinito e tragico: Cacciari, Esposito e i volti del Kaos
Nel loro libro a quattro mani i due filosofi vedono il vuoto su cui poggia l’oggi dal punto di vista del tramonto dell’Occidente e del realismo geopolitico

Pirandello amava dire d’esser figlio del Caos, essendo Càvasu – il suo luogo di nascita – “corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Xáos”. Osservazione profetica. Se prestiamo ascolto a quanto sostengono Cacciari ed Esposito nel loro ultimo lavoro (Kaos, Il Mulino, pagine 128, euro 16,00), è esattamente questa l’odierna condizione politica. Del resto, lo sapeva già Esiodo. Tutto nasce dal Caos, e tutto può farvi ritorno. “Il Vuoto-Chaos resta sempre aperto sotto i nostri piedi. […]. È quello che attraversiamo uno di questi? Avvertiamo un Vuoto capace di inghiottirci?”, si chiedono in premessa gli autori. Domanda retorica, perché mai come in questo tempo percepiamo l’inquietudine del nuovo disordine mondiale. Inutile indulgervi: l’epidemia del Covid-19 a cui sono seguite l’invasione russa dell’Ucraina e l’invasione israeliana dell’intero medio-oriente. Ma non è questo lo scopo del libro. Composto di due saggi distinti, tra loro indipendenti, il volume solleva questioni di più ampio respiro rispetto alla mera cronaca del presente. Molto denso, il contributo di Cacciari inquadra la crisi geopolitica contemporanea nel quadro epocale del tramonto dell’Occidente. Diversamente dalle grandi civiltà orientali, l’Europa è cresciuta sotto la spinta di un febbrile bisogno d’infinito (vale a dire, politicamente parlando, d’indefinita espansione coloniale e rapace conquista del mondo). In primo luogo, ma non solo, dal punto di vista politico. Pur radicato in un territorio geograficamente determinato, il moderno Stato europeo è ossessionato dall’apeiron, dalla conoscenza-conquista di ciò che lo sovrasta. Nessun limite, geo-politico o economico, ha potuto trattenerlo. Per buona o per cattiva sorte (torna alla mente l’Ulisse dantesco), l’uomo europeo si è sempre spinto oltre. Non così è avvenuto per le altre grandi civiltà del passato. “L’Impero cinese ruota intorno all’Asse che non vacilla, congiungente tutti i piani dell’essere, Asse che passa al centro del Palazzo di Pechino. È questo il luogo auto-sufficiente, centrato in sé stesso, che non abbisogna affatto di confrontarsi con altri, di esserne curiosus”. Analoghe considerazioni per l’Egitto e per le altre civiltà arcaiche. Ben diverso il destino dell’Europa, che già Hegel descriveva come un leone affamato, sempre pro-teso alla conquista di ogni spazio. Così anche Cacciari. “È la natura dello Stato [europeo] a essere ek-statica! Ovvero, la potenzia statuale è necessariamente imperiale”. L’imperialismo non è la fase suprema o finale che sia del capitalismo, ma la natura dello spirito europeo. Nel frattempo, l’Europa ha ceduto il passo agli Stati uniti d’America. Medesimo lo spirito, identica la pulsione al mare aperto e alla conquista di tutti gli spazi. “Questa translatio imperi [dall’Europa agli Usa] è autentica opera dello Zeitgeist! Sussunzione e trasformazione dello spirito europeo in reale volontà di potenza globale”. L’emigrazione intellettuale dalla Germania agli Stati Uniti, avvenuta in seguito all’avvento al potere di Hitler, “ne è la simbolica rappresentazione”, osserva ancora Cacciari. Simbolica e materiale, aggiungeremmo, posto che altrimenti gli Usa non avrebbero conosciuto lo sviluppo scientifico e culturale che conosciamo. Nel volgere di un paio di secoli, gli Stati Uniti hanno perseguito quel sogno imperiale che era nello spirito dell’Europa. Nondimeno, tanto maggiore la volontà di dominio, quanto più densa e insidiosa l’ombra del Caos che l’accompagna. “Illusionpolitik l’idea che il progresso di globalizzazione produca ‘naturalmente’ Ordine politico […]. La rete della globalizzazione è tutta buchi politici”, che nemmeno la razionalità tecno-scientifica è in grado di appianare. Contrariamente ad alcune mode o vezzi apocalittici, la tecno-scienza non è in grado di neutralizzare l’insorgenza del Caos politico. L’intelligenza artificiale non ordinerà il mondo. Il problema, piuttosto, è ancora quello di Carl Schmitt. “Quale Nomos della Terra?” Quale nuovo ordine mondiale, in un periodo storico - il nostro - in cui il Caos si è nuovamente spalancato? Cacciari non s’avventura in previsioni, ma sa che “esso [l’ordine] non verrà da un Tribunale terzo”. Non dall’Onu, per intenderci, ma – se mai - proprio da quel Caos che ogni ordine minaccia.
