Da cosa nasce cosa: il nuovo Gutenberg segue le forme della generazione continua
Nulla nasce davvero da zero: tra riuso creativo, musica, scarti materiali e simbolici, architetture trasformate e spazi che cambiano funzione, il nuovo numero di Gutenberg

Nulla nasce davvero da zero. Ogni forma viene da un’altra forma, ogni invenzione da un resto, uno scarto, una traccia. Il riuso non riguarda solo i materiali: tocca linguaggi, memorie, relazioni, spazi. Così ciò che sembrava esaurito o marginale torna a circolare, cambia funzione, si trasforma e continua a generare senso. tra riuso creativo, musica, scarti materiali e simbolici, architetture trasformate e spazi che cambiano funzione, il nuovo numero di Gutenberg, in edicola con Avvenire venerdì 24 aprile 2026, segue le forme della generazione continua.
Il numero si apre con l’articolo di Alessandro Beltrami, dedicato alla mostra allestita al Musée des Beaux-Arts di Le Locle, che attraversa pratiche di riuso, trasformazione e ibridazione nel lavoro degli artisti contemporanei. Il riuso viene presentato come processo generativo continuo: strumenti, materiali, scarti e opere entrano in cicli di rimessa in circolo, dando vita a forme nuove attraverso intrusione, riassemblaggio e scambio tra linguaggi diversi. Raffaele Pe si sposta nella Roma del Seicento, dove le esecuzioni musicali non erano concerti ma “conversazioni”: in questi eventi la musica diventava occasione di dialogo e relazione, combinando improvvisazione e rigore formale, generando forme ibride capaci di coinvolgere interpreti e pubblico all’interno di un’esperienza condivisa.
Nelle pagine successive Lorenzo Fazzini affronta il tema del riuso a partire dalla plastica e dai suoi limiti strutturali: attraverso dati e analisi, il riciclo emerge come pratica insufficiente se non accompagnata da una riduzione a monte e da un ripensamento complessivo delle priorità produttive e dei modelli di consumo. Alessandro Zaccuri raccoglie storie letterarie incentrate sulle scorie e sui residui che resistono a ogni tentativo di eliminazione: nei libri di Labbate, Dunthorne e Aguilar Zéleny, lo scarto materiale diventa racconto, memoria familiare e collettiva, elemento che continua a riemergere e a chiedere di essere nominato.

Il monografico prosegue con l’articolo di Leonardo Servadio dedicato alle trasformazioni degli spazi ex sacri in Germania, dove il riuso delle chiese viene analizzato come pratica architettonica e comunitaria capace di mantenere il valore simbolico degli edifici attraverso nuove funzioni compatibili con la loro origine, e si chiude con la presentazione della rassegna Manifesta 16, che riapre e reinterpreta dodici chiese della Ruhr trasformandole in spazi civici e culturali in un processo territoriale condiviso, in cui il riuso non è soluzione tecnica ma pratica sociale radicata nel presente.
La sezione Percorsi si apre mettendo a tema la Resistenza e la memoria europea. Massimiliano Castellani ricostruisce la vicenda di Rino Della Negra, calciatore e partigiano, seguendo l’intreccio tra talento sportivo, militanza antifascista e sacrificio personale fino all’esecuzione nel 1944. Accanto, Angela Calvini ripercorre l’odissea del Secondo Corpo d’Armata polacco attraverso Papaveri rossi – Per la nostra e la vostra libertà, spettacolo teatrale di Sergio Maifredi e documentario in lavorazione, dalla deportazione nei gulag sovietici alla battaglia di Montecassino, mettendo in evidenza il ruolo della cultura come strumento di sopravvivenza e identità condivisa.
Il tema successivo riguarda l’identità di Napoli: Giorgio Agnisola accompagna il lettore nella mostra del MANN dedicata alla Sirena Parthenope, seguendone le metamorfosi iconografiche dall’antichità al presente e il suo legame fondativo con la città; a seguire, Pierachille Dolfini presenta il disco Absolute Parthenope, che riporta in vita il repertorio strumentale napoletano del Settecento mostrando la continuità tra tradizione musicale, invenzione e vocazione teatrale di Napoli. Chiude il numero una riflessione sui mondi perduti, con l’articolo di Rosita Copioli dedicato allo stile di Erté in occasione della mostra allestita al Labirinto della Masone. Tra fiaba, seduzione e assimilazione di influenze diverse, l’articolo ricostruisce il percorso dell’artista come esempio di art déco inteso come stile totale, capace di reinventare le proprie fonti e di trasformarle in un linguaggio riconoscibile e duraturo.
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