Il duce e Margherita, resa dei conti postuma
Prima traduzione
di un memoriale del ’47 che Sarfatti,
amica della prima
ora e amante
di Mussolini, scrisse
per il pubblico Usa.
Ma restò inedito

In un giorno cupo d’autunno del 1924 Benito Mussolini è in barca con un’amica. Vede un pelo bianco sul braccio e se lo tira via. «Vedi questo? Questo singolo pelo del mio braccio sinistro è più caro e per me vale di più di tutta l’umanità messa insieme». A queste parole l’interlocutrice, Margherita Sarfatti, si sente «attraversata da un brivido di disagio e ribrezzo. Era solo una battuta? Certo. Ma a volte in una battuta può esserci molto. Ahimè, a volte perfino una verità nel fondo di un lurido pozzo». È un Mussolini freddo, privo di qualunque empatia, irresoluto e per questo duro e deciso all’apparenza, succube della moglie, malaticcio e nel 1920 consumatore di cocaina quello che emerge dai ricordi che la sua amica, consigliera e amante, prendendone le distanze, scrisse in esilio, tra la fine della guerra e il 1947. Il memoriale, intitolato My Fault (“È colpa mia”) nella stesura definitiva in inglese, venne proposto da Sarfatti per la pubblicazione a editori statunitensi senza che se ne facesse nulla. Un testo dalla genesi complessa. Forse fu iniziato in Francia, poi nel giugno 1945, appena due mesi dopo piazzale Loreto, sul giornale argentino “Critica” apparvero 14 puntate intitolate Mussolini como lo conocì . Quando l’esperta d’arte e intellettuale socialista – che con la biografia Dux nel 1925 aveva conosciuto il successo internazionale – rientrò in Italia, il testo era troppo scomodo per essere pubblicato. Molte delle personalità ritratte con una certa durezza, da Rachele Mussolini a Edda Mussolini Ciano, erano ancora in vita. Il dattiloscritto rimase così in possesso della famiglia Sarfatti e di lì approdò all’Archivio del ’900 presso il Mart di Rovereto. Su My Fault si è basato nel 2010 Roberto Festorazzi per il suo Margherita Sarfatti, La donna che inventò Mussolini (Angelo Colla editore). Dopo un’edizione americana del 2014, pesantemente interpolata con altri testi, il memoriale ora viene proposto per la prima volta in Italia a cura di Pierfrancesco De Robertis, già direttore de “La Nazione” di Firenze, con un titolo e un sottotitolo che riprendono le due versioni: Margherita G. Sarfatti, È colpa mia. Mussolini come l’ho conosciuto (Paesi edizioni, pagine 252, euro 20,00).
Lo sguardo è retrospettivo e risente della delusione che la donna aveva provato dagli anni Trenta in poi, quando il rapporto con l’amico, amante e futuro dittatore si era progressivamente deteriorato, fino alla decisione dell’ebrea Sarfatti di lasciare il Paese dopo le leggi razziali del 1938. A pesare è anche l’ostilità che la famiglia del duce, i Ciano e i Petacci, qui ritratti a tinte fosche, avevano manifestato per la donna che aveva sul loro marito, padre, amante e capo un grande ascendente intellettuale. E non solo.
Il testo è perciò pieno di reticenze e allusioni. E in realtà, a dispetto del titolo, nota De Robertis nell’introduzione, «la trama del diario scorre su una linea narrativa che tende sempre ad assolvere l’autrice». In modo intelligente, «Margherita cerca di far passare l’idea di aver creduto a un fascismo “buono”, quello che secondo lei salvò l’Italia dal bolscevismo e di avere invece preso le distanze successivamente dalla dittatura quando essa si trasformò in uno strumento di oppressione in mano a un uomo che si era fatto sopraffare dalla smania di potere e che aveva perso la sua caratteristica originaria di positivo rinnovamento della società».
