La vita è dono, relazione, mistero. E custodisce la nostra “magnifica humanitas”

L’enciclica di papa Leone tocca i grandi temi bioetici a partire dalla contemplazione di una umanità che non può conoscere riduzionismi tecnologici. E riprende la “Evangelium vitae”
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June 2, 2026
La vita è dono, relazione, mistero. E custodisce la nostra “magnifica humanitas”
/ ANSA
«Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, e il figlio dell’uomo perché te ne curi?». La domanda del Salmo apre da sempre, e ancor oggi, una vertigine nella coscienza umana. Un’antica inquietudine scolpì sul frontone del tempio greco l’imperativo «conosci te stesso» come traguardo, e il primo stasimo dell’Antigone celebrò nell’essere umano il deinón meraviglioso e terribile, capace di attraversare i mari, domare la natura, creare città e leggi. Protagora lo definì «misura di tutte le cose».
Ma l’uomo è mistero più grande. Agostino, scavando nel cuore, scoprì l’abisso che nessuna scienza può colmare. Tommaso additò nella ragione una partecipazione alla luce divina. Dante lo separò dai bruti perché fatto a “seguir virtute e canoscenza”. L’umanesimo rinascimentale esaltò la dignità dell’uomo in figura vitruviana, quasi artefice di sé e del proprio destino. Hobbes inaugurò l’idea che «scientia potentia est» e Bacone la riscrisse nelle sue Meditazioni. E via via lungo la storia, in inebriata esaltazione del progresso, delle magnifiche sorti, della inesausta ricerca.
Oppure? Oppure no, non è questo l’uomo della storia. Sullo sfondo d’una vocazione così alta si proietta il volto oscuro d’un male fatto di crudeltà, di ferocia, di menzogna, di guerra e genocidio, di schiavitù, di oppressione dei poveri, di arsenali di ordigni nucleari capaci di annientare la terra, di violenze che sfigurano l’immagine stessa dell’humanitas. Nei gomiti della storia, a ogni volger vichiano di tempi nuovi e di rerum novarum, si riproduce drammaticamente quella che abbiamo imparato a chiamare “la questione sociale”.
Così la domanda, semplice e terribile, che traversa i secoli e ancora ci sale dal cuore come supplica orante di verità e di speranza, è di nuovo il perché medesimo dell’uomo come enigma del cosmo. Pascal nel dirlo «fragile canna pensante» lo fece più grande della montagna che lo uccide «perché l’uomo sa di morire». Heidegger, nel secolo breve e insanguinato dell’ecatombe nucleare, ha chiamato l’uomo «pastore dell’essere» per descrivere il compito che non può esser tradito. Non padrone, ma custode dell’essere, essendo folle insipienza una civiltà che riduce tutto a oggetto da usare, calcolare e sfruttare. Eppure ancora una speranza tiene accesa la sua fiammella. Nel cuore di una città appestata e disperata, simbolo e sintomo d’una condizione umana d’incomprensibile sventura, Albert Camus ha potuto scrivere che «ci sono nell’uomo più cose da ammirare che da disprezzare».
Oggi un’enciclica chiama “magnifica” l’umanità. Lo fa in nome del Vangelo, con un coraggio che immerge il mistero nel Mistero: «Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo». Fragile, mortale, eppure capace di infinito. Polvere, terra; eppure inquieto finché non riposa in Dio. Così il desiderio di conoscere e trasformare il mondo risponde alla vocazione di custodire il creato, e non alla hybris che alza la torre del suo precipizio. E così si può rileggere la storia con altri occhi, e preparare l’avvenire. Dal primo fuoco che ha illuminato la notte delle caverne fino alle reti neurali dell’intelligenza artificiale, l’umanità ha moltiplicato la sua potenza e insieme la responsabilità alla quale deve far fronte.
C’è nell’IA una sorta di sfida ai processi cognitivi, e in modo obliquo una suggestione dei processi decisionali. Tentazioni faustiane? Che cosa significa essere liberi se gli algoritmi orientano comportamenti e desideri? Che cosa significa essere umani quando la vulnerabilità è vista come un errore da correggere, se non persino una ragione di scarto? No, la persona umana non è mai riducibile a dato, prestazione, algoritmo. Non può essere disumanata. Più cresce il potere, più cresce il dovere morale: il bene comune, di tutti e non di pochi potenti; la destinazione universale dei beni, la solidarietà, la giustizia.
In questo scenario, la tutela della vita diventa criterio decisivo. Il diritto alla vita è il fondamento di tutti i diritti umani, e netta è la condanna da parte del Papa di aborto, uccisione di innocenti, eutanasia. La vita non è un algoritmo: è dono, relazione, mistero. Ogni essere umano è immagine di Dio. Difendere la vita significa difendere anche la fragilità, la dipendenza reciproca, la cura. Fortissima la denuncia contro le guerre. Magnifica humanitas denuncia «l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli»; l’aiuto agli oppressi, alla vita vulnerabile, è il criterio con cui si misura la giustizia di una società.
L’ultimo capitolo dell’enciclica parla della civiltà dell’amore. Espressione che rievoca identiche parole della Evangelium vitae. Una società in cui la tecnica è al servizio della comunione, non del dominio; in cui la potenza è temperata dalla misericordia; in cui la verità e la giustizia si incontrano. È la risposta cristiana alla “sindrome di Babele”. Nessuna IA potrà mai sostituire «quella magnifica umanità che ci è stata donata». Il futuro sarà umano solo se l’uomo rimarrà fedele al suo mistero, alla sua vocazione, alla comunione.

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