Pur diverso per stile e intenzione, il contributo di Esposito conferma l’analisi di Cacciari. Il suo tema è però più circoscritto: la geopolitica, della quale compie un’analisi degna di nota. Contrariamente a quanto si ostenta nei talk-show di prima serata, essa ha un’anima metafisica (ossia greco-tedesca). Non nel senso etimologico del termine (ciò che sta oltre la fisica), ma esattamente in quello indicato da Cacciari: “il tentativo, sempre frustrato e sempre rinnovato, di estrarre un ordine dal chaos che ci opprime”. Metafisica come sguardo stereoscopico sulla realtà politica. “Senza perdere i contatti con il Reale, [la geopolitica] ne esplora lo sfondo negativo”. La geopolitica è realista esattamente nella misura in cui vede il caos sempre incombente in ogni forma politica determinata. Esposito entra nel dettaglio, cominciando dal pensiero di Kissinger fino a Robert Kaplan. Puntuale, spesso illuminante, la sua analisi mette in luce lo sfondo tragico del realismo geopolitico. Era già chiaro a sant’Agostino, “il più grande pensatore realista cristiano”, che ha scorto l’insanabile conflitto interno alla civitas hominis. Ad onta di ogni fanatismo apocalittico, irrinunciabile la civitas umana, eppur segnata dalla tragedia, anche storica, dell’amor sui. Spesso inconsapevolmente, la geopolitica si muove all’interno del tragico paradigma agostiniano d’un ordine politico al tempo stesso necessario e impossibile. “La politica resta il dominio delle passioni e della volontà di potenza. Non va demonizzata, ma non può essere santificata. Diversamente che per tutte le teologie politiche, non ci può essere né politicizzazione del sacro né sacralizzazione del politico”. Dobbiamo vivere nella tragedia. E Poe, Dostoeskij, Melville “valgono per la mente tragica infinitamente più tanti trattati di scienza politica”. Come l’Iliade, “in cui i guerrieri greci e troiani, segretamente avvinti dalla comune sciagura, continuano a lottare nonostante il fato invincibile che li sovrasta”. Nondimeno, nessun cedimento irrazionalistico. Al contrario, realistica è proprio quella scienza (o quell’arte) che metta a fuoco questa duplice esclusione. Una forma politica irrinunciabile eppure sempre esposta al Caos delle violente e spesso inconciliabili passioni umane. Del resto, l’insistenza sulla parola greca potrebbe generare degli equivoci. Xáos non è solo l’origine che ci precede ma ciò che sempre c’accompagna. “La barbarie non si limita a precedere la modernità – è insediata al suo interno”. Consapevolezza tragico-metafisica, che non esime dall’analisi realistica. Al contrario, le conferisce una lucidità assai maggiore di ogni scienza politica unilateralmente razionalistica. “Il realismo […] sa che al fondo dell’ordine, insieme minacciandolo ed esigendolo, si annida il chaos”. Caos non significa crisi ma più precisamente catastrofe, vale a dire, al tempo stesso, implosione dell’ordine dato e mutamento di stato, nuova forma politico-giuridica. A meno che non avesse ragione Nanni Cagnone, recentemente scomparso, quando notava che la storia non avanza, se non da una malattia all’altra.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