Tre sono i quadri storici su cui le pagine del memoir fanno trasparire prospettive inedite o poco note. Innanzitutto i giorni dell’omicidio Matteotti. Sarfatti dice di aver creduto alle parole di Mussolini che le giurava di non sapere del complotto per uccidere l’oppositore. Ma indica anche un precedente che va in senso contrario. Fa, infatti, riferimento en passant , allo «strano accenno di apprezzamento» con il quale Mussolini, molto tempo prima dei fatti, le aveva parlato della pratica con cui un’organizzazione di fanatici nazionalisti tedeschi, la Heilige Vehme (Sacra Vehme), conduceva nella Repubblica di Weimar omicidi mirati senza lasciare tracce, spurlos . Mussolini aveva notato che tale termine non esisteva in italiano e tale modalità ripugnava allo stile teatrale, alla Bruto, dell’omicidio politico italiano. «Eppure – aveva aggiunto – la sparizione, spurlos , è più d’effetto. E soprattutto… efficace». Certo, non si possono fare processi alle intenzioni, previe oltretutto. Ma la suggestione che il rapimento del leader socialista possa aver corrisposto a una logica del genere, c’è. Sarfatti si pone, poi, degli interrogativi di fronte all’atteggiamento del re. Questi aveva opposto un netto “no”, in nome del liberalismo, alla richiesta del presidente del Consiglio di sciogliere le Camere sotto l’«inutile e sbagliato» Aventino. Mussolini arrivò perfino, scrive l’allora amica, a minacciare Vittorio Emanuele III, che non si piegò. «Perché allora concesse in seguito tutto ciò che seguì e permise cose illegali che gridavano vendetta al cielo?».
Infine i ritratti dei familiari e del “cerchio magico” del Duce. Da Rachele - donna rozza che trascura i figli e, pistola alla mano, insegue il marito traditore per Villa Torlonia - a Edda, descritta come una viziata perdigiorno, al marito il conte Galeazzo, che esercitò un influsso negativo su Mussolini. Sarfatti ce l’aveva con il genero dell’illustre amico, perché aveva avuto il torto di censurare il suo Dux nei punti in cui faceva riferimento alla povertà delle origini della sua famiglia, che – assurta al titolo nobiliare – faceva affari grazie al duce. E il padre Costanzo armatore era anche ministro della Comunicazioni. Una famiglia di arrivisti, secondo Sarfatti, nella quale il rampollo era sì un presuntuoso, ma non un malvagio. Soprattutto era anti-tedesco ed era intervenuto su Vienna a favore dell’ebreo Freud. Infine, Claretta che, stando a Sarfatti, il Duce non amava (perché non era capace di amare nessuno), che faceva parte della schiera di profittatori e si era avvicinata al duce dopo aver già avuto un figlio da un altro.
Ma al centro di tutto c’è sempre lui, l’uomo che posponeva l’idea all’azione, che aveva – al di là della gestualità e della retorica trascinante - una concezione teatrale, shakespeariana, della politica e della vita. «Per anni ho vissuto intellettualmente vicino a lui, l’ho sentito pensare ad alta voce davanti a me, aiutandolo a chiarirsi le idee, talvolta ponendo qualche domanda mirata o semplicemente stando in silenzio e attenta. Non era affatto un teorico né un filosofo, Come spesso accade agli uomini d’azione, non aveva bisogno di affaticarsi a pensare: le idee pensavano per lui». In fondo, però, Benito era un insicuro, come dimostra l’uso di cocaina che – racconta l’amica – aveva consumato nel 1920 presso una non meglio precisata “Casa delle Tre streghe”. «Conservo ancora il pacchetto che gli strappai con la forza un giorno a Milano. Pallido, con gli occhi grandi e cerchiati di rosso, entrò in casa mia barcollando come se fosse ubriaco», scrive Margherita. Non fu, questa, l’unica dimostrazione di debolezza psicologica e fisica da parte di un uomo che, da ragazzo aveva rischiato di morire ed era oppresso da ulcere gastriche. Inoltre conservava abitudini da campagnolo. Non solo in società. Anche le famose nuotate, durante le quali veniva immortalato dalla propaganda, non gli venivano naturali. C’era sempre lo zampino di Margherita. «Avevo cercato di migliorare la sua maniera di nuotare, prima di allora alquanto rozza: esibiva lo stile di un ragazzo di campagna che sguazza nei fossi e nei fiumi d’estate». Sul litorale di Castel Porziano, però, non esitava a spingersi al largo. Alla fine ha osato troppo.
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