Legge del Veneto sul suicidio assistito. Voci a confonto: perché sì, perché no

di Antonio De PoliJacopo Maltauro
La legge approvata sull'aiuto a morire divide anche i credenti. Due esponenti cattolici impegnati in politica spiegano le ragioni che li hanno portati a scelte opposte sul provvedimento
Google preferred source
September 6, 2026
Legge del Veneto sul suicidio assistito. Voci a confonto: perché sì, perché no
L'Aula del Consiglio Regionale del Veneto durante le operazioni di voto sulla legge regionale per il fine vita assistito, a palazzo Ferro Fini, Venezia /Ansa

Perché sì

Il consigliere di Forza Italia Jacopo Maltauro: «Ho scelto di impegnarmi per regolare con limiti ciò che è già ammesso»
Vorrei condividere qualche considerazione chiarificatrice in merito alla legge regionale per la regolamentazione del suicidio medicalmente assistito che il Consiglio regionale del Veneto ha approvato. In qualità di consigliere regionale di Forza Italia, devo confessarle che in queste settimane ho vissuto momenti di peculiare difficoltà personale. Per la prima volta, nel mio breve percorso politico, ho vissuto un travaglio che, moralmente, mi ha davvero messo alla prova e mi ha portato a confrontarmi seriamente con le mie convinzioni morali e con la comunità politica alla quale appartengo. Dopo una lunga riflessione, ho scelto di votare a favore della legge. Ho scelto, da cattolico, di non tirarmi indietro e di non sottrarmi al dibattito sulla regolamentazione di una pratica medica che in Italia è già stata ammessa dalla Corte costituzionale e che, nel nostro territorio veneto, si è già verificata più volte, pur senza regole e procedure chiare di riferimento.
È questo il primo aspetto da chiarire: questa legge regionale non crea alcun nuovo diritto in materia di fine vita o di eutanasia, ma definisce, da un punto di vista meramente procedurale, le modalità attraverso le quali i pazienti che rispettano i requisiti dettati dalla sentenza n. 242 del 2019 possono interfacciarsi con l’azienda sanitaria locale. Evitare di regolamentare una possibilità che già esiste credo sia sinonimo di scarsa responsabilità politica. Lasciare che questa regolamentazione sia esclusivamente espressione della politica più radicale del nostro Paese, credo sia invece un grande errore.
Come cattolico, mi sono sentito in dovere, quindi, di impegnarmi e partecipare al dibattito, portando un contributo teso a migliorare il provvedimento e non semplicemente a vagliarlo senza spirito critico. Ho deciso quindi di votare questa proposta di legge, così come emendata dalla Giunta e dal Consiglio, e non la legge di iniziativa popolare promossa da Cappato. Credo infatti che molte delle critiche arrivate in queste ore da una parte del mondo cattolico si riferiscano alla proposta originaria, ben diversa dal testo definitivo licenziato dall’Aula veneta. Sono infatti molte le modifiche legislative approvate, anche grazie agli stimoli e al contributo del gruppo consiliare al quale appartengo.
Sono state eliminate le scadenze previste per dare seguito alle domande. È stata prevista l’obiezione di coscienza per il personale medico interessato dalle procedure. La commissione medica deputata a esaminare le condizioni e la domanda del paziente è stata inoltre rafforzata, con la specifica previsione della presenza di uno psicologo, di uno psichiatra, di un bioeticista e di un medico palliativista, il cui parere assume un valore semi-vincolante. Nella fase di orientamento della persona si è poi integrata la presenza di enti e associazioni che perseguono statutariamente finalità di tutela della vita. Il Veneto non ha approvato una legge sul «fine vita», ma ha regolamentato il suicidio medicalmente assistito, cercando di mettere ordine e, soprattutto, di porre limiti e garanzie. Partecipare con coscienza critica a questo procedimento legislativo ha consentito di arrivare a una legge più rigorosa, più prudente e più attenta alla persona e alla comunità tutta.
Nel pensare alle parole con cui esprimere la mia posizione in aula, mi è venuto in soccorso un discorso di Mino Martinazzoli, pronunciato in uno degli ultimi congressi nazionali della Democrazia Cristiana. Diceva il segretario bresciano che, per un cristiano, fare politica è impossibile e, allo stesso tempo, doveroso: un vero e proprio paradosso. Ma è sul crinale di questo paradosso che credo si misuri la capacità della classe dirigente di lavorare per un Paese sempre più moderno e in grado di confrontarsi con le grandi questioni che attraversano il nostro tempo.

