giovedì 11 novembre 2021
C’è tanto vuoto ne L’Evénement, un’angoscia crescente che misura un’infinita solitudine. In Unplanned la morte è legalmente asettica. Aspirazione, a un diritto. E negazione di un diritto. A vivere
Un’immagine di «Unplanned» con la protagonista Abby

Un’immagine di «Unplanned» con la protagonista Abby - Frame dal trailer

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«Cosa scrivo dottore?». «Aborto spontaneo!». Si chiude così, con queste voci sullo sfondo nero dello schermo, La scelta di Anne - L’Evénement . Al pronto soccorso Anne ci era arrivata in ambulanza, quasi priva di sensi, con una grave emorragia in atto. È l’ultima "non verità" della vicenda di questa 23enne narrata dal film vincitore del Leone d’Oro due mesi fa alla Mostra del cinema di Venezia. La regista, sceneggiatrice e giornalista franco-libanese Audrey Diwan l’ha tratta dal libro autobiografico del 2000 della scrittrice francese Annie Ernaux che, a partire da una propria esperienza giovanile di aborto, racconta di questa ragazza interpretata dall’attrice romena naturalizzata francese Anamaria Vartolomei, una sorta di proprio alter ego.

Brillante studentessa di lettere, Anne non è interessata all’insegnamento ma vorrebbe diventare scrittrice. Personalità forte, ribelle, autodeterminata. Audrey Diwan ammanta l’atmosfera generale del film (in questi giorni nelle sale italiane) della personalità stessa di Anne, fin dalla scena iniziale in un bistrot adibito a locale da ballo. Il clima è teso, Anne è tesa. È avvicinata, le offrono da bere, è corteggiata. Ma lei è diversa, semmai predatrice, se e quando vuole.


Nell’opera vincitrice a Venezia centrale la libertà della donna anteposta a ogni valore

Vorrà, con uno studente universitario conosciuto in biblioteca. Resterà incinta. Comincia da qui un drammatico conto alla rovescia, quello delle settimane. Una bomba a orologeria dentro di sé, che lei vuole a tutti i costi disinnescare. Siamo nella Francia del 1963 e l’aborto è illegale (sarà consentito dodici anni più tardi).

Siamo invece nel 2010, negli Stati Uniti, quando Abby Johnson decide di raccontare la sua storia vera nel libro Unplanned (non previsto, indesiderato). Anche da questo volume è stato tratto un film, con lo stesso titolo. Non ha vinto nessun festival, ma in Usa (benché boicottato e persino censurato in alcuni Stati, oltre che in Canada) è stato premiato dal pubblico incassando dall’uscita nel 2019 oltre 21 milioni di dollari, 6 dei quali nella prima settimana di proiezione. Ancora maggiore è stato il successo in dvd, tanto da essere risultato due anni fa negli Stati Uniti il più venduto su Amazon con 235mila copie.

In Italia è uscito in pochissime sale a fine settembre per due soli giorni, preceduto da singole proiezioni nelle principali città, accompagnate personalmente dalla fondatrice di Dominus Production Federica Picchi, che con intuito e coraggio ha creduto in questo film acquistandone i diritti per l’Italia.

Il caso vuole ora nelle sale quasi in contemporanea (mentre sta avendo grande successo al botteghino Madres paralelas di Pedro Almodovar, che con il suo inno alla maternità e alla vita nascente aveva inaugurato proprio la Mostra veneziana) due film persino opposti, eppure vicini.

Uno dominato dall’assillante "presenza" dell’assenza di un diritto: quello all’autodeterminazione della donna attraverso la possibilità di decidere se portare avanti o meno una gravidanza indesiderata. L’altro dominato dall’ugualmente assillante mercificata presenza del medesimo diritto.


La pellicola americana denuncia l’industria delle vite soppresse, rovesciando la prospettiva

Unplanned racconta infatti la parabola di una ex dipendente di successo di Planned Parenthood, l’organizzazione di cliniche abortive più potente degli Stati Uniti. La protagonista è proprio Abby Johnson che, prima come volontaria poi come consulente psicologa, un po’ alla volta fa carriera nell’organizzazione. Inizialmente animata dall’intento di aiutare giovani donne, spesso minorenni, rimaste involontariamente incinte a superare il critico momento della solitudine, Abby si accorge man mano che in Planned Parenthood alla teorica mission di offrire assistenza morale e sanitaria a donne alle prese con una gravidanza indesiderata si è sostituito il core business dell’abortificio. Più aborti, più profitti.

I suoi occhi sulla realtà della società per cui lavora si aprono un sabato mattina, quando viene all’improvviso chiamata a sostituire in sala operatoria una infermiera assente. In tanti anni non le era mai capitato. Vede così le immagini ecografiche di un feto di quasi tredici settimane condannato all’aborto indotto per il quale viene azionato l’aspiratore: nitidamente osserva i piedini, le gambe, la spina dorsale, le braccia, le mani, il capo finire risucchiati. Ma all’accensione dell’aspiratore quel feto così "somigliante" a un bambino aveva invano cercato di sottrarsi alla mortale minaccia, ritraendosi verso la parte superiore del grembo materno. Abby ne esce sconvolta: i suoi occhi avevano visto.

Non vedono nulla invece gli occhi di Anne. Sono volti soltanto alla sua tenace volontà di diventare scrittrice, al suo proposito di libertà, al suo sogno che all’improvviso, un giorno, si scontra con la realtà. Una realtà che è conseguenza di un atto compiuto liberamente, parte coerente di quella stessa libertà a cui lei anela. La sua solitudine è sempre più drammatica, nessuno può "aiutarla". Confida in un aborto spontaneo, ma non ci sarà. Fallirà anche un suo primo rudimentale tentativo di aborto indotto. Finché si recherà clandestinamente per 400 franchi da una donna "del mestiere".

Il primo tentativo sarà vano e, a rischio della sua stessa vita, ne affronterà un secondo, estremo e pericoloso. «Aborto spontaneo» referterà il medico, salvandole la fedina penale dopo averle salvato la vita. C’è tanto vuoto ne L’Evénement, un’angoscia crescente che misura un’infinita solitudine. Amplificata dall’oblio assoluto di quella vita ostinatamente nascente e negata. A un certo punto si dice anche disposta un giorno a diventare madre, Anne. Ma ora no, ora c’è solo lei, ci sono i sogni così diversi e lontani dalla sua realtà. C’è il diritto a essere libera. Una libertà per cui correre anche il rischio di morire con la vita che porta in sé. Nel film il nascituro non c’è mai. S’intravvede qualcosa di informe durante il cruento aborto indotto e illegale. Lì c’è sangue a fiotti, come una ghigliottina.

In Unplanned la morte è legalmente pulita, asettica. Aspirazione, a un diritto. E negazione di un diritto. A vivere.

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