Perché no

Il segretario nazionale dell’Udc Antonio De Poli: «Non è solo la disciplina di una procedura, le norme affermano valori»
Il dibattito sui temi etici è, per sua natura, trasversale. Non a caso, in entrambe le coalizioni politiche convivono sensibilità differenti anche su una questione delicata e importante come quella del fine vita. Su questo argomento, l’Udc – Unione di Centro, che ho l’onore di guidare – come ha più volte sottolineato proprio su queste colonne la senatrice Paola Binetti, si è sempre schierata dalla parte della vita, che per noi rappresenta un valore sacro e irrinunciabile. Nei miei interventi pubblici ho cercato più volte di richiamare un concetto che, a mio avviso, rischiamo di perdere di vista: dietro ogni posizione politica c’è sempre un pensiero culturale, un sistema di valori che quella posizione esprime e sostiene. La politica, dunque, non può essere sganciata dall’etica e dalla morale.
Ho ascoltato con profonda attenzione le parole del presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Matteo Zuppi: mi hanno colpito per la loro nitidezza e, soprattutto, per la profondità del richiamo alla responsabilità della politica.
Quando lo Stato interviene per legiferare su questi temi, infatti, non disciplina soltanto una procedura o una pratica sanitaria. Stabilisce anche quali valori intende tutelare e quale idea di persona e di società vuole affermare.
È questo il punto sul quale credo sia necessario interrogarsi. Se il primato non è più la tutela della vita, ma si arriva a porre sullo stesso piano la scelta di vivere e quella di morire, le conseguenze culturali possono essere profonde. Lo dimostra anche l’esperienza dei Paesi che hanno introdotto forme di eutanasia e suicidio medicalmente assistito. Nei Paesi Bassi, ad esempio, i casi registrati sono passati dai 1.882 del 2002, anno di entrata in vigore della legge, ai 10.341 del 2025. È un dato che, al di là di ogni valutazione ideologica, impone una riflessione seria.
Gli interrogativi che abbiamo davanti sono enormi. Il dramma della sofferenza interpella tutti e ogni storia personale merita rispetto, ascolto e comprensione. Proprio per questo, però, non possiamo trasformare il dolore delle persone in un terreno di scontro politico. Secondo noi dell’Udc, il compito dello Stato deve essere innanzitutto quello di curare, assistere e accompagnare. Di stare accanto alla persona che soffre, soprattutto nei momenti in cui è più fragile. Il suicidio assistito e le diverse forme di eutanasia rischiano, a nostro avviso, di trasformarsi in una scorciatoia culturale, soprattutto se una persona malata dovesse arrivare a percepirsi come un peso per la propria famiglia o per la società.
La sanità pubblica non può farsi carico di costruire un protocollo per il diritto alla morte quando la sua ragion d’essere è, prima di tutto, prendersi cura dell’altro, alleviare la sofferenza e non lasciare solo chi è più fragile. Lo Stato deve garantire il diritto alla cura, non il diritto a morire. È anche questo il senso del disegno di legge che, come Udc, abbiamo presentato in Parlamento per rafforzare il sistema delle cure palliative, ampliandone l’accesso anche nelle fasi non terminali delle patologie cronico-degenerative e rendendolo strutturale all’interno delle Rsa.
Perché la vera risposta alla sofferenza non può essere semplicemente quella di anticipare la morte. Deve essere quella di garantire alla persona vicinanza, cure, dignità e accompagnamento.
È questa, per noi, la civiltà giuridica e umana che vogliamo difendere